Joaquin Phoenix, l’alcolismo e la satira: «Recitare significa annullarsi»

Per Gus Van Sant è diventato un vignettista ex alcolizzato e disabile. Una sigaretta in albergo con Joaquin Phoenix, per scoprire (anche) il codice del suo telefono

Quest’anno sono andata alla Berlinale solo per fare questa intervista, per cui potrei sembrare poco credibile se dico che Joaquin Phoenix è il più grande attore vivente. In Don’t Worry, il nuovo film di Gus Van Sant, lo vedrete in uno dei suoi ruoli trasformativi – un disabile con zazzerone color carota e occhiali spessi – ovvero, John Callahan, vignettista satirico ex alcolizzato che scoprirà la sua vena artistica dopo essere finito in sedia a rotelle in seguito a un incidente da sbronzo, non senza aver prima intrapreso la via della sobrietà grazie agli Alcolisti Anonimi e a una musa-infermierina. Insomma una storia di devastazione, rehab e lieto fine.

Il film di Van Sant appartiene più al suo filone mainstream alla Genio ribelle e Scoprendo Forrester che a quello diciamo “arty”, nonostante un certo stile lo- fi da documentario e inserti di animazione. Alla Berlinale, durante la conferenza stampa del film, Phoenix ha reagito, come capita spesso, con un misto di insofferenza e scazzo totale; e per fortuna io me la sono persa. Poi – poco prima che entrassi nella stanza per intervistarlo – un giornalista, più grande e navigato di me, ci ha tenuto a sfoderare il suo savoir faire per mettermi a mio agio (“Ti tocca Phoenix, eh?”, “Già”, “Tipo tosto”, “Immagino…”, “Io lo conosco, l’ho già intervistato svariate volte”, “Okay”, “Non vorrei essere nei tuoi panni”, “Grazie”, “Preparati, ti tratterà di merda”, “Va bene, sì, ho capito!”). Le cose, però, sono andate diversamente.

Phoenix – jeans, Converse, felpa blu fieramente impataccata e kefiah al collo – era preso bene, mi ha stretto la mano con un sorriso, si è acceso una sigaretta e me ne ha offerta una (in realtà ho continuato a fumare ininterrottamente solo per il gusto di fumare dentro un albergo e poter dire che Joaquin Phoenix mi offriva le sigarette) e quando ho digitato il codice per sbloccare il mio iPad e cominciare l’intervista, lui si è messo a ridere: “Ah, 1-2-3-4, come me, siamo persone che si fidano dell’umanità!”.

In Don’t Worry interpreti un disabile ex-alcolista, un po’ fuori di testa, in bilico tra depressione e vitalismo. Sei irriconoscibile nella trasformazione in John Callahan, ed è un’interpretazione struggente. Mi chiedevo: da quando hai cominciato a essere nominato agli Oscar, è cambiato il tuo modo di recitare o di scegliere i ruoli?
Be’, non ci ho mai pensato in questi termini ed è la prima volta che mi viene chiesta una cosa del genere. Se faccio un film, per me la regola numero uno è non pensare a quanndo uscirà in sala. Tutto ciò che mi interessa è quello che accade nell’immediato. Conta soltanto avere un’esperienza reale mentre sto recitando, quindi non penso alla reazione del pubblico; non recito per appagare o irritare gli spettatori, non mi chiedo se un personaggio possa apparire troppo – o troppo poco – controverso, se un ruolo sia da Oscar, se una storia possa far piangere, ridere, incazzare o entrare nel dibattito contemporaneo.

Recitare è sempre interpretare qualcun altro, ma per te c’è una differenza tra interpretare una persona realmente esistita o un personaggio finzionale?
Di base, no. Certo, magari c’è una responsabilità di tipo diverso, ma in questo caso, il film è basato sulla biografia di John Callahan e lui voleva che diventasse un film, e voleva anche che fosse Gus a girarlo, perché si conoscevano. Non so se mi sarei sentito altrettanto a mio agio a interpretare qualcuno senza che ci fosse questa volontà esplicita da parte del soggetto… No, in quel caso credo che sarebbe stato molto diverso, e non sono sicuro che l’avrei fatto.

E tu lo conoscevi, John?
No.

Il suo lavoro?
No.

In generale ti capita di leggere fumetti o strisce satiriche?
No.

Libri?
Solo per lavoro.

Tipo?
Adesso sto leggendo questo libro meraviglioso: Sogni artici.

Ho appena visto il documentario Jim & Andy su Jim Carrey e la sua interpretazione di Kaufman in Man on the Moon, ed è tutto su questa idea della personificazione totale anche fuori dal film. C’è la scena in cui i parenti si commuovono nel vederlo, come se Kaufman fosse tornato in vita. Tu come la vivi questa cosa? Qual è lo spazio che resta a un attore a quel punto?
Non credo che quando reciti puoi essere consapevole di queste barriere tra te e il tuo personaggio. Al suo livello più alto, per me recitare è un processo in cui la consapevolezza si annulla. La consapevolezza ce l’hai in tutta la fase di preparazione, quando studi, leggi libri, ti informi… Esiste un certo periodo in cui ti senti molto distante da quel personaggio e dal suo mondo, ed è quello il momento in cui fai delle scelte, prendi delle decisioni, provi a sperimentare delle cose. Ma quando poi cominci a girare, la smetti di pensare, le decisioni non sono più consapevoli, agisci e basta, e qualsiasi cosa entra a far parte del lavoro; magari sbaglio, ma almeno per me è così. Anche nella pausa pranzo, o quando torni a casa, sei circondato da quel mondo.

Questa cosa che l’alcol è una fonte di creatività mi sembra una cazzata. All’inizio può sbloccarti, ma poi ti rovina la vita

Di recente hai anche recitato nella parte di Gesù, in Maria Maddalena. C’è un ruolo che non ti sentiresti di fare?
In che senso?

Nel senso che magari rappresenta una sfida troppo grande o ambiziosa.
No.

Okay, come non detto.
Sì, ma di nuovo, si tratta di avere un’esperienza personale. Quando ho recitato nel ruolo di Gesù, non pensavo a lui come icona o figura religiosa. Era un uomo, e io dovevo avere la mia esperienza di lui come uomo. E pure lì, non è che stavo a chiedermi: “Chissà come verrà visto questo Gesù fatto da Joaquin Phoenix”. Non me ne frega niente, non recito per suscitare una reazione negli altri.

Ma ti capita mai di non riuscire ad averla, questa esperienza?
Sì, ed è orribile. Diventa tutto assurdo. E può succedere in qualsiasi momento, per qualsiasi motivo, perché l’essere umano è suggestionabile e basta un dettaglio per uscire dall’esperienza. A quel punto pensi: “Io non sono questo qui, non posso dire questa battuta, questo dialogo è ridicolo, ma che cazzo sto facendo?”. È come svegliarti nel cuore della notte e pensare: “Chi sono io? Dov’è la mia vita? Che senso ha?”. Non so se ti capita mai.

Beh, direi più o meno un giorno sì e uno no.
Ecco, insomma è quella cosa lì, una forma immediata di disconnessione esistenziale, depressione concentrata.

E che fai in quel caso?
Piango. Mi metto su una sedia e piango.

Ti ricordi di una volta particolarmente tragica in cui ti è successo?
Fammi pensare… anche durante questo film. Stavamo girando da un paio di settimane, c’era questa scena di quando lui è ricoverato in ospedale, ed era l’ultimo giorno di riprese in quella location. Insomma, mentre stavo lì ho pensato: “Oh no, cazzo, questo periodo della mia vita sta per finire! Ma non può finire. Non sono pronto”. Era come se l’esperienza per me non si fosse ancora conclusa. Poi quando abbiamo cominciato a girare una scena che non c’entrava più niente con l’ospedale, ho cominciato ad agitarmi, poi sono andato nel panico, non avevo idea di cosa stessi facendo, ero completamente perso. Così mi sono detto: “Ok, recita le tue battute e basta”, ma all’improvviso era come se fossi cosciente di tutto: la macchina da presa, l’operatore, il microfono, le luci… Quando sei dentro l’esperienza, la gente può pure farti delle espressioni demenziali a due centimetri dalla faccia e tu nemmeno le noti, ma appena esci dall’esperienza, diventa tutto evidente, pure il micro-movimento di un tizio che sta a venti metri di distanza e non ti sta minimamente cagando.

E quindi che hai fatto?
Sono andato da Gus e gli ho detto: “Non sento niente”. Cioè sentivo tutto, per cui non sentivo niente.

E lui?
Mi ha detto: “Okay, tranquillo. La rifacciamo un’altra volta”.

Questo film, di base, è una storia di redenzione. Mi sembra un concetto molto americano, quasi un mito fondativo della cultura americana, tu ci credi nel concetto di redenzione?
Sì, cazzo, eccome.

Okay.
No, aspetta, così mi fai passare per un americano bigotto fissato con la redenzione, mentre gli europei staranno lì a pensare: “Ah, ecco, che palle, un altro film americano sulla redenzione”. Ma per me questo film non è sulla redenzione, è sulla creatività. Credo che John si renda conto che la sua vera disabilità è l’alcol. Ed è l’alcol ad avergli impedito di realizzarsi. Se ne rende conto mentre è paralizzato, ma questa paralisi non riguarda invece la sua capacità di creare. Mi sembra una scoperta potente e vitale. Io amo le persone creative e amo l’atto creativo. Possono essere tante le ragioni che ci bloccano, la paura, il nostro passato, una dipendenza…

Joaquin Phoenix e Jonah Hill

A un certo punto nel film si dice – non mi ricordo esattamente le parole – che creare il caos può essere un’avventura o una forma di dipendenza. Tu dici che l’alcol rappresentava il suo blocco creativo, però l’alcol spesso è anche una fonte di creatività.
Questa cosa che l’alcol è una fonte di creatività mi sembra una cazzata.

Deve essere un retaggio europeo…
Sì, appunto. E poi la fonte della creatività è la persona stessa, se non ce l’hai dentro, non è che arriva l’alcol a crearla o tirartela fuori. John disegnava da giovane, poi è diventato un alcolizzato e non faceva più niente. Quindi magari all’inizio può pure sbloccarti, ma alla fine è soltanto una roba che ti rovina la vita.

Ho letto che anche tu hai avuto problemi di alcolismo, come li hai risolti?
Non direi che stavo messo come John. Adesso bevo di rado, perché è una cosa che può prendere il sopravvento sulla tua vita e distruggerti…

A questo punto Phoenix smette di parlare e mi guarda male. Penso: “Ecco, è arrivato il momento in cui mi tratterà di merda. Perché mi è venuto in mente di chiedergli del suo alcolismo?” Ma poi, sorprendentemente, si mette a ridere.

Che è successo?
Niente sto ripensando a quella faccenda della redenzione, mi sento un coglione. Mi fai dire ’ste frasi da predicatore.

Vabbè, dai, ora non esagerare.
Io credo davvero che John abbia trovato la sua libertà, quando è tornato sobrio.

Ehm… questa sì, era un po’ da predicatore.
Oh, guarda… è finito il tempo dell’intervista!