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Judd Apatow, 47 anni vergine

È il regista che ha riempito di "valori" i suoi film a base di ganja, sesso e cinismo. Adesso ci riprova con "Un disastro di ragazza", commedia pro-monogamia

Una foto di backstage da "Trainwreck - Un disastro di ragazza"

Una foto di backstage da "Trainwreck - Un disastro di ragazza"

Judd Apatow è nell’ufficio della sua casa di Brentwood. Tutte le superfici della stanza sono ricoperte di libri, sceneggiature, romanzi e biografie da leggere. Una confusione che è il perfetto corollario visivo delle nevrosi che lo tormentano da sempre. «Non riesco a mettere in ordine le cose», mi dice, «se qualcuno lo facesse per me, entro tre giorni sarebbe tutto come prima».

Judd Apatow è l’autore di commedie più prolifico dell’ultimo decennio. Il suo nome evoca non solo un registro comico unico (generalmente sincero e indecente), ma anche attori speciali (Seth Rogen, Jonah Hill, Melissa McCarthy) e tecniche di regia particolari (l’improvvisazione continua, che ha sperimentato per primo) e anche delle gag incredibili (vi ricordate Steve Carell che si fa depilare il petto in 40 anni vergine?). A 47 anni Apatow ha girato quattro film (40 anni vergine, Molto incinta, Funny People, Questi sono i 40) e prodotto successi come Anchorman – La leggenda di Ron Burgundy, Suxbad – Tre menti sopra il pelo, Strafumati e Le amiche della sposa e ha appena finito Trainwreck – Un disastro di ragazza con Amy Schumer. Per trovare l’ispirazione è tornato alla sua prima passione, la stand-up comedy. Quando era al college, intervistava comici come Jerry Seinfeld e Garry Shandling per la radio della scuola (queste e altre conversazioni sono raccolte nel suo libro Sick in the Head), a 20 anni apriva per il suo amico Jim Carrey e scriveva battute per Roseanne Barr (una delle più famose conduttrici americane di sempre, ndr), poi è stato una delle forze creative dietro a show di culto come The Ben Stiller Show e Freaks and Geeks e più recentemente ha aiutato Lena Dunham a sviluppare Girls. Ma se gli fate notare il suo curriculum prestigioso, lui obietterà: «È solo questione di avere i giusti collaboratori, io ho avuto la fortuna di lavorare con alcuni dei migliori talenti in circolazione».



È stato il divorzio dei tuoi genitori a spingerti verso la commedia?
Quando ero un ragazzino volevo scappare da Long Island e andare in California. Tutte le difficoltà della mia infanzia sono diventate una motivazione a lavorare duro. I miei figli non dicono mai: «Non vedo l’ora di andarmene da Brentwood», quindi non so se, avendogli dato una vita stabile, io li abbia aiutati oppure demotivati.

Com’è crescere a Long Island?
Sono nato a Woodbury, poi i miei genitori hanno divorziato e ci siamo trasferiti di fianco a Syosset. Si sono separati quando frequentavo le scuole medie, poi sono tornati insieme e dopo si sono lasciati ancora. Recentemente ho ritrovato una poesia che ho scritto a 15 anni, forse 13, mentre lavoravo come lavapiatti in un comedy club. Si intitola Divorzio, praticamente anticipa tutto quello che è successo nella mia vita. Senti qua: “La separazione è stata dolorosa e piena di lacrime, ho reagito facendo festa con gli amici, bevendo un sacco di birra e fumando marijuana. Ma forse un giorno sarò famoso, andrò in giro su una bella macchina e non me ne fregherà più niente del divorzio dei miei genitori, perché mi avrà aiutato a scrivere commedie”.

La cosa notevole è che stavi già usando i tuoi sentimenti e la tua tristezza come materiale comico.
La famiglia di Richard Pryor (comico scomparso nel 2005, ndr) gestiva un bordello, suo nonno era un pappone e, se non sbaglio, sua madre era una prostituta. Mi ricordo di aver pensato: «Anch’io vorrei aver vissuto una situazione simile».

Tuo fratello ha rielaborato diversamente, e adesso è un ebreo ortodosso e vive in Israele.
Io, lui e mia sorella siamo stati sballottati tra i nostri genitori, non siamo stati insieme abbastanza da diventare una della commedia. Ho dovuto aspettare di avere 17 anni e trasferirmi a Los Angeles per trovare gente che la pensava come me.

I tuoi primi due film, 40 anni vergine e Molto incinta, hanno avuto successo, gli altri (Funny People e Questi sono i 40) no. Forse perché non parlano di outsider e perdenti in genere?
Ho scritto film che parlano di cameratismo e immaturità, ma a un certo punto devo cominciare a parlare di paternità, mortalità e cose così. Tutti cercano un modo per essere creativi nelle diverse fasi della propria vita.

Hai sempre detto che la tua creatività è alimentata dall’essere stato il ragazzino che a scuola veniva scelto per ultimo. Oggi che hai potere e successo, è più difficile fare ridere?
Vedi, quella sensazione di essere l’ultimo della classe non se ne va mai. L’altro giorno al ristorante ho incontrato uno dei capi della Sony, che era lì con altri dirigenti. Non sapevo cosa dire, e mi sono ritrovato a gridare in modo imbarazzante: «Hey, come va?». E loro: «Ciao». «Cosa mangiate?». «Il pesce». Sono andato avanti per settimane a darmi dell’idiota!

Dopo anni in cui i tuoi show televisivi venivano cancellati, sei arrivato al successo con 40 anni vergine. Forse perché ti sei prestato di più al gioco e hai cominciato ad ascoltare i consigli?
Le mie sfuriate non hanno avuto nessun effetto, quindi ho capito che dovevo ascoltare i capi e le loro considerazioni. Su alcune ero d’accordo e su altre no, ma c’era sempre una soluzione. Ho cercato di trasformare in modo positivo le loro preoccupazioni. Mi dicevano: «Steve Carell sembra un serial killer». E io: «Forse dovremmo parlarne nel film».

Cosa ti ha riportato alla stand-up comedy?
Una volta ho intervistato i Pearl Jam e ho pensato: «Scrivi una canzone che ti fa entrare in contatto con le persone, la canti per il resto della tua vita e ogni volta hai questa sensazione di vicinanza con la gente. È una sensazione di pura gioia». Non esiste una cosa simile nel mestiere di regista. Non esiste il concerto in cui puoi fare le tue canzoni più famose. Allora ho detto a Amy Schumer: «Scrivimi delle situazioni comiche su cui io possa fare delle battute». Poi mi sono venute in mente delle cose che ho detto nei talk show e ho cominciato a mettere insieme un piccolo repertorio. Dopo sei mesi ho ritrovato anche la mia voce comica e credo di aver fatto un lavoro migliore anche nel film.

Sei diventato un promotore della comicità femminile. È una mossa studiata? Stai usando il tuo potere per abbattere le barriere?
Non l’ho fatto apposta, non mi è capitato di conoscere molti Lena Dunham o Amy Schumer maschi e rifiutarli! Non ci sono abbastanza film scritti dalle donne e interpretati dalle donne. Hanno diritto a questa possibilità. Ma, in generale, è una cosa che vivo più da fan: voglio vedere un film con Amy Schumer.

C’è un che di conservatore nel tuo modo di difendere la famiglia nei film.
A me piace la famiglia. Potrei fare un film in cui tutti sono single e nessuno piace a nessuno, ma non sarebbe così coraggioso. Non ci sono molti modi di finire un film del genere.

Si dice che tu sia uno che non sa mai come concludere una storia.
Cerco di rallentare la vita in modo da non farla finire mai e forse per questo i miei film sono lunghi almeno 15 minuti in più di quello che dovrebbero. Poi mi dico: «Cazzo, la gente sta a casa a guardare 11 episodi di Breaking Bad di seguito, io voglio i miei 15 minuti!».

Una volta hai detto che se sei un intrattenitore non basta tutto il successo del mondo per curare le ferite.
Non serve a niente. Pensi: “Quando arriverò in cima a quella collina, sarà tutto fantastico”. Poi ci arrivi e dici: «Oh, adesso devo affrontare davvero i miei problemi, perché arrivare fin qua non ha funzionato».

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di settembre.
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