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«Il mito di Kurt è tutto sbagliato». Parola del regista del film su Cobain

Per fare "Montage of Heck", Brett Morgen ha visto e letto tutto quello che c'era nell'archivio del leader dei Nirvana: «Kurt era come una ferita aperta»

Brett Morgen aveva 27 anni il giorno che Kurt Cobain si è ucciso. All’epoca conosceva bene i Nirvana. «Li avevo visti suonare due volte – ricorda ora – Ma non ero veramente un fan. Né avrei mai pensato allora che avrei fatto un documentario su Cobain».

C’è un’intera mitologia, molto romanticismo attorno a Cobain. Qual è stato il tuo punto di partenza per questo lavoro?
Quello dell’artista sofferente è un mito, è vero. Io ho cercato l’unicità dell’esperienza di Kurt Cobain nelle cose che scriveva per se stesso. Ho cercato di capire dov’era l’origine del suo sconforto, come questo influiva nella sua vita. Gli artisti devono essere sensibili, aperti all’esperienza per poterla trasformare in arte, ma lui era come una ferita aperta, aveva una sensibilità non comune.

Una immagine finora inedita di Kurt Cobain (1967-1994), pubblicata in vista dell'uscita di "Montage of Heck"

Una immagine finora inedita di Kurt Cobain (1967-1994), pubblicata in vista dell’uscita di “Montage of Heck”

Nel documentario fai parlare pochissime persone, e tutte della cerchia familiare di Cobain, a parte Novoselic. Perché?
Non avevo bisogno di altre spiegazioni. In un certo senso tutti gli artisti creano la loro autobiografia attraverso il loro lavoro, e Kurt ha lasciato tantissimo materiale che da solo bastava a spiegare la sua vita. Era così chiaro e forte il modo in cui esprimeva i suoi sentimenti che non c’era bisogno di altre parole. Odio i documentari in cui si parla tanto, voglio che si veda qualcosa piuttosto. Le parole sono importanti se devi fare informazione, ma guardare due labbra che si muovono non è il massimo visivamente. Perciò la mia idea è stata quella di mantenere la conversazione su un livello intimo: ci sono solo cinque persone che parlano. E non perché sono i genitori, ma perché le loro parole sono in grado di contestualizzare l’esperienza di Kurt Cobain.

Odio i documentari
in cui si parla tanto

C’è una cosa che sottolinei particolarmente, però: il trauma subito da Cobain per il divorzio dei suoi genitori.
La vera sorpresa per il pubblico potrebbe essere questa: il mito che circonda Kurt, cioè quello di un ragazzo che vuole diventare rockstar e quando diventa rockstar non gli piace e allora si ammazza, non ha niente a che fare con la sua vita vera, e nemmeno con il motivo per cui si è tolto la vita. Il problema di Kurt è quello di essere alla ricerca di una famiglia, di essere accettato da una famiglia: questa è la forza che lo guida. La musica per lui è una maniera per essere accettato. Prima ancora che diventare una rockstar lui vuole avere una famiglia, e quando a Roma sospetta che Courtney lo abbia tradito, nella sua testa esplode tutto, lo fa tornare indietro ai problemi con la sua famiglia, che non ha mai risolto.

Kurt voleva avere una famiglia, più che diventare una rockstar

Nel documentario ci sono molti frammenti di interviste a Cobain, alla radio e alla tv, spesso imbarazzanti. E invece usi a lungo l’audio dell’ultima intervista di David Fricke pubblicata da “Rolling Stone”. Perché?
Non è un giudizio sul lavoro dei giornalisti. Volevo soltanto mostrare le reazioni di Kurt. Lui era un’artista puro, e quando al tempo di Nevermind la musica e le interviste diventano un lavoro, lui si sente sempre fuori posto. Ho sentito tutte le interviste a Kurt che esistono, penso, e quella di David Fricke è di gran lunga la più onesta di tutte. La prima ragione è che Kurt ha grande reverenza per Fricke, per il suo lavoro di giornalista. La seconda è che le reazioni di Fricke sono di grande umanità. Quando gli chiede del titolo «mi odio e voglio morire» e Cobain gli risponde «era uno scherzo», Fricke non si ferma e gli chiede ancora: «In che senso uno scherzo?». Gli altri l’avrebbero chiusa lì. In un certo senso la voce di Fricke è la mia voce nel film.

L’intervista di Kurt con
Rolling Stone è di gran lunga
la più onesta di tutte

Questo documentario è definito come “autorizzato”. Che vuol dire? Hai dovuto rinunciare a qualcosa?
La parola “autorizzata” applicata una biografia normalmente vuol dire che lì non troverete tutta la verità. In questo contesto significa soltanto che ho avuto accesso a fonti private, ma che mi è stato lasciato il final cut. Non c’è stato mai nessuna imposizione di chicchessia su quello che poteva essere messo oppure no nel film: quello che il pubblico vedrà è al 100% il mio racconto del materiale lasciato da Kurt Cobain e nessuno, neppure Courtney Love, ha potuto vedere il film prima che fosse finito. La parola autorizzato vuol dire soltanto questo, e nient’altro.

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