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Il ‘Notturno’ del nostro futuro sospeso

Gianfranco Rosi, già vincitore del Leone d’oro nel 2013 con ‘Sacro GRA’, ci racconta il suo nuovo documentario. Una fotografia dell’eterna guerra in Medioriente che parla anche del nostro tempo in attesa

Un’immagine di ‘Notturno’ di Gianfranco Rosi

Gianfranco Rosi ha già vinto il Leone d’oro sette anni fa con Sacro GRA, e adesso è tra i papabili per quello che sarebbe un bis, e non solo per il Tema (maiuscolo) del nuovo documentario Notturno: l’eterna guerra tra, Siria, Iraq, Libano e Kurdistan, ma di cui sullo schermo restano solo i frammenti. Ci sono il cacciatore di anatre e la madre che piange il figlio caduto; i ragazzini che disegnano gli orrori dell’Isis e i malati di un ospedale psichiatrico che mettono in scena il triste spettacolo delle bombe. Tre anni dopo il premio veneziano, Rosi vinse pure l’Orso a Berlino con Fuocoammare. In quel caso la presidente di giuria era Meryl Streep, qui alla Mostra numero 77 c’è Cate Blanchett, il toto-Leone ha pure questo twist hollywoodiano.

Leviamoci subito il peso del Leone precedente.
I premi non te li devi mai aspettare e, quando li hai vinti, te li devi dimenticare. Se no sì, diventano un peso enorme. D’altronde non siamo Bolt che fa cento metri in nove secondi: in quel caso puoi dire che è il migliore in assoluto. Coi film è diverso. Io son stato membro di varie giurie, so quanti compromessi esistono. Un anno a Locarno son riuscito a mettere tutti d’accordo su Lav Diaz, che aveva un film di nove oro. Ma so anche come sono arrivati tanti premi che ho avuto: come frutto di vari compromessi, appunto. Magari ci sono quattro giurati che si beccano su un premio, e a quattro ne piace un altro, e allora arriva un terzo che vince e mette tutti d’accordo. L’unanimità non esiste.

In tempi in cui si rischia troppo spesso di semplificare la complessità, Notturno non è un film che vuole semplificare: se mai, mi sembra che provi a sintetizzare una cosa troppo grande.
È un film di sottrazione in tutto. Io non faccio mai domande e non mi aspetto mai risposte. Di sicuro viviamo un’epoca in cui l’informazione è ovunque, basta un clic. Per me la sfida in ogni film è dare invece meno informazioni possibile. Anziché spalancare quella porta, la chiudo sempre di più, quasi fino a guardare la realtà attraverso uno spioncino. Ogni personaggio di Notturno potrebbe essere un film di tre-quattro ore, invece a volte si risolve in una scena, in un momento. La fotografia ideale è quella che racconta il prima e il dopo, e così per me è anche il fotogramma ideale: quello che non c’è lo percepisci comunque. Io ho girato 90 ore di materiale e il film dura 100 minuti, ho lasciato fuori tante cose. Ma si vedono comunque, in una sintesi che vuole diventare l’essenza, la vita.

Gianfranco Rosi sul set di ‘Notturno’

A proposito di informazione: osservando da vicino la realtà della guerra, qual è secondo te l’errore più grave, nel racconto che ne restituiscono i media?
Notturno parte proprio da questa esigenza: far cominciare il film là dove finiscono i reportage, le breaking news, i titoli di giornale. Le notizie riportate così si consumano. Mi ricordo quand’ero in Siria e c’era in corso l’invasione dell’esercito turco, e per una settimana tutti i giornali del mondo parlavano solo di quello. Adesso la situazione è molto peggio di prima, e da due anni nessuno ne parla più. Perciò ho preso un’altra direzione. Ho messo in scena personaggi incontrati nell’arco di tre anni. Ho passato otto mesi senza girare un fotogramma, e senza nemmeno portare la cinepresa con me. I miei produttori dicevano portala, così se succede qualcosa lo puoi filmare. E invece no, io penso che il mio lavoro sia fatto anche di perdite. Inizio a girare solo quando ho l’idea complessiva del film, quando so quali saranno le storie che mi accompagneranno.

E come si selezionano?
Per dire, ho incontrato il cacciatore di frodo che ero in macchina dopo un viaggio di 15 ore, passando mille check point, insomma ero distrutto. A un certo punto mi giro e lo vedo passare sulla moto, e chiedo chi è?, un cacciatore. Allora lo inseguiamo, lo fermo, gli parlo, vedo in lui l’entusiasmo di fronte a uno sconosciuto che gli fa domande sulla sua vita, mi invita a casa sua, prendo il tè, ci passo un po’ di tempo insieme, mi racconta quello che fa, che caccia di notte mentre in lontananza ci sono i fuochi della guerra. Un anno dopo torno lì e filmo tutta la sua storia. Spesso funziona così, incontri qualcuno per caso e il caso diventa necessità, costruzione, narrativa. Una volta ideato il mondo ipotetico del film, tiro fuori la cinepresa, ed è lì che costruisco una storia. Calvino diceva che la verità è quella cosa che scorgi e, nell’istante in cui ti giri a guardarla, non esiste più. La verità arriva quando si riesce a costruire una reciproca fiducia. Poi metto la cinepresa tra me e la persona da raccontare, e di nuovo ci si divide: giro con una macchina grossa, non sono invisibile. Ma ormai si è trovata un’unione tra le regole del cinema e la forza della realtà.

Fino a che punto si può tenere lo sguardo sul dolore, e quando si capisce che è invece il momento di toglierlo?
Devi avere la sensibilità giusta per capirlo. Il mio professore alla scuola di cinema diceva sempre: devi sapere quando andare via. In questo caso, avendo destrutturato il film rispetto ai limiti geografici imposti dai confini reali, la difficoltà maggiore è stata il montaggio. È lì che abbiamo dovuto tracciare una mappa interiore, mentale. Non è mai indicato se la storia che stai vedendo in quel momento viene dall’Iraq o dal Libano, ho spezzato i confini e ho creato un mondo possibile ma astratto, sospeso. Perché le sofferenze sono universali, non c’è un dolore siriano o un dolore curdo.

Il lockdown ci ha mostrato il più grande documentario “autoprodotto” degli ultimi anni: e ora un autore di documentari che fa?
Nel caso di Notturno, credo ci sia una connessione fortissima tra le storie del film e la sospensione del futuro che stiamo vivendo. Non sapevamo se la Mostra di Venezia sarebbe partita, così come non sappiamo se domani potremo tornare in ufficio. Viviamo un futuro sospeso, e in quei Paesi questo futuro sospeso dura da cento anni. Quell’ultimo primo piano di Ali è proprio questo: quel ragazzo di 15 anni è il simbolo di un futuro in attesa, che forse non arriverà mai. Per questo il mio film doveva per forza uscire quest’anno. Sarebbe dovuto andare a Cannes, che però è stato bloccato. Quando si è aperta la finestra di Venezia, ho accettato subito. Da un punto di vista emotivo, è un incontro di mondi lontani che si connette perfettamente con il mondo che ciascuno di noi vive oggi dentro di sé.