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Jane Fonda non ha mai smesso di lottare

L'attrice due volte premio Oscar, attivista da cinque decenni, a 82 anni è ancora disposta a mettersi in prima linea nella lotta al cambiamento climatico per il bene del pianeta. Anche su Tik Tok

Jane Fonda durante uno dei Fire Drill Friday

Foto: John Lamparski/Getty Images

In un giorno qualsiasi dello scorso inverno, Jane Fonda sbuca da una saletta laterale e osserva la platea composta da quelle celebrity e attivisti hollywoodiani che i trumpiani detestano. La chioma bionda che – ebbe a dire qualcuno – avrebbe bisogno di un agente personale è semplicemente impeccabile, la sua camicia bianca all’ultima moda. In braccio tiene il suo cane da borsetta, Tulea. Siamo al Wing, uno spazio professionale riservato alle donne, per un dibattito sulla crisi climatica in corso. Tulea sembra non figurare tra i relatori. Fonda la lascia dunque nelle mani di un’amica e si accomoda su uno sgabello accanto all’ambientalista Lauren Davis. Le oltre 500 donne presenti (più quattro uomini) le tributano un’ovazione. Fonda sorride, e poi fa l’esatto contrario di quel che ti aspetti dalla star-tipo: inizia a snocciolare la sua conoscenza reale sull’argomento in questione.

«Sono sempre più preoccupata perché le cose hanno iniziato a deteriorarsi nel profondo», attacca Fonda, già vincitrice di due premi Oscar. Quindi intavola una convincente riflessione sul taglio delle emissioni del 50 percento nel corso dei prossimi dieci anni, perché: be’, non abbiamo nessun’altra scelta. E se non lo facciamo? «Ci saranno altri 200 milioni di profughi climatici». Fa una pausa. «E l’attuale programma di governo sull’immigrazione impedisce a qualunque nuovo migrante di entrare nel Paese. Quando stasera tornerete a casa, mettetevi sul letto e provate a pensare cosa significa tutto questo».

Fonda è un’attivista da cinquant’anni, da quando ha preso direttamente parte al movimento anti-Vietnam. Nei decenni successivi, si è impegnata per i diritti sessuali e riproduttivi delle donne, si è schierata contro la guerra in Iraq, ha affiancato i nativi americani nelle manifestazioni di protesta nella riserva di Standing Rock. Tutto è iniziato quando viveva a Parigi negli anni ’60, insoddisfatta della sua vita da mogliettina del regista donnaiolo Roger Vadim. Non sapeva quasi nulla della guerra del Vietnam, ma ciò che vide la sconvolse. Perciò lesse The Village of Ben Suc di Jonathan Schell, un reportage sulla distruzione di un villaggio vietnamita da parte delle truppe americane. Ciò la portò all’attivismo a tempo pieno. Fonda si ritrovò prima nelle basi americane, a parlare con i soldati che si opponevano alla guerra; e poi nel Vietnam del Nord, dove le sue due settimane di fruttuoso impegno furono offuscate dal nomignolo Hanoi Jane, attribuitole dopo che tutti videro la foto in cui la star sorrideva seduta su un cannone antiaereo nordvietnamita. Fonda fu bollata come traditrice, con i conservatori pronti a portarla in tribunale.

Il suo iter verso l’ambientalismo è stato simile. Dice che la spinta è arrivata dal libro On Fire: The (Burning) Case for a Green New Deal dell’amica Naomi Klein, la cui lettura l’ha lasciata, ancora una volta, sotto choc. «Non ci sono più due versioni di questa storia», dice Fonda alle donne che la ascoltano in silenzio. «Il 97 percento degli esperti di clima concorda sul fatto che siamo di fronte a una potenziale catastrofe. Ma c’è ancora la speranza di poter fare qualcosa».

Foto: Yana Yatsuk per Rolling Stone

Fonda ha una passione per i gesti eclatanti – vedi il suo viaggio a Hanoi –, perciò ha voluto accanto a sé in questa lotta la sua amica Annie Leonard, direttore di Greenpeace. Jane, oggi 82enne, le aveva proposto di campeggiare per un anno di fronte alla Casa Bianca. Leonard ha gentilmente declinato l’invito, ma ha continuato a lavorare con Fonda in un’altra direzione. Ispirata dai Fridays for Future di Greta Thunberg, Fonda ha lanciato l’idea dei Fire Drill Fridays, raduni fissi in cui gli attivisti avrebbero protestato, di volta in volta, contro un diverso pericolo climatico – dalle nuove licenze sui combustibili fossili all’aumento della plastica negli oceani – e che avrebbero portato a veri e propri atti di disobbedienza civile. Fonda si è comprata un elegante cappotto rosso, così da diventare il faro di queste cosiddette “esercitazioni antincendio”. «È l’ultimo capo di abbigliamento che acquisterò in vita mia», mi ha confessato. «Ad eccezione della biancheria intima, si capisce».

Ciò che era partito come una piccola protesta si è trasformato in pochi mesi in un fenomeno a tutti gli effetti. Ai nuovi arrivati, Jane diceva di fare un pranzo sostanzioso: in caso di arresto, nessuno avrebbe potuto prevedere quanto sarebbe rimasto dietro le sbarre. Fonda è stata arrestata cinque volte – «Le nuove manette di plastica sono molto più scomode di quelle di un tempo» – e si è ritrovata a condividere la cella con persone di qualsiasi estrazione sociale e spesso con un terzo dei suoi anni. In breve tempo, colleghi celebri come Joaquin Phoenix si sono uniti alla lotta. Che ha portato Fonda sull’orlo della depressione. «Ma, nell’esatto istante in cui sono arrivata a Washington D.C. e ho visto tutti quei giovani attivisti, alcuni di loro di 13 anni appena, l’ansia e la depressione sono svanite di colpo», rivela. «Fino a quel momento, non avevo capito così bene quanto questa lotta mi stesse a cuore».

Dopo il dibattito, Fonda torna ad accarezzare Tulea, seduta su una soffice poltroncina bianca con vista su Santa Monica Boulevard. Vorrei concederle un momento di pausa, ma lei si ributta a capofitto nella conversazione. Non riesco a capire se Jane stia scherzando, quando mi racconta di aver chiesto al direttore dei contenuti di Netflix Ted Sarandos di rinviare le riprese dell’ultima stagione di Grace and Frankie, la serie in cui divide la scena con Lily Tomlin, per permetterle di dedicarsi alla sua battaglia ambientalista. «Ha risposto che i contratti erano già stati firmati», taglia corto Fonda. Poi fa un sorriso. «Ora sono tornata a L.A. e il lavoro è lo stesso di sempre, riprenderò i miei impegni. Ma continuerò a marciare, anche per non ricadere in depressione».

L’attivismo di Fonda non è generico: lavora per attuare cambiamenti specifici. Alla fine della settimana in cui ci siamo incontrati, avrebbe incontrato il Governatore della California Gavin Newsom, per discutere il divieto di fracking (la fratturazione idraulica, ndt) e la chiusura dei pozzi petroliferi che distano meno di 700 metri dalle abitazioni. Si sta anche facendo portavoce del blocco delle ricerche su nuovi combustibili fossili: anche se la California sarà la prima a perdere il vizio della benzina, riflette, non sarà comunque una vittoria, se lo Stato continuerà a vendere il petrolio ai Paesi in via di sviluppo o a convertirlo in nuova plastica con cui produrre bottiglie per le bibite. «Exxon di recente ha annunciato: “Il nostro futuro è nella plastica”», osserva Fonda. «Se leggeste quello che ho letto io a proposito di quello che la plastica sta provocando negli oceani, probabilmente non riuscireste più a dormire».

Nonostante la sua carriera leggendaria, Fonda ha più di una volta confessato il suo bisogno di approvazione maschile, a cominciare da quella del padre, Henry Fonda, e arrivando ai suoi tre mariti, tra cui il tycoon Ted Turner e l’attivista Tom Hayden. «Oggi sento di essermi liberata degli uomini della mia vita», ammette Fonda, anche se spesso si ritrova a pensare: «Che cosa avrebbe detto Tom dei Fire Drill Fridays?». Rispetto alla sua età e al suo genere sessuale, invece, Fonda ha una risposta tagliente. «In questi quattro mesi, ho realizzato che due terzi dei manifestanti erano donne. E che queste donne tendevano ad essere piuttosto in là con gli anni. Noi donne di una certa età che cazzo abbiamo da perdere?». Ribadisce che, quando l’esperienza di Grace and Frankie sarà conclusa, si prenderà due anni di pausa dalla recitazione per dedicarsi solo alla battaglia per il clima. «Avrò quasi 84 anni. A quel punto, non so che ruoli potrebbero propormi, magari non lavorerò più. Chissà».

Ricordo a Fonda che aveva definito il 1968, anno dell’offensiva del Têt e degli omicidi di Martin Luther King Jr. e Bobby Kennedy, “apocalittico”. Userebbe lo stesso aggettivo per il momento che stiamo vivendo? Fonda risponde in modo puro e semplice, il che non è nella sua natura. «Adesso è molto peggio», dice. «Quello a cui stiamo assistendo non era mai capitato prima. L’umanità non ha mai dovuto fronteggiare una catastrofe globale simile».

Foto: Yana Yatsuk per Rolling Stone



Qualche giorno dopo, sotto quel perfetto sole losangelino che convincerebbe chiunque del fatto che nel mondo va tutto bene, Fonda è fuori dal Municipio nel suo cappotto rosso, e con un cappello rosso sulla testa. Abbraccia il 97enne Norman Lear e poi saluta Joaquin Phoenix, arrivato per il primo California Fire Drill Friday. Inizia a parlare su uno sfondo di manifesti anti-fracking e anti-combustibili fossili, mentre un ragazzo alza un cartello con scritto “Hanoi Jane Lock Her Up” (“Hanoi Jane in galera”, ndt). Fonda non lo vede o fa finta di non vederlo. La sua voce trema dall’emozione.

«Oddio, mi guardo attorno e vedo un sacco di persone che adoro», dice. Ma il sentimentalismo dura poco. Va dritta al punto: la California deve porsi in prima linea sul tema del cambiamento climatico. «Possiamo mettere i pannelli solari in tutto il mondo. Ma, se permettiamo alle aziende di combustibili fossili di continuare con le loro trivellazioni, annulleremo tutti i risultati raggiunti grazie all’energia rinnovabile». Quindi si mette a capo della marcia verso il Maverick Natural Resources, che gestisce moltissimi pozzi petroliferi californiani. Il corteo occupa l’atrio dell’edificio e Fonda proclama: «Siamo qui per mandare un messaggio alle istituzioni della California: le nostre comunità vengono prima delle aziende di combustibili fossili».

Tra marce e discorsi, le chiedo che cosa la spinge a continuare nella protesta nonostante Trump, gli anni che avanzano e i milioni di dollari investiti dalle grandi società per fermare il progresso. «Devi solo andare avanti. È divertente ripensare a tutti quelli che mi volevano morta», confessa Fonda con un sorriso malizioso. «Alle persone che hanno promosso provvedimenti perché non mettessi piede nei loro Stati, a Nixon che mi voleva processare per tradimento. Dove sono adesso?». Punta il dito come se stesse dando un ordine. «Il mio è un atto di fede».

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