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John Malkovich racconta ‘Bird Box’

Da oggi su Netflix, il nuovo film di Susanne Bier - di cui l'attore è protagonista con Sandra Bullock - ci dice molto di chi e cos’è l’essere umano oggi. Con il personaggio di Malkovich che si concede una battuta alla Trump da antologia.

John Malkovich in 'Bird Box'.

Dopo l’uscita nei cinema del Nord America la scorsa settimana, Bird Box arriva su Netflix. Un thriller horror solidissimo, forse il primo film veramente tagliato sulla forma monitor-piccolo schermo, pur rimanendo cinema. Prendendo ispirazione dal best seller geniale di John Malerman e dal nuovo sottogenere dei film post apocalittici in cui il terrore e la salvezza si annidano nell’assenza dell’uso di uno dei sensi (in A quiet place la parola, qui la vista, dopo che per anni erano stati l’udito e la sua assenza le vie di fuga), Susanne Bier percorre una storia che è fortemente politica ed emotiva, in cui un mondo devastato da suicidi di massa e contagiosi – proprio tramite lo sguardo – è stato distrutto in ogni sua struttura sociale. Ed è una famiglia, vera ma anche allargata e costruita tra le quattro pareti di un manipolo di sopravvissuti, a rappresentare la speranza, insieme a una gabbia di uccellini che rappresentano l’allarme rosso e crudele di un mondo cieco. A capo di questo gruppo un superbo John Malkovich nella parte del feroce e fragile Douglas che si concede una battuta alla Trump da antologia (“Let’s do the end of the world great again“) e che ci dice molto di chi e cos’è l’essere umano oggi.

Lei e Susanne Bier avete voluto andare in un mondo per voi sconosciuto?
Susanne è una persona affascinante, sensibile, arguta, intelligente. Era impossibile non accettare la sua proposta, è il tipo di autrice che rende anche un ruolo da comprimario prezioso. L’interazione con lei è stata speciale, ci siamo divertiti a lanciare le cose in aria e vedere come cadevano, il tutto in una collaborazione particolare, perché il nostro lavoro nel film si verifica nel momento più caotico della narrazione, quello più difficile da gestire, ma l’abbiamo affrontato senza paura, con grande libertà.

Susanne Bier sul ser di ‘Bird Box’. Photo by Merrick Morton.



Cosa l’ha affascinata di più di Bird Box?
Il fatto che ci siano due film in uno. Uno che è prima dell’arrivo nella casa, uno dopo. Uno all’aperto, complesso anche da realizzare materialmente, uno claustrofobico. Entrambi resi straordinari dallo script, ma confesso che la mia preferita non è la parte del racconto in cui ci sono io, ma quella concentrata su una Sandra Bullock incredibile, costretta a uno sforzo fisico e attoriale pazzesco. E Susanne l’ha valorizzata con una regia fuori dal comune. Ho potuto constatare la loro suprema professionalità, brillantezza, gentilezza anche nelle situazioni più difficili.

Sandra Bullock in ‘Bird Box’. Photo by Saeed Adyani.

Chi è Douglas?
Lui sente una forte responsabilità verso gli altri, pensa di avere più buon senso di quello che realmente ha, convive con un problema di alcool unito a tendenze reazionarie a volte giuste in condizioni così estreme, triste o felice che sia la cosa. Ha debolezze e fragilità che escono fuori nelle sue relazioni con gli altri, ma si capisce che anche prima di ciò che è successo al mondo le aveva. Non è un caso che si esprima su Trump nella maniera che vedrete: più che una presa di posizione, è una riflessione fin troppo lucida su ciò che siamo oggi.



A differenza di Donald, però, qui si risponde all’orrore con la voglia di fare comunità.
Credo che qui si parli del senso da dare ad essa come parola e concetto. Il libro ha qualche anno, ma con quello che ora sta succedendo in Europa e in America, diventa attualissimo. Pensiamo al Messico o al Mediterraneo, al Canada o ai paesi scandinavi, ai diversi modi di trovare una sintesi o uno scontro col diverso. Negli ultimi anni si è rivoluzionato il concetto di convivenza, ci si chiede cosa sia la comunità e se e perché sia utile: anche qui, pensateci, si è sempre divisi tra il volersi aiutare, la necessità di stare insieme e pure di ammazzarsi, non necessariamente in quest’ordine. Il mio personaggio in qualche modo rappresenta tutti coloro che sospettano del significato classico, democratico che si dà alla comunità. Ma ha anche la giusta forza e fragilità per mettersi in discussione. Magari finendo per darsi una risposta sbagliata alla domanda giusta. Anzi a più domande: cos’è vero, cos’à propaganda, chi siamo?

Sandra Bullock in ‘Bird Box’. Photo by Merrick Morton.

Con Bird Box lei conferma una tendenza a sfuggire ogni etichetta, ad accettare sfide sempre diverse.
Anche qui per seguire la propria strada è necessario farsi domande, senza pretendere di cercare risposte esaustive. Cosa ha un valore, cosa è un valore? Non parlo ovviamente di quello monetario, parlo di un mondo che ha perso la sua identità, non sa in che direzione vuole andare. Riflette, il film, molto di dove stiamo andando. E con le mie scelte provo sempre a cercare anche la mia di identità, sapendo che non saprò mai definirla fino in fondo. Ed è il motivo di questa positiva inquietudine che non mi fa mai stancare del mio lavoro.

Come sceglie i suoi film?
Non ho mai una direzione precisa, è l’istinto e l’interesse che mi suscitano le persone e le storie a spingermi a scegliere. Ho appena finito di girare un film nel freddo Arkansas, che racconta un posto di bianchi invaso dagli oppiacei e dal metadone, di teste di cazzo, con un regista molto giovane e intelligente, esordiente, alle prese con un lungometraggio molto duro. Ogni regista è diverso, da Jane Campion a Paolo Sorrentino, da Spike Jonze, che esordiva con me, a Frears, da Antonioni a Schlöndorff, da Susanne ai Coen. I ruoli sono sempre diversi e forse è questo che mi piace, andare altrove, sempre, soddisfare la mia inesauribile curiosità. Devo sentire molti stimoli, un’atmosfera di collaborazione mai conforme e conformista.

L’impressione è che per lei il cinema sia come un’amante da cui tornare periodicamente.
Forse sì, per me il cinema è l’amante e il teatro è la moglie. Ma conta poco ciò che amo, visto che sono pazzo del sassofono ma per quanto mi alleni non so suonarlo come vorrei. Diciamo che il teatro è la mia lingua madre, mentre il cinema è una lingua straniera che amo molto parlare.

A proposito di musica. Lei ha interpretato a teatro lo splendido e feroce The Music Critic. Qual è il suo rapporto con la critica?
Ho fatto dei cambiamenti allo show. Perché le critiche sono importanti, ma anche delicate come oggetto culturale. Mi piace tanto l’idea della critica musicale anche crudele che si vede nella piéce, ma è difficile da recitare perché coinvolge la sensibilità di molte persone. Il problema della critica in questi anni non va sottovalutato, perché rimane importante per gli artisti ma, con l’arrivo di internet, tende a non essere sempre all’altezza del proprio compito. La critica non deve essere amata o odiata, ma rispettata. E soprattutto tu, artista, non devi modulare su di lei o su altro le tue aspettative, perché puoi agire solo su te stesso e sul tuo lavoro. Non aspettarti che il critico ti metta 5 stelle, fattene bastare una. Non aspettarti che il pubblico venga a vederti, non lo farà, preferirà farsi i selfie con te: prendi tutto ciò che viene, senza aspettarti troppo. Non aver paura di loro, cerca di cogliere le lezioni che ti possono dare. E non è sano, peraltro, fare questo lavoro aspettandosi successo, guadagni strepitosi, folle di pubblico e critiche splendide. Lo devi fare perché lo ami. Per dare, non per ricevere.

E che musica ascolta John Malkovich?
Un momento terribile è stato quando i nostri figli hanno lasciato casa, anche per questo: attraverso loro mantenevano un filo diretto con tutte le tendenze artistiche attuali. Sono troppo vecchio per seguire le ultime uscite, non ho nessuno nel mio cerchio di frequentazioni che abbia 17 anni. Quindi a volte sui set scopro qualcosa di interessante da colleghi più giovani, ma confesso che nella mia casa difficilmente metto qualcosa che sia stato suonato e cantato oltre gli anni ’70. E ho notato che molti ragazzi fanno lo stesso.

Sarà in The New Pope. Non le chiediamo nulla sulla trama, ma sul regista sì.
Paolo Sorrentino? Scrive benissimo, ho amato tantissimo The Young Pope, i personaggi, il suo splendido senso della geografia cinematografica e umana di chi racconta, è molto divertente lavorare e parlare con lui e penso che La grande bellezza sia uno dei lavori più interessanti degli ultimi anni. È davvero un privilegio avere a che fare con lui.

A questo punto della vita com’è essere John Malkovich?
C’é una canzone portoghese che amo che dice “Nessuno è bravo come me nel far finta che la vita sia meravigliosa”.

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