Home Cinema Interviste Cinema

La nostra intervista a Bob Odenkirk, il protagonista di ‘Better Call Saul’

Mai fidarsi di un avvocato. Se proprio dovete farlo, sceglietene uno simpatico come il protagonista dello spin-off di Breaking Bad

Bob Odenkirk, il protagonista di Better Call Saul

Foto: press

S’all good, man! Cominciamo così: leggete questa frase velocemente, con accento americano da street, e vi renderetete conto che il semplice significato di “va tutto bene, man” si sposa creativamente (geniale!) con la pronuncia di un nome, quello di Saul Goodman, l’avvocato della serie tv Better Call Saul – il famoso spin-off di Breaking Bad giunto alla terza stagione, disponibile su Netflix dal 10 aprile – che ha come protagonista lo straordinario Bob Odenkirk, comico-scrittore che ha fatto la fame per anni prima di trovare fama e successo con lo stesso ruolo di Saul nella serie di culto originale.

FLASHBACK. Better Call Saul si apre in b&n, con Gene a.k.a. James McGill, che, per ragioni sconosciute, si trova nascosto a Omaha in Nebraska, impiegato in un negozio di cinnamon rolls. Siamo nell’era post-eventi di Breaking Bad, e Gene conduce una vita solitaria, deprimente, il cui apice di felicità è quello di rimuginare sul passato, riguardando i suoi famosi commercial televisivi: “Conviene chiamare Saul! Finché non si dimostra il contrario, io credo che ogni uomo, donna o bambino sia innocente!”, dove, da avvocato, cercava di costruirsi una carriera basata su legalità e trasparenza.

E su queste immagini, torniamo alla sua vita precedente – due anni prima dei fatti di Breaking Bad, una delle serie tv migliori di sempre. (Grazie, Vince Gilligan e Peter Gould!). Senza scomodare Kafka e la sua metamorfosi, Saul nasce come con-man soprannominato “slippin’ Jimmy”, imbroglione da quattro soldi, che attraverso una serie di eventi (mica vi posso dire tutto) diventa James McGill, principe del foro di Albuquerque, New Mexico, uomo di legge dall’aspetto discutibile, ma fondamentalmente onesto. McGill non è un avvocato prestigioso come il fratello Chuck, anzi: quando rientra la sera nel suo ufficio/casa/sgabuzzino con divano-letto sul retro di un salone di bellezza vietnamita, spera sempre di trovare messaggi di nuovi clienti nella segreteria telefonica, con l’illusione di una svolta di carriera… che invece non arriva mai.

James desidera il successo, vorrebbe l’approvazione del fratello che lo giudica incapace di fare il proprio mestiere in modo etico, vorrebbe lavorare su casi importanti, ma ogni volta, per qualche motivo, la vita lo riporta a difendere delinquenti e criminali. Finché non si arrende, accetta la realtà, e deluso dalle parole di Chuck diventa Saul Goodman, il migliore avvocato difensore da chiamare quando hai cazzi grossi come una casa. Anche se spesso, invece di far sparire i problemi, ne crea di ancora più grandi.

RITORNO AL PRESENTE. Notte fonda, cielo nero come la pece, illuminato da milioni di stelle che risplendono nel deserto che confina con gli Albuquerque Studios (Transformers vari, Sicario, Codice Genesi, Non è un paese per vecchi, Il Grinta, The Lone Ranger, Cowboys&Aliens e altri 70 tra film e tv), uno degli studios cinematografici più grandi extra-Hollywood (secondo solo ai Pinewood Studios di Atlanta), dove sono arrivato per la set visit di Better Call Saul.

Uscendo dal soundstage B-ONE, entriamo nel mondo oligarchico dei personaggi di BCS, e dopo avere visitato la casa di Kim (dove la Bestia ha, diciamo, alleggerito il set di un piccolo memento), seduto sulla poltrona del nuovo ufficio legale di… (non posso dirvelo, per ragioni di spoiler), e studiato per filo e per segno le cause dell’allergia-paranoia per i campi elettromagnetici di Chuck, mi ritrovo dentro un Q&A con Bob Odenkirk & Michael McKean, in attesa dell’attesissimo-segretissimo Giancarlo Esposito, la cui intervista vi presenteremo in esclusiva sul sito di Rolling Stone.

Tu cosa vorresti che accadesse a Saul?
Vorrei che ritornasse a essere un uomo integro, spero che Vince e Peter mi diano la possibilità di interpretare James McGill sotto una nuova luce. Ho le mie idee, ma posso solo fare delle ipotesi, perché nessuno ha la minima idea di cosa succederà. Fin dall’inizio ho sempre sperato che il mio personaggio potesse utilizzare il talento, la parlantina e il carisma che possiede per diventare una persona responsabile. Con la sua evoluzione da Jimmy McGill a Saul Goodman a Gene e di nuovo a James McGill chiuderemmo il cerchio, arrivando a una situazione esattamente opposta a quella di Breaking Bad, dove Walter White da cittadino rispettabile diventa malvagio. Ma forse è impossibile che ritrovi la propria innocenza. Forse sarà ancora peggiore.

Nonostante Saul stia diventando sempre più cinico e spregiudicato, alla gente piace molto. Perché?
Perché chiunque può identificarsi con un antieroe, anche se personalmente trovo curioso il fatto di amare persone moralmente compromesse come Saul o Walter White. Come se al nostro cervello non interessassero i motivi per cui sono disonesti, ma essendo loro i personaggi principali, automaticamente simpatizziamo con loro. Vince Gilligan mi ha detto spesso che non vedeva l’ora di togliersi dalle palle Walter, e che verso la fine lo odiava profondamente: era diventato impossibile essere nella testa di una persona così orribile. E nonostante tutto, i fan non volevano che morisse, volevano che vincesse su tutto, anche sul proprio destino. Tutti tifavamo per lui.

Quanto è difficile diventare Saul?
Non è facile, ma abbiamo bravissimi sceneggiatori! Tendo a non pensarci troppo, ad affrontare questa metamorfosi un passo alla volta. Jimmy ha sempre avuto volti diversi, tutti parte della propria personalità: ha un ottimo senso dell’umorismo, è dolce e sensibile con Chuck e Kim, il suo entusiasmo è contagioso, positivo, e di norma cerca di fare del bene, ma non sempre ottiene quello che vuole. Uno dei motivi per cui a Saul piaceva Walter era perché, oltre a essere molto intelligente, aveva regole che rispettava, non era sfigato come tanti dei suoi clienti. E, soprattutto, perché adorava essere un criminale: the best bad guy.

Mentre non guarda nessuno, Bob si china verso di me e sussurra: «Gus Fring di Los Pollos Hermanos sarà una figura molto importante nello sviluppo della serie… shhhh, io non vi ho detto niente!».

Se qualcuno guardasse Breaking Bad dopo Better Call Saul, potrebbe avere un’idea diversa dello show?
Sì, perché, senza entrare nei dettagli, vedremo ritornare molti dei personaggi VIP incontrati in Breaking Bad, scoprendo finalmente le relazioni e gli intrecci interpersonali di cui non eravamo a conoscenza prima di questa serie. Non dimentichiamo che tutta la vicenda si svolge ad Albuquerque, non una metropoli ma una piccola città, dove le persone si conoscono tra loro.

Michael, credi che la situazione tra Chuck e Saul sia arrivata a un punto di rottura totale?
Lo pensavamo fin dalla prima stagione, ma non è mai successo, sono come due pesci attaccati a alla stessa lenza: tirano e si mollano in continuazione. Chuck è un’avvocato integerrimo, ma è molto geloso del fratello minore perché, nonostante sua madre fosse fiera di lui, era Jimmy il preferito, era lui che la faceva ridere. Una ragione più che sufficiente per odiarlo.

Nonostante Chuck sia uno degli avvocati più bravi del New Mexico, non è molto amato…
Vero, ma Chuck non cerca sostegno, non ha bisogno della legittimazione di nessuno. Io personalmente sono contento, perché se la gente ti odia significa che ti capisce, che hai fatto breccia in qualche modo. Uno degli aspetti più belli dello show è proprio il fatto che questi avvocati non sono affatto glamorous, non li abbiamo mai visti così, sono diversi dalle versioni patinate o da thriller che spesso ci propone Hollywood. Aiuta anche il fatto che lo show è certamente comico, ma allo stesso tempo è dark: ci sono personaggi che compiono atti tremendi. Perché a volte, nella vita, le situazioni possono essere divertenti e al tempo stesso molto, molto gravi…

Ed è allora che… Better Call Saul!

Leggi anche