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L’intervista a Sylvester Stallone, tornato al cinema con “Creed”

Con un Golden Globe in saccoccia e un'altra candidatura agli Oscar, rimasta tale, il nostro Rocky resta uno di quelli che non ha mai smesso di lottare

Sono passati quarant’anni, da quando Sylvester Gardenzio Stallone ha esemplificato il classico American Dream, scrivendo, presentando, e recitando (contro il pronostico di tutti) in Rocky Balboa come attore protagonista e venendo nominato come miglior attore e come miglior sceneggiatura agli Oscar 1976. Lo stesso film che venne nominato a 10 Oscar e che vinse come Best film, battendo Network, Tutti gli Uomini del Presidente e Taxi Driver di un certo Scorsese con un certo De Niro. Da lì parte una carriera mostruosa, da dove nasce anche Rambo, Cobra, Judge Dredd, Demolition Man, Cliffhanger, Assassins fino ad arrivare all’ultimissima saga dei I Mercenari. Una carriera che copre ben 45 anni di storia. Flashback allo scorso gennaio. È la sera dei Golden Globe, la sera in cui verranno assegnati i premi ai miglior attori, e fra questi ce ne sono alcuni che sono miti ed icone della tv e del cinema, gente che con il proprio lavoro, creatività e dedizione hanno cambiato la storia del cinema. È il caso del nostro Sylvester Stallone, deriso e non considerato all’inizio della propria carriera, un passato anche da attore porno per non fare la fame (dotatisssimo!), uno che chiaramente andava contro corrente.

Per quanto riguarda le nominations dei best supporting actors ci sono: il mio idolo Sly, Michael Shannon (Take Shelter, The Iceman), Idris Elba (The Wire e tanti altri film, ultimo dei quali Beast of No Nation), Mark Rylance (pupillo di Spielberger) e Paul Dano (12 Anni Schiavo e Love & Mercy,geniale, creativo e dedicato). Passando pochi secondi e il presentatore apre la busta…«E il vincitore del Golden Globe per supporting actor è … SILVERSTER fucking STALLONE aka The Italian STALLION!».

Entro immediatamente nel personaggio e mi alzo sul divano, faccio finta di essere sul ring, tiro qualche gancio e uppercut e sollevo le braccia a mo’ di Rocky, intonando Gonna Fly Now: tara-taaa, tara-taaa, tara-ratarara, tataratatatarartatata tata! culminante di archi, trombe e violini, stessa scena di quando Rocky fa l’allenamento per le strade di Filadelfia, fino a salire i Rocky Steps del Museo d’Arte. Felicissimo per lui, per tutto quello che ha fatto e dovuto sopportare in quest’industria, alla quale, ha contribuito, oltre che creativametne, anche in maniera “business” visto che è lui il genio finanziario che ha aggiunto uno show in piu’ al cinema, riducendo la lunghezza del film in 75 minuti, invece che 90, in modo da recuperare quei 15 minuti e aggiungere un’altra proiezione serale. Lui, Rocky, lui Sly, lui, John Rambo, sempre lui…

Altro motivo per cui adoro Stallone, è la sua frase, la famosa «YO, ADRIAN. ADRIAN … WE DID IT» (che in italiano è poi diventato “Ce l’ho fattaaaa”), quella frase che mi fa puntualmente commuovere ogni volta che la sento. Classica, storica, da Guinnes book of Records se volete, usate da Stallone in tutti i Rocky, tranne negli ultimi, perché Adriana, muore in Rocky V. Lo so che voi vedete i film tradotti e doppiati – anche se credo che Adriana in italiano sia sempre… Adriana – ma quella voce viscerale che sale dall’unico posto dove ti nascondi quando hai paura di affrontare te stesso è inconfondibile, bruta, nasale e cavernosa quanto vuoi ma è la sua firma, the money signature. Ogni attore ce l’ha, vedi I’ll be back di Schwarzenegger, yippee-ki-yay-mothefucker di Bruce Willis in Die Hard o shaken, not stirred di 007, Sean Connery voglio dire. Sì, Sean fucking Connery.

Eccoci a noi, al settimo capitolo sulla vita del pugile italo-americano nei cinema a gennaio 2016 e intitolato Creed. Protagonista di questa nuova pellicola è Adonis Creed (Michael B.Jordan) nipote del più celebre Apollo Creed-Carl Weathers con cui Rocky aveva combattuto in Rocky I e Rocky II e che morì all’età di 42 anni in Rocky IV durante il combattimento contro il pugile russo Ivan Drago che fu poi successivamente sconfitto dallo stesso Rocky in un incontro memorabile. Basta cosi, Sly entra nella sala stampa, in quel storico di Filadelfia, e si comincia.

La locandina di "Creed" al cinema dal 14 gennaio 2016

La locandina di “Creed” al cinema dal 14 gennaio 2016

 

È stato il regista Ryan Coogler a proporti la storia. Qual è stata la tua prima reazione?
Ho pensato che fosse fuori di testa! Per me la storia era finita, ero molto contento di aver lasciato Rocky Balboa in quel modo, salutando il suo pubblico e gli spettatori, mi sembrava il commiato giusto, un finale che lasciava tutti contenti. Poi dopo 7 anni si presenta questo ragazzino e mi chiede se possiamo farlo risorgere. La mia risposta è stata una sola: «No, mai e poi mai. No». Poi ha iniziato a raccontarmi la storia e mi ritrovo Rocky fuori dal ring che deve affrontare la battaglia più dura della sua vita, senza neanche sapere se ce la farà. Ero sbalordito. Ryan continuava a ripetermi quanto fosse fan dei miei film, e mi ha pregato di pensarci su. Mi ha anche detto che sapeva che inizialmente avrei rifiutato, che fa parte della natura umana avere la mia stessa reazione quando ci si trova di fronte ad un’idea radicale. Voleva anche fare Creed come omaggio a suo padre, che era un mio grande ammiratore e che in quel periodo era molto malato.

il regista ci ha messo due anni a convincermi

Come ti ha convinto?
Con la sua perseveranza, ci ha messo due anni. Nel frattempo gira Fruitvale Station, il suo primo lungometraggio, che riceve un sacco di attenzione e vince parecchi premi. Nonostante le varie offerte per girare altri film, continua a rimanere in contatto con me e continua a insistere per Creed. A quel punto entra in scena mia moglie Jennifer, facendomi notare quanto Ryan sia motivato da passione vera, non dettata dai soldi, o dal ego. Ed è vero, Ryan è una persona sensibile, molto emotiva ma estremamente determinata, in qualche modo mi ricorda come ero io alla sua età. Mi sono detto che forse dovevo dargli una chance, anch’io sono stato aiutato da qualcuno, era arrivato il momento di ricambiare il favore.

Come hai reso Michael B. Jordan credibile nel ruolo?
È un bravo attore, ma non aveva capito che quando si fa un film di questo genere, bisogna prendere parecchi cazzotti “veri”, sul serio. È rimasto un po’ interdetto quando gli ho detto che era necessario avere una scena dove prendi almeno un pugno in faccia, dove si vede che ti menano, al rallentatore, fondamentale per rendere il film il più vero possibile. Gli dissi che c’è in tutti i Rocky, che ne ho fatte tante anch’io. A quel punto ha accettato senza problemi, e quindi ho chiamato Tony Bomber Bellew, pugile professionista, abbastanza grosso e potente, alto più di un 1 metro e 90. Mike si preprara, ACTION…3, 2, 1… Bang! Riceve in faccia un cazzotto tremendo e crolla svenuto con la faccia per terra, di sicuro ha visto le stelle. La scena era perfetta, e come si fa sempre, chiedo al regista se gli va bene. Ryan, in preda al panico, spaventatissimo mi dice: «La possiamo rifare? Ho avuto un problema con la cinepresa». Povero Mike! Era ancora mezzo rincoglionito e si è dovuto prendere un altro cazzotto. È stato incredibile!

in tutti i Rocky c’è una scena in cui ti menano al rallentatore


E il training?
Mike era già in forma, passa parecchie ore in palestra tutti i giorni, ma Ryan ha insistito per farlo allenare in una piccola palestra di Filadelfia, dove aveva scoperto un gruppo di pugili velocissimi. Di base Mike ha fatto un training molto simile a quello fatto allora da Carl Weathers, mio primo avversario. Carl non solo era un attore fantastico, ma anche un atleta formidabile, ha fatto cose che la maggior parte degli attori non fanno. Dolph Lundgren era un bravo atleta, anche Mister T, ma nessuno era come Carl. Mike gioca molto a pallacanestro, è molto bravo, con zero ricorsa salta più di un metro, è stato capace di trasportare questo suo atleticismo sul ring. È stato un processo lungo, si è preparato un anno, non ha mai mollato.

L’hanno prossimo è il 40esimo anniversario di Rocky? Come hai deciso di scrivere la storia?
Ho iniziato a scrivere nel 1969, perché nonostante facessi parecchi audizioni non riuscivo a trovare lavoro come attore. Ho scritto la sceneggiatura di Taverna Paradiso, ed ero talmente squattrinato che l’ho venduta per 100 dollari! Visto che i pochi ruoli che mi offrivano erano solo da delinquente e comparsate, ho pensato che avrei potuto scrivere la storia di un duro, uno di strada non troppo intelligente ma con tanto cuore, generoso. Visto il mio background italiano, ho pensato a uno come Rocky Marciano e ho cominciato a scrivere. Dopo tre giorni avevo scritto la bozza generale della storia, non tutto filava bene, ma avevo inizio e fine.

È vero che molti attrori famosi erano interessati a Rocky?
Sì, tantissimi. Burt Reynolds che a quei tempi era una delle star più importanti di Hollywood, oltre ad essere un giocatore di football straordinario. Poi Ryan O’Neal che amava la box, l’ho visto in azione sul ring con Joe Frazier, pazzesco. Anche Jimmy Caan e Nick Nolte, tutti potenziali candidati, probabilmente sarebbero stati bravissimi, è stato un miracolo che sul ring ci sono finito io.

Hai dei ruoli che ti sei pentito di aver rifiutato?
Tornando a casa del regista Hal Ashby, con cui tutti hanno vinto un Oscar, ho rifiutato Witness – Il testimone, perchè non avevo mai avuto una fidanzata Amish! Meglio così, perchè Harrison Ford è fantastico nel film. Ho scelto di fare Nick lo scatenato invece che All’ Inseguimento della Pietra Verde, perchè ho sempre amato Dolly Parton, e Michale Douglas s’è fatto una carriera con quel ruolo. Più che essermi pentito di aver rifiutato certi ruoli, mi pento di tutti quelli che avrei voluto fare ma che non mi hanno mai proposto!.

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