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‘Il mio corpo’: dove il lockdown c’è sempre stato

Il cinema di Michele Pennetta è un’arte clandestina, capace di percorrere gli interstizi della Sicilia più profonda con la sensibilità di un occhio straniero ma partecipe

Vite parallele, vite dimenticate. Le periferie del mondo sembravano il teatro di uno scenario apocalittico ben prima della pandemia e dei lockdown, dai sobborghi di Parigi alla Sicilia profonda. E, ora che alcuni film ci schiaffeggiano con le loro immagini quasi distopiche eppure terribilmente vere e reali, ora che quello che loro osservavano prima del disastro noi scopriamo che già esisteva, ci sentiamo a disagio.

Nel Mio corpo di Michele Pennetta, Oscar e Stanley – che nomi ingenuamente, meravigliosamente cinematografici – la loro vita la vivono dentro una scenografia fatta di miniere, metalli, lavori infami, case scarne ed esistenze sudate, tra madonne che affiorano chissà come e dove come ironico segnale di speranza o icona di una fede necessaria per credere nel futuro laddove non c’è neanche presente. Forse lo sguardo è meno vitale dei loro parenti di Ostia e Parigi, qui ad Alice nella città, forse rispetto a Punta Sacra e Gagarine il sorriso è sepolto sotto la polvere di un paesaggio respingente, di un padre inadeguato che rinfaccia loro la vita infame che fanno e la madre che li ha abbandonati, sotto la coltre di un mondo che non li merita. Ma dentro c’è la stessa forza, la capacità di riconoscersi per non rimanere soli, la voglia di essere altro ma non necessariamente altrove.

Il cinema di Michele Pennetta è un’arte clandestina, capace di percorrere gli interstizi della Sicilia con la sensibilità di un occhio straniero ma partecipe, la capacità di restituire un universo fatto di rifiuti, solidi e umani, di quelli che lui chiama «oblii, di ragazzi dimenticati. Negli ultimi 8 anni ho fatto tre film – ‘A iucata, incentrato sulle corse clandestine di cavalli, e Pescatori di corpi, che specchiava le vite di un equipaggio di marittimi e di un profugo siriano, poi questo – che mi hanno portato, ognuno, a scoprire e raccontare un microcosmo di dimenticati sempre diverso. Qui quello che mi ha attratto è stato questo mondo incentrato su miniere di zolfo che in passato sono state fonte di ricchezza e ora, chiuse, sono il simbolo di povertà e precarietà senza possibilità di riscatto. Ho voluto capire se attorno ad esse ancora gravitasse una comunità».

Ci riesce con un’opera delicata e dura, che non fa sconti emotivi e visivi alla desolazione morale ed estetica di un luogo abbandonato, ma ancora vissuto. O, meglio, fatto di sopravvissuti e sopravviventi, come quei ferrovecchiari, della cui tradizione Oscar è erede inevitabile, e dei migranti come Stanley, che si arrabatta pulendo la chiesa del paese. «Mi sono concentrato sui primi per poi trovare i secondi, a Pian del Lago (in provincia di Caltanissetta), dove c’è il centro accoglienza più grande d’Europa. Due luoghi dimenticati, dove Stato e regole e non arrivano. Mi è sembrato giusto, nella mia storia, far risuonare insieme quei due mondi, apparentemente lontanissimi e invece uniti da un filo rosso, come dimostrano i due protagonisti». Non potrebbero essere più diversi, ma – come nel bellissimo film Fiore gemello di Laura Luchetti, che pure nel suo essere grammaticalmente e artisticamente differente, è opera sorella di questa – si trovano, si legano in nome di una realtà che a loro regala solo ostacoli e rifiuti. Sono due esiliati, uno nella propria terra e l’altro in quella che ha cercato, ma hanno una resilienza naturale, che riesce a far superare loro la passività (non di rado aggressiva) di chi gli gravita intorno.

Il mio corpo, applauditissimo ad Alice nella città, dove ha appena vinto il premio Raffaella Fioretta al miglior film italiano di questa edizione, ha trovato asilo, subito, in quel contesto festivaliero unico e prezioso che è Visions du Réel, per poi essere selezionato anche a Cannes Acid. Per il suo indubbio valore, ma anche per quella capacità di «risuonare» – splendido verbo utilizzato dal regista che racchiude perfettamente la capacità evocativa e simbolica del film – con un’attualità che, al momento in cui è stato prima girato e poi montato, non poteva neanche immaginare. Impossibile infatti non sentire addosso la nostra ultima primavera, la desolazione della desertificazione sociale impostaci dal Covid e l’imbarazzo di constatare che consistenti parti del mondo, periferie a un passo dall’Occidente più evoluto, spesso enclave nelle stesse regioni più progredite (almeno economicamente), vivono da troppo tempo in un lockdown perenne, ignorato anche a poche decine di chilometri. «Ha stupito anche me quanto sia diventato violentemente attuale il film. Credo che pure da questo nasca il successo nei festival e la volontà del distributore francese di Parasite di distribuirlo dall’11 novembre nel suo Paese. La risonanza con un presente altro e imprevedibile mentre costruivamo il film è partita on line e ora arriva in sala». E probabilmente deve dirci molto del pianeta e del tempo che viviamo.

Pennetta sa essere universale nel racconto pur conservando una visione propria e originale, scarna nello sguardo e raffinata negli essenziali movimenti di macchina, imponendo il dialetto sottotitolato di Oscar e i suoi, quasi un grammelot nella sua musicale incomprensibilità, senza perdere un grammo della sua forza, della capacità di penetrare in sensibilità diverse. Cerca archetipi, li declina in una location assurda, la rende quasi bella nella sua devastazione lunare, ne tira fuori una parabola esistenziale e cinematografica di vibrante durezza. Una sorta di indagatore degli angoli oscuri del mondo evoluto che dopo la trilogia siciliana ora si muoverà da quest’isola splendida e atroce, per spostarsi in un’altra terra di ruvide contraddizioni. «Sì, sto già preparando un racconto su un luogo di confine tra i Balcani e Trieste». Perché a Michele Pennetta, a naso, non piace granché vincere facile.