Il potere di Jane Campion e di Benedict Cumberbatch | Rolling Stone Italia
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Il potere di Jane Campion e di Benedict Cumberbatch

La signora neozelandese del cinema e l'attore british più cool, insieme per un post-western da camera che punta dritto agli Oscar. Li abbiamo incontrati a Venezia 78, dove 'Il potere del cane' ha vinto il Leone d'argento per la regia

Benedict Cumberbatch nel 'Potere del cane'

Foto: Netflix


La signora neozelandese del grande schermo dai lunghi capelli bianchi e l’attore british più cool e dal nome più impronunciabile dello showbiz. Prima del Potere del cane (su Netflix dal 1° dicembre) Jane Campion mancava dal cinema da 12 anni (precisamente dal biopic su John Keats, Bright Star, in mezzo c’è stata la miniserie Top of the Lake) e Benedict Cumberbatch un ruolo così clamoroso non l’aveva mai avuto (Academy, fai quel che devi. Please). Immaginate il primo incontro tra la Regista con la R più maiuscola che si possa immaginare e uno dei talenti attoriali più esagerati in attività. Anzi no, ce lo hanno raccontato direttamente loro sulla terrazza dell’Excelsior a Venezia 78 (dove lei poi si è portata a casa il Leone d’argento per la miglior regia).

Prima cosa da sapere: Cumberbatch era terrorizzato. «Stavo promuovendo un film degli Avengers, ero in giro con la mia famiglia, ero rilassato e mi divertivo molto. Poi è arrivato questo nuovo progetto enorme. Un’icona del cinema, un’incredibile forza creativa femminile mi si è presentata davanti con uno zainetto in spalla: ”Ehi, ciao”, mi ha detto», spiega l’attore mentre sorseggia signorilmente il suo tè guardando l’orizzonte e togliendosi le espadrillas. «Abbiamo parlato, riso, è stato surreale. E alla fine mi ha mostrato un lookbook che riassumeva come voleva rendere visivamente la narrazione. Erano fotografie straordinarie di mani di rancheri, e c’erano una sensibilità e una sensualità che dovevano emergere. A quel punto ho azzardato: “È fantastico, quindi lo facciamo?”. Perché io pensavo di essere ancora nel bel mezzo di un’audizione… E lei mi ha risposto: “Sì, volevo solo incontrare il mio Phil”».

Campion rilancia: «Ho amato il lavoro di Benedict fin dall’adattamento di Parade’s End di Ford Madox Ford, ho sempre pensato che fosse un attore incredibile. E che livello di intimità riesce a raggiungere con lo spettatore, ti fa davvero entrare. Poi ho visto Patrick Melrose e ho pensato: “Wow, pazzesco”. Era sulla mia lista da sempre. E il fatto che non fosse americano, be’, mi sono davvero fidata del suo talento per l’accento e la mimica. È straordinario, e ho scoperto che era pure interessato al ruolo. Era davvero il mio Phil».

Benedict Cumberbatch in ‘The Power of the Dog’ di Jane Campion. Foto: Netflix

Il potere del cane è un post-western («anche gli stessi cowboy citano i cowboy», precisa Jane) psicologico girato dalla prima Palma d’oro donna della Storia e seconda mai nominata come regista agli Oscar (in entrambi i casi per Lezioni di piano), sì, ma non è un modo per ribaltare i cliché: «Penso sia una felice coincidenza, ho amato il libro di Thomas Savage», sottolinea Campion. «E poi: è davvero un western? È sicuramente un intenso dramma da camera, l’approccio è quello opposto dei western che sono tutti mascolinità e spari. Qui abbiamo a che fare con personaggi molto più nascosti e complessi». Se c’è una frontiera ideale qui è quella del mito machista dell’autodeterminazione tutto americano che piega e spezza anche e soprattutto chi finge di padroneggiarlo alla perfezione.

Come Phil Burbank, appunto, proprietario rabbioso e temuto del più grande ranch del Montana insieme al fratello George (Jesse Plemons), che è gentile e aperto quanto l’altro è sgradevole e omofobo. «C’è così tanta profondità mentre la storia si dipana, di Phil non comprendiamo nulla sin quasi alla fine, all’inizio ci sembra solo uno stronzo». E per prepararsi a un ruolo così fisico Cumberbatch aveva bisogno di immergersi totalmente in quel mondo: «Dovevo capire a fondo com’è lavorare con gli animali, sporcarmi le mani, letteralmente. Stare in un ranch, cavalcare, imparare a intrecciare e trattare la pelle di vitello, commerciare il ferro, suonare il banjo. Lui è brillante in tutto. E la sua destrezza e sensualità per me contavano tanto quanto la sua brutalità, la sua forza, la sua mascolinità». Così l’attore è andato in Montana per qualche settimana: «C’era un cowboy formidabile, dei vecchi tempi. Mi svegliavo quando il sole entrava dalla finestra, scrivevo tanto, lavoravo parecchio con la mandria. Ma il libro di Savage, un’opera fenomenale, era sempre qualcosa a cui tornavo, leggevo anche periodici e libri di storia sulla spedizione Clarke e sulla politica di quell’epoca». Alla fine l’attore è partito per la Nuova Zelanda, dove è stato girato il film: «Abbiamo fatto circa due settimane di prove con la troupe e ho fatto anche un lavoro più psicologico: è stata come una sorta di terapia tra me e il personaggio, rispondevo alle domande nei suoi panni. E poi piano piano ho messo tutti questi elementi insieme».

Pure per Campion l’incontro con il romanzo di Thomas Savage è stato fulminante: «Dopo l’esperienza di Top of the Lake, che è stata incredibile ma mi ha anche prosciugato, ho iniziato a ricordarmi quanto fosse bello fare film di due ore», ride. «E poi mi sono davvero innamorata del libro, è come se avesse attivato un motore nel mio corpo. Ma avevo anche molta paura e ansia, perché è una storia così grande e stratificata: ricordo che mi sembrava di stare seduta su un burrone, facevo strani sogni…». E anche in aiuto di Jane è arrivata questa sorta di terapia: «Volevo essere la persona giusta per fare il film, spesso ti devi allenare per diventarlo, e alla fine mi sono convinta che era un po’ discorso psichico, come nella storia. E allora ho fatto qualcosa che non avrei mai pensato da giovane, quando parlavo con i miei amici filmmaker terrorizzati dal subconscio: ho lavorato con una specialista dei sogni, Kim Gillingham, una terapista junghiana che si è formata con Marion Woodman e Sandra Seacat, una celebre actor coach di Metodo. Lei ha letto la sceneggiatura, mi ha messo a dormire, ed è come se lei avesse facilitato la relazione tra me, i personaggi e lo script, mi chiedeva: “Che cosa direbbe Phil a te, Jane, rispetto a quello che devi fare? Sei preoccupata di non essere la persona giusta…”. E io parlavo come fossi Phil: “Deve togliersi quella fissa dalla testa e prepararsi a lavorare.” La migliore esperienza della mia vita».

Campion e Cumberbatch hanno fatto un lavoro impressionante sul protagonista, che passa dalle texture (le pelli che intreccia, i suoi pantaloni), fino ai suoni e ai rumori che produce: il passo pensate dei suoi stivali con gli speroni, il banjo e QUEL fischio: «È stata una grossa parte del lavoro per me: è un modo per far sentire sentire la sua presenza, è un’arma per essere riconosciuto nel mondo, per avere il controllo», spiega Cumberbatch, che sul set non ha mai parlato con Kirsten Dunst (alias Rose, la neo-moglie del fratello George, che scombina tutti gli equilibri nel ranch): «È stato utile per entrambi perché andiamo molto, molto d’accordo! Ma sono uno che si scusa sempre, che ama le persone, e Phil non è nessuna di queste cose, dovevo diventare lui. Non dovevo preoccuparmi di quello che la gente pensava di me. Quindi, quando Jane mi ha presentato alla troupe ha detto: “Ecco Phil. Se incontrate Benedict alla fine delle riprese, vi accorgerete che è davvero adorabile, ma lui è Phil”. Questo mi ha dato il permesso di rimanere nel personaggio, di “essere” lui».

L’attesa per il nuovo film di Jane Campion era, ovviamente altissima: «È una roba grossa per me, ho iniziato a fare questo lavoro perché il cinema ha salvato la mia vita quando ero giovane, poco più che ventenne», ricorda la regista. «Non sapevo cosa ne sarebbe stato di me, e ho iniziato a lavorare sul set: era qualcosa del mondo adulto che mi entusiasmava, volevo essere parte di quella cultura. E improvvisamente diventare grande non mi spaventava più. Fare film per me significa onorare quella tradizione«. Dopo la vittoria di Titane di Julia Ducournau a Cannes, Jane non è più l’unica Palma d’oro al femminile: «Credo che tutto il mondo debba sentirsi sollevato! Ogni anno ero lì che pregavo: “Speriamo succeda”». La parte che ha avuto in questa rivoluzione? «La sottolineano gli altri, io non posso saperlo a meno che non mi venga detto. E ne sono felice, ognuno vuole e deve parlare con la sua voce».