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James Corden, l’istancabile

Il conduttore del 'Late Late Show' ha conquistato gli states con uno show umile ed esilarante, e i suoi sketch con le star di Hollywood - vedi alla voce 'Carpool Karaoke' - hanno fatto il giro del mondo. L'abbiamo intervistato per 'Peter Rabbit', il film a cui ha prestato la voce.

James Corden è atterrato a Londra da meno di ventiquattro ore e si è già precipitato in un teatro del West End. Anche perché, sul palco, c’era uno dei suoi idoli. «Ieri sera sono andato a vedere Network, lo spettacolo interpretato da Bryan Cranston, di cui sono fan dai tempi di Breaking Bad», racconta il 39enne attore e conduttore britannico davanti a un caffè, ricordandoci che Cranston lo ha anche sostituito alla guida del Late Late Show, a dicembre, nei giorni successivi alla nascita di sua figlia.

«Ci siamo conosciuti circa un decennio fa, in un ristorante di Los Angeles. Lo vidi seduto a pranzo con sua moglie e andai a presentarmi e a congratularmi con lui. Il suo spettacolo è geniale, potrei discuterne per ore». Fa una pausa, poi sorride e mette le mani avanti: «Ma non voglio farvi perdere tempo, quindi parliamo d’altro!». Nato e cresciuto in Inghilterra, da 4 anni vive negli Stati Uniti insieme alla moglie, la produttrice tv Julia Carey (con cui è sposato da 5 anni), e ai loro tre figli (oltre alla neonata Charlotte ci sono Max, 6 anni, e Carey, 3).

Nella Città degli Angeli Corden conduce e co-produce dal 2015, quattro sere a settimana, uno dei talk show più amati degli ultimi anni, sia dal pubblico che dalla critica (ad oggi il suo Late Late Show vanta 4 nomination agli Emmy). È a Londra solo per un paio di giorni per promuovere Peter Rabbit, la commedia per famiglie che unisce live action e CG (ora in sala), nella cui versione originale Corden presta la voce al dispettoso coniglietto del titolo.

Dove trova il tempo per fare tutto? Lui sminuisce: «Non mi sentirete mai brontolare per la stanchezza, perché la vita mi sta regalando così tante opportunità fantastiche che mi sentirei un ingrato a lamentarmi. Sono cresciuto in un paesino, ad Hazlemere, nel Buckinghamshire, un posto dove è difficile sognare in grande. Tutto questo è un privilegio, ancora stento a crederci», esclama sgranando gli occhi. Quando torna in Inghilterra le persone lo accolgono con calore e celebrano con lui i suoi successi: «Persino gli autisti dei taxi mi fanno mille domande sugli ospiti del programma, sono curiosi. È bello sentire tanto affetto, mi emoziono. Anche perché, nonostante non abiti più qui, questo Paese rappresenta la mia casa. Non do nulla di tutto ciò per scontato, sono fiero e grato».

Soprattutto, umile. Mentre parla del Late Late Show, il conduttore cita i membri del suo team, spiegando che sono fondamentali per la riuscita del programma: «Ci sono 130 persone che lavorano duramente ogni settimana insieme a me, io sono solo uno dei tanti. Il nostro obiettivo è fare qualcosa di originale e inedito, che gli spettatori non abbiano visto finora in televisione». E attacca a spiegarci i meccanismi che hanno portato alla creazione di trovate geniali come il Carpool Karaoke o degli innumerevoli sketch comici che lo vedono protagonista insieme al gotha di Hollywood.

«Di solito mi ritrovo insieme agli autori dello show, otto in totale, per pianificare i futuri ospiti. La parte che preferisco è quando possiamo creare delle gag con gli attori che ci vengono a trovare in studio. Prendiamo Jamie Dornan, che a febbraio è venuto a presentare 50 Sfumature di Rosso. Uno degli sceneggiatori ha avuto l’intuizione geniale di ricreare una delle scene del primo film della trilogia, quella in cui Christian Grey mostra ad Anastasia la Stanza Rossa. Solo che, nella nostra versione, ci sono io che faccio entrare Jamie in una stanza dalle atmosfere… ben diverse» dice scoppiando a ridere.

«Se non ve la ricordate, andate a cercare il video su YouTube. È esilarante!». Considerato il background da attore (ha debuttato a 18 anni con un musical, facendosi conoscere in seguito con la serie Fat Friends e la sit-com Gavin & Stacey, di cui era anche autore), è naturale che ogni tanto gli manchi la possibilità di recitare davanti ad un pubblico. «Quando accetto un ruolo si tratta soprattutto di una scelta egoistica, per certi aspetti, perché mi piace lavorare insieme ai registi per dare vita ad un personaggio» spiega lui, che a giugno vedremo al fianco di Sandra Bullock e del resto del cast, tutto al femminile, dell’atteso Ocean’s 8.

Tra intervistare e farsi intervistare cosa preferisce? «Ah, di sicuro la seconda, c’è meno ansia da prestazione. In generale, però, quello che conta di più è il poter avere una conversazione interessante con qualcuno, da un lato o dall’altro della telecamera». I motivi che lo hanno spinto a doppiare Peter Rabbit risalgono all’infanzia: «Da piccolo amavo molto i libri di Beatrix Potter, incentrati sugli esilaranti scontri tra Peter e il signor McGregor, proprietario dell’orto in cui il coniglio e i suoi amici vanno a rubare ogni giorno frutta e verdura. Non è il primo personaggio animato a cui presto la voce, perciò i miei figli ci sono abituati. Vorrei che iniziassero a guardarmi con occhi pieni di ammirazione, ma in realtà non gliene frega niente» dice alzando le spalle.

È convinto che questa storia acquisisca un significato particolare, nell’America di Trump: «Il nostro film parla della natura umana, nonché di accettazione del prossimo e di chiunque abbia dei bisogni diversi dai nostri. McGregor fa di tutto per ostacolare i conigli, dando il via ad una vera e propria battaglia. Il messaggio che vorrei fosse recepito dal pubblico è che, se accettiamo le differenze altrui e siamo pronti all’ascolto e alla comprensione, senza innalzare muri, il mondo sarà un posto migliore. Lasciamoci ispirare da questi personaggi, hanno un paio di cose da insegnarci».

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