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‘La Belva’, l’action italiano che ha un cuore

Un Fabrizio Gifuni inedito – rasato a zero, pompato e tatuatissimo – per un film "di botte" che però ha anche un'anima. Ce lo ha raccontato in anteprima il regista Ludovico Di Martino (con tanto di making of esclusivo)

Fabrizio Gifuni e Ludovico Di Martino sul set.

Foto: Elio Di Pace

«”Ti andrebbe di scrivere un film di botte?”». A sentire l’entusiasmo di Ludovico Di Martino al telefono credo che la domanda fosse quasi retorica. «Matteo Rovere e Andrea Paris di Groenlandia mi hanno proposto di pensare a un soggetto in cui qualcuno dava un sacco di botte a un sacco di gente. Matteo per me è come un fratello maggiore, e senza il loro spirito punk un progetto come questo non sarebbe mai potuto esistere», racconta il regista 28enne, già autore di Il nostro ultimo e dietro la macchina da presa della terza stagione di SKAM Italia.

È possibile fare un action in Italia? Di più: è possibile fare un action che abbia anche un nucleo emotivo? A guardare La Belva (su Netflix dal 27 novembre), si direbbe di sì: «Di solito vediamo roba molto spettacolare, soprattutto quella che arriva da oltreoceano, a cui però manca qualcosa. Con Claudia De Angelis prima e Nicola Ravera poi, abbiamo pensato subito a un racconto che prevedesse un intrattenimento forte, ma anche un calore umano dei personaggi: un action europeo, con meno soldi e più anima. Che può essere ancora più interessante. Insomma, la promessa era: facciamo un film di botte, che però che arrivi anche al cuore».

Quello che le dà e le prende, La Belva del titolo, è Leonida Riva, un reduce di guerra solitario con un passato da Primo Capitano nelle Forze Speciali dell’Esercito che l’ha portato lontano dalla famiglia, almeno finché un evento tragico non cambierà all’improvviso le cose. Sul retro del suo giubbotto c’è stampato un orso, omaggio allo scorpione di Drive e a Nicolas Winding Refn: «È uno dei pochi film che restano grandi perché riesce a coniugare il genere con i sentimenti. La famosissima scena del bacio in ascensore è potente proprio perché nella stessa sequenza, e in due metri quadrati, si tocca l’apice sia di tensione che emotivo del film».

Leonida ha il volto di un Fabrizio Gifuni assolutamente inedito. «Avevo bisogno di dare una faccia a questo personaggio. E sì, ammetto che già dalla scrittura del soggetto avevo le sue foto sul cellulare, ma ancora non lo conoscevo, Poi quando è arrivato il momento di fargli leggere il copione, l’avevo mitizzato. Perché è un grande attore e perché lui, per me, era Leonida». Il timore che Fabrizio rifiutasse ovviamente c’era: «Era davvero la nostra prima e anche unica scelta. Mi serviva un attore che avesse un bisogno intrinseco come persona di rendere tutto reale, vero, non volevamo fare un film caciarone, ma raccontare una storia a cui credi, anche quando lui sta su una rampa di scale ad affrontare dieci nemici a mani nude».

Foto: Angelo Turetta

Qui Ludovico apre una parentesi: «Adesso in Italia abbiamo un problema, non c’è la voglia di prendere un attore e di cambiarlo fisicamente, si tende a cercare la faccia più vicina possibile a quello di cui il film ha bisogno. Andiamo per strada a cercare i non-attori perché hanno quella “verità”, e questo per me è un atto di pigrizia enorme da parte dei registi. Molti membri del cast vengono dalla scena teatrale: diamo più fiducia agli attori italiani che sono bravissimi. Lino Musella ad esempio era troppo giovane per fare il commissario, ma gli abbiamo gonfiato la pancia, messo le bretelle, il baffo, lo abbiamo stempiato. Lo stesso Gifuni è un interprete quasi alto borghese: lo abbiamo rasato, pompato, tatuato e lo abbiamo trasformato in quello che ci serviva. Tu cerchi l’anima di cui hai bisogno per il tuo film, poi a livello estetico hai tutte le possibilità per fare ciò che vuoi».

Lo stesso Gifuni all’inizio era un po’ spaventato dalla parte, perché è un ruolo fisico piuttosto estremo: «Fabrizio ha una trentina di battute in tutto. E lui è un attore che usa tantissimo la voce, spesso parte proprio da quello per costruire il personaggio. Noi invece abbiamo preparato Leonida in palestra, volevo centrare prima la forma del corpo. Abbiamo lavorato tanto anche sul testo, cercando sempre di asciugare, di togliere, di far parlare Leonida con le azioni e con i silenzi». Nella costruzione del protagonista è stata fondamentale anche la documentazione sulla figura del reduce di guerra italiano: «Non solo esiste poco a livello artistico, tra cinema e letteratura, ma anche a livello umano. È stato molto difficile reperire militari o ex militari che avessero voglia di parlare con noi, di raccontarci un po’ cosa significa vivere qui ed essere stati parte di quelle forze speciali. L’America accetta la guerra e accetta l’esistenza dei veterani, c’è un intero universo che li riguarda, l’Italia invece è proprio all’opposto: questi reduci sono dei fantasmi della società che vengono anche un po’ nascosti».

Foto: Angelo Turetta

Sui combattimenti ovviamente c’è stato uno studio approfondito con gli stunt, ma per Ludovico la scena più complessa è stata senza dubbio quella dell’inseguimento in macchina (vedi il video di making of in anteprima qui sotto): «Sugli scontri corpo a corpo studi le coreografie al millimetro e sai a cosa vai incontro, con le auto no. Stai ore in ufficio con le Hot Wheels a cercare di immaginare un po’ le dinamiche, poi vai sul set e la macchina non corre abbastanza. Il primo giorno abbiamo fatto il botto, subito, alla prima inquadratura, per dire», ricorda ridendo Di Martino. «Ma se sui combattimenti abbiamo dovuto sbloccare una componente emotiva e psicologica, la prima volta che Gifuni è entrato in auto era felicissimo, ha iniziato a correre come un pazzo, doveva lavorare solo sui primi piani e poi invece molte riprese le ha volute fare lui».

Leonida si muove in una città senza nome, una sorta di Gotham City italiana: «L’idea era che fosse realistica e credibile, ma che restasse indefinita. Non volevo mostrare la periferia romana dove tutti parlano romano, ci tenevo che il casting e gli attori fossero liberi: Andrea Pennacchi, che è di Padova, fa un villain del nord, e Lino Musella, che è di Napoli, interpreta questo commissario napoletano. Con Gifuni abbiamo immaginato che Leonida venisse da Livorno e dintorni, ogni tanto ha qualche scivolata in toscano perché volevo creare questa sensazione di metropoli». E, oltre a fotografia, scenografia, costumi e trucco, la ricerca delle location è stata fondamentale per costruire questa città al neon: «Cercavo dei posti inediti, che potessero calare lo spettatore in un contesto nuovo, in un racconto nuovo, in qualcosa che non avesse collegamenti con altro. Spesso riscrivevo anche le scene sulla base dei luoghi che abbiamo trovato e di cui ci siamo innamorati. E il direttore della fotografia Luca Esposito, che è giovane e viene della pubblicità, ha un modo molto innovativo di raccontare attraverso la luce, ha un occhio che non viene dal cinema che conosciamo e ha portato questo sapore un po’ straniante».

L’altra componente fondamentale del film è la colonna sonora: lo score è dei Prod by Enemies, che avevano già collaborato con Di Martino su SKAM Italia: «Ci conosciamo da una vita, siamo cresciuti nello stesso quartiere di Roma e hanno lo studio vicino a casa mia, abbiamo passato notti insieme a suonare. È stato un lavoro pazzesco, di cui sono particolarmente fiero: abbiamo iniziato a ragionare sulle musiche tre o quattro mesi prima delle riprese, perché volevo avere i brani sul set per sentirli. I Prod vengono della scena contemporanea e hip hop, lavorano con la Honiro, sono i produttori di Mostro, di Gianni Bismark, hanno lavorato con Ultimo. Nel film c’è anche un pezzo che hanno fatto con il rapper londinese Strategy Ki. Abbiamo prodotto anche qualche brano insieme, come quello di Mostro, che ha preso nome dal film». Dal punto di vista della musica edita invece ci sono canzoni dei Greta Van Fleet, dei Woodkid, dei Kaleo e chicche come In this shirt dei The Irrepressibles: «Io ascolto veramente di tutto. Da piccolo volevo fare la rockstar nella vita e forse la voglio fare ancora adesso, ho sbagliato tutto. Lavorare con la musica per me è la cosa più bella e faticosa che ci sia», spiega sorridendo Ludovico.

Foto: Elio Di Pace

Quando abbiamo fatto questa intervista, ormai più di un mese fa, La Belva doveva uscire coraggiosamente al cinema in un momento difficilissimo per l’industry, e Di Martino affermava: «Nel disastro umano e economico che stiamo subendo, mentre gli americani scappano e posticipano le loro uscite, rimaniamo noi. Ed è tostissima, perché stiamo lì ad aspettare Conte per capire se i cinema restano aperti. Ma mi piace un botto questa cosa di vedere trailer, teaser e poster di roba soltanto italiana nelle ultime settimane: Freaks Out, Diabolik, I predatori, tutti film fighissimi. C’è una speranza come collettività di guadagnare un po’ di fiducia da parte del pubblico, soprattutto dei più giovani, che magari tendono ancora a ghettizzare il cinema italiano. Se questi titoli convinceranno, magari questa cosa ce la portiamo dietro come un piccolo successo. E non solo come un momento terribile». Alla fine il dpcm ha avuto la meglio, ma La belva non ha mollato. E da oggi è su Netflix.