La lezione di ‘Dakota’ | Rolling Stone Italia

Foto: RS Productions

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La lezione di ‘Dakota’

Ovvero: che, nell’epoca dei cinecomic, si possono ancora fare ‘film per famiglie’ sulla scia dei grandi successi di Spielberg. È il caso di questa storia che unisce avventura, sentimenti, guerra, coming of age e un cane (anzi, due) che ruba la scena anche a ‘umani’ di primissimo livello come Abbie Cornish e William Baldwin. Abbiamo incontrato il regista del film Kirk Harris

Il curriculum vitae di Kirk Harris inizia così: primo film da regista, Loser (1996), storia piuttosto senza speranza di un ragazzo drogato. E subito pensi: “Quest’uomo è un duro e punta in alto”. Seguono altri film discretamente cupi, che lo coinvolgono ora anche come attore ora come produttore: in ordine più o meno sparso, citiamo la storia sulla boxe Gloves of Stone, il western The Sorrow e il dramma The Violent Kind, su un reduce di guerra. E ancora: l’horror Possession e l’eloquente Intoxicating – Quando il vizio ti distrugge. Poi, d’un tratto, spuntano Bernie il delfino 1 e 2. E non capisci. Perché nel tuo immaginario i film per famiglie, be’, sono solo film per famiglie. Mica roba tosta. Pensi a una svista, vai avanti a leggere e scopri che Kirk Harris è il regista e la penna del film, in sala dal 28 aprile, Dakota: un racconto edificante, in stile “classicone per tutta la famiglia”, con protagonista un cane, prodotto dalla ILBE di Andrea Iervolino e Lady Monika Bacardi e distribuito da RS Productions. A quel punto capisci che la sua è stata una scelta di campo, e che i film per famiglie sono tutto fuorché di Serie B: “Vedere i primi film di Spielberg per credere”, assicura, divertito, Harris.

Giustissimo, e ora approfondiamo la questione. Però prima spiegaci che ti è successo: cosa ti ha folgorato sulla via di Damasco?
Sì, effettivamente suona buffo perché all’inizio ho puntato su tutt’altri generi. Ti dirò di più: non prendevo nemmeno in considerazione l’idea di girare film con degli animali o produzioni per bambini. Poi però sono cresciuto, mi sono sposato, ho avuto due bambini e la mia prospettiva è di colpo mutata. La paternità ti cambia profondamente perché al centro non ci sei più tu, con le tue passioni, ma i tuoi figli: loro diventano il centro dei tuoi pensieri e delle tue preoccupazioni. Da qui, quindi, il mio interesse verso le storie rivolte ai giovani, al loro mondo, e che coinvolgessero anche degli animali perché spesso le due cose vanno di pari passo. E poi amo molto gli animali.

Abbie Cornish in una scena del film. Foto: RS Productions

Hai dei cani?
Tre.

E pure una casa grande, deduco.
Eh, già! (ride, nda)

Guardando Dakota mi venivano in mente i film per famiglie di una volta come F.B.I. – Operazione gatto ma anche E.T. Cosa resta di quel mondo?
Sono molto felice del paragone perché il mio desiderio era proprio ispirarmi ai primi film di Spielberg, con i quali sono cresciuto. Purtroppo non si fanno più molti film come allora, con quell’impianto edificante e classico. In qualche modo, con Dakota, ho voluto rievocarli. La stessa colonna sonora si ispira a quella di quei film: i temi musicali sono analoghi.

Oggi i nuovi film per famiglie sono i cinecomic?
Purtroppo credo sia così, ma spero che le major tornino a investire anche su altri filoni. Chissà che Dakota non possa fare da apripista! Il mio auspicio è che ci possa essere spazio per entrambi, ossia per i film della Marvel e per quelle storie più classiche, simili a quelle con cui siamo cresciuti noi. I ragazzi hanno bisogno anche di storie semplici, che non li travolgano con colori, effetti speciali, scene di azione a ritmo serrato…

Ma per un regista o sceneggiatore non è meno gratificante realizzare storie per famiglie, anziché un cinecomic?
Dipende da cosa cerchi. I film dall’impianto più classico, come Dakota, sono sicuramente più piccoli di una saga Marvel, ma raccontano storie più intimiste. Quindi gran parte del lavoro è su e con gli attori. Che è una cosa che adoro. Trovo molto più gratificante e stimolante il lavoro sul set, lo scambio di idee con gli attori, che non girare una scena d’azione. Altri colleghi, invece, prediligono le parti più tecniche. Quindi, per rispondere alla tua domanda: io sono entusiasta così.

Dakota affronta un tema complesso come il lutto attraverso l’amicizia di un bambina con Dakota, il cane soldato del papà Clay, morto durante una missione militare. Vi siete ispirati a una storia vera?
Abbiamo letto, qua e là, delle storie, ma solo per documentarci. Il film è di pura invenzione.

Lola Sultan con Lorenzo McGovern Zaini. Foto: RS Productions

E già per questo, hai tutta la mia stima.
In che senso?

Ormai al cinema e in tv spopolano solo true stories, adattamenti, remake. Ti domandi mai che fine abbia fatto la fantasia?
Me lo domando spesso ed è un peccato, perché se non segui la fantasia perdi uno sguardo più profondo sul reale: è come se la vita perdesse di tridimensionalità. Onestamente trovo frustrante vedere il remake del remake del remake… Tutto quello che esce da questo seminato o viene criticato, o non trova un’adeguata promozione. È un peccato, e lo dico pensando proprio ai miei due figli. Quando avevo la loro età, mi sembrava di aver accesso a un ventaglio di storie molto ampio. Oggi, invece, nonostante la presenza dei servizi di streaming, ho come l’impressione che la produzione sia sempre molto incanalata. Se mi dovessi chiedere se siamo davanti al peggior momento della nostra industria, be’, ti direi che, per quello che riguarda la creatività, senza dubbio è così.

Qual è il valore aggiunto di raccontare storie che coinvolgano, tra i protagonisti, degli animali?
Be’, con loro a volte è più immediato comunicare il senso dell’amicizia o del rispetto. È come se fossero delle metafore visive. Senza contare che a volte i cani sanno volere bene più di un essere umano.

Non deve però essere semplice gestirli. Dimmi la verità: meglio un cane o un delfino sul set?
Decisamente un cane! Anzi, cani al plurale: il ruolo di Dakota è interpretato da due cani diversi.

Ti assicuro che non l’avrei mai detto: come ci siete riusciti?
Merito del dog trainer Roberto e del reparto trucco.

Li avete truccati?!
Ebbene sì! (ride, nda) Ma poca cosa, giusto un velo di make-up per renderli somiglianti. Abbiamo utilizzato due cani: una era più calma, l’altra era, diciamo così, da lavoro, nel senso che veniva utilizzata nelle scene d’azione o che prevedevano acrobazie. Sono molto soddisfatto del risultato: mi sembra che abbia funzionato perché chi guarda il film non nota la differenza.

William Baldwin. Foto: RS Productions

Dakota affronta anche il tema della guerra che, purtroppo, è oggi un argomento di stretta attualità. Cosa pensi della strage in corso in Ucraina?
Sono devastato. È tutto molto triste… Non posso che sperare che le misure abbiano effetto e che si giunga al più presto a una risoluzione.

Approvi la gestione del presidente Biden?
Non ho le competenze necessarie per valutare un tema così complesso di politica internazionale, che coinvolge diplomazia, equilibri tra gli Stati, pregressi storici… Non so dirti se dovremmo essere più coinvolti o meno, come Paese. A titolo personale, posso solo ribadire che è tutto così spaventoso: ognuno di noi dovrebbe fare tutto quello che è in suo potere per aiutare l’Ucraina a restare un Paese libero.

Nel tuo piccolo, comunque, tu lo hai fatto.
In che modo?

Dakota dà un messaggio molto bello e attuale, pieno di speranza: mi riferisco alla frase che a un certo punto la madre, interpretata da Abbie Cornish, dice alla figlia Alex. La ragazza non voleva tenere il cane Dakota, perché aveva già perso il padre e aveva paura a legarsi a qualsivoglia altro essere vivente, ma lei le dice: “I nostri cuori possono essere grandi, e allargarsi, anche quando sono feriti”.
È un messaggio al quale tenevo molto e che credo che ci possa aiutare in questi tempi di guerra e pandemia dove ci sembra di essere spezzati. E quindi incapaci di amare. Quella frase ha fatto bene anche a noi della troupe: abbiamo girato il film in Italia, che è un Paese meraviglioso, ma in quel periodo era ancora in piena pandemia. C’erano quindi i protocolli da osservare, i distanziamenti e tutto il resto… Il mio auspicio che è alla pandemia possa seguire una sorta di rinnovamento umano. A volte dalle ferite può nascere la bellezza. Magari, come dicevamo, il nuovo corso porterà anche a nuove proposte cinematografiche che non attingano necessariamente solo ai fumetti ma provino, con semplicità, a veicolare messaggi edificanti. Le persone potrebbero essere diventate più riflessive, e desiderare storie che lo siano altrettanto, dopo i due anni di lockdown.

Passiamo ora a parlare del cast: come ha scelto “gli umani”?
Abbie Cornish interpreta Kate, la mamma di Alex, ed è un talento straordinario. Ha aggiunto profondità al personaggio ed emozione alla storia. Tim Rozon è stata una vera e propria rivelazione: interpreta il sergente CJ, che porta a Kate e Alex il cane Dakota. Per quel ruolo cercavamo un interprete non inglese e, all’ultimo, è arrivato Rozon. Non avevo mai lavorato con lui prima d’ora ma, fin dal primo istante, l’ho trovato straordinario. Un altro ruolo che abbiamo trovato all’ultimo è stato Roberto Davide: lui è nato in America ma per metà è italiano e, fortunatamente, in quel periodo si trovava in Italia. Interpreta la parte del fratello dello sceriffo ed è stato a dir poco perfetto. Con Patrick Muldoon (lo sceriffo nel film, nda) avevo invece già fatto tre film: siamo molto amici e di solito lui interpreta il ruolo del brav’uomo. Mi sono quindi molto divertito a vederlo nei panni del cattivone di turno. Infine, ma non per importanza, c’è William Baldwin: all’inizio avevamo pensato a un altro nome perché si trattava del personaggio del nonno. Baldwin è decisamente più giovane. A causa della pandemia, però, il primo interprete è rimasto bloccato in America: non poteva viaggiare fino in Italia. Non sapevamo come fare, poi è venuto fuori che Baldwin era in Italia. Gli abbiamo fatto avere il copione e lui è stato entusiasta della storia, accettando di buon grado di invecchiarsi per calarsi nei panni di un nonno.

Avete girato in Italia una storia ambientata in Georgia. Gli americani se la sono bevuta?
Eccome! Gli abitanti della Georgia credevano davvero che quello sullo schermo fosse il loro Stato! Devo dire che io stesso sono rimasto stupito perché non pensavo che l’Italia potesse avesse dei paesaggi così diversificati: da voi si può girare davvero qualunque film. Spero di tornarci prestissimo.

Una scena del film. Foto: RS Productions

È solo un auspicio o c’è qualcosa di concreto in ballo?
Sto lavorando a un nuovo film, dal titolo Trinity, e spero di poterlo girare almeno in parte da voi. Sarà sempre una storia che coinvolge degli animali. Cavalli, questa volta.

Non dirmi che a casa hai pure quelli…
No, no: ho solo due figli e tre cani! Niente cavalli e nemmeno… delfini!