Il giorno in cui ho visto morire Charlotte Gainsbourg | Rolling Stone Italia

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Il giorno in cui ho visto morire Charlotte Gainsbourg

Una (doppia) intervista, un gonzo-reportage, un incontro ravvicinato con una delle attrici più imprendibili del cinema contemporaneo. Lo sfondo è Acapulco (e Venezia), il tono rilassato, i segreti (forse) svelati

Charlotte Gainsbourg presenta ‘Sundown’ a Venezia 78

Foto: Pascal Le Segretain/Getty Images

I suoi stivali sembrano fatti di lucciole. Ad ogni passo, castigando il pavimento, lancia raggi luminosi, mentre, dall’interno dell’Hotel Excelsior del Lido di Venezia, cammina verso la terrazza. Charlotte Gainsbourg sbuca tra la gente in smoking e vestito da sera. Indossa un top e pantaloncini neri molto corti dai bordi smerlati, che mostrano le gambe infinite. E quegli stivali a calza fatti di luce. Tutti si girano a guardarla, rimangono come soggiogati. Lei sorride, attraversa la terrazza con passi cadenzati, raggiunge un divanetto di vimini e si siede. Arrivano gli altri attori del film, il regista, alcuni amici. Lei storce il piede destro verso l’interno, il tacco quasi parallelo al pavimento. Un sospiro. Rimane così tre, quattro secondi. Poi si rimette composta. Ora è il piede sinistro che si sdraia. Altro sospiro: «This is so painful». Tra poco un SUV nero blindato la porterà sul red carpet della Mostra del cinema. Dovrà camminare, sorridere ai fotografi, continuare a brillare.

Un anno e mezzo prima di questo pomeriggio veneziano l’avevo vista morire su un’autostrada ad Acapulco. Ero arrivato dopo un viaggio di cinque ore in autobus da Città del Messico e una corsa in taxi per attraversare tutta l’enorme area urbana di Acapulco. Era il 31 gennaio del 2020. Si era ovviamente ignari di come sarebbe cambiato il mondo dopo poco più di un mese. Sapevamo invece che il sole, sulla costa dello stato del Guerrero, è rovente in quel periodo dell’anno. Per questo un assistente di produzione reggeva un grosso ombrello sotto il quale Charlotte Gainsbourg aspettava le indicazioni di Michel Franco, il regista di Sundown, il film che stava girando. Un’intera corsia dell’autostrada era stata bloccata per permettere alla troupe di lavorare in pace. Dall’altro lato della carreggiata i curiosi inevitabilmente rallentavano e si affacciavano ai finestrini aperti per capire cosa stessero facendo dall’altro lato, forse un incidente, forse un morto ammazzato encobijado – avvolto in una coperta, come si usa da queste parti –, forse un film. Così l’autostrada che dalla città portava all’aeroporto era un’unica colonna di auto. Sceso dal taxi sotto il sole a picco ero riuscito ad arrivare sul set. Giusto in tempo per vedere Charlotte imbrattata di sangue. Era appena stata uccisa in una sparatoria.

 

 
 
 
 
 
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«Posso sedermi qui?». Mi alzo di scatto, reazione istintiva all’emozione improvvisa. Il boccale di birra si rovescia sul tavolo. Io avvampo di vergogna. «Certo». La stavo aspettando seduto al bar del Boca Chica, hotel che evoca la gloria di Acapulco degli anni ’50, dove alloggiavano le stelle di Hollywood e dove alloggia Charlotte Gainsbourg. Le avevo detto che sarei stato lì, nel caso avesse voluto concedermi un’intervista. Non nutrivo grandi speranze che arrivasse, dato che l’indomani all’alba avrebbe dovuto prendere un aereo. Invece arriva e ha intenzione di sedersi a cenare con me.

Mentre l’aspettavo e mi guardavo intorno, pensavo a questo luogo negli anni d’oro, alle vacanze esclusive su una spiaggia mitica come quella di Acapulco. Immaginavo le vacanze dei divi del cinema, gli occhiali da sole, le feste piene di glamour.
Poche ore prima dell’intervista, mentre viaggiavo sul pullman per arrivare qui, stavo leggendo un ritratto di Alan Faena scritto da una delle mie giornaliste preferite, l’argentina Leila Guerriero. Leila ha l’abitudine di andare a intervistare i suoi personaggi nelle loro case, per cogliere aspetti intimi che difficilmente verrebbero raccontati. Arrivato alle ultime righe la giornalista descrive una parete piena di foto a ridosso della cucina di Alan Faena: c’è Che Guevara, Lady D, Faena con un bambino in braccio: «È il figlio di Charlotte Gainsbourg. Divino», le dice Faena. Senza spiegare alcunché. Ho letto il ritratto di Leila Guerriero proprio mentre andavo a intervistare la Gainsbourg. Prendo sempre sul serio le coincidenze che mi invia la sorte. Così le chiedo: «Che ci fa una foto di tuo figlio Ben da piccolo in casa di Alan Faena?». Mi guarda stupita. «Conosci Alan?». «No».

Charlotte non sapeva niente della foto, ma invece di investigare sembra divertita dalla situazione. Preferisce vedere dove vado a parare e mi racconta una storia. Nel 2002 lei e Yvan Attal – suo marito-non-marito, come le piace chiamarlo – erano andati al Festival de Cine de Punta del Este, in Uruguay, a presentare il loro film Mia moglie è un’attrice. Insieme alla coppia c’era anche il piccolo Ben, che all’epoca aveva cinque anni, e la migliore amica di Charlotte, la uruguaiana trapiantata a Parigi Daniela Romano. Arrivati in Uruguay, l’hotel in cui erano ospitati è sembrato “davvero orribile” alla coppia, così l’amica Daniela ha proposto di andare a trovare suo cugino Alan Faena, che aveva una casa a José Ignacio. «Daniela mi ha detto: Alan ha una casa lì e possiamo scappare dal festival e andare a trovarlo. E così siamo scappati dal festival».

Alan Faena è un magnate argentino, oggi proprietario di un impero fatto di catene di hotel, gallerie d’arte, centri benessere di lusso in mezzo mondo. Nel 2002 era iniziata da poco la sua ascesa. E aveva una casa spettacolare in una delle mete turistiche più di moda della costa uruguayana. Oltre al figlio Ben li accompagnava anche la sua tata, Chloé, «molto gentile, molto carina. Mio figlio andava pazzo per Alan. Pazzo. Perché aveva un lato un po’ guerriero, non ricordo se faceva karate o judo, e mio figlio andava pazzo per lui. Abbiamo adorato quelle vacanze. Abbiamo vissuto per la prima volta un ritmo di vita all’argentina, cenavamo all’una di notte, facevamo colazione alle quattro, è stato fantastico. Ecco. È un bellissimo ricordo». Nessuno di noi due può saperlo in questa serata sulla terrazza dell’Hotel Boca Chica affacciata sul Pacifico, ma quella casa meravigliosa sulla spiaggia di José Ignacio, dove la famiglia Gainsbourg/Attal trascorse alcuni giorni di vacanza, a dicembre non sarà che un cumulo di macerie, distrutta completamente in un incendio. Immagino che sia finita tra le fiamme anche la foto di Ben Attal bambino.

Allora? Cosa hai voglia di mangiare dopo essere stata ammazzata?
Pensavo di mangiare quello che hai preso tu. Pesce fritto. Sembra buono, no?

Si siede a fianco a me in modo che entrambi possiamo vedere il mare verde giada a pochi metri dal nostro tavolo. È vestita quasi come il suo personaggio: un paio di jeans, una camicetta bianca. Solo che ora non è morta. Si rilassa perché ha finito di girare.

Charlotte Gainsbourg con Tim Roth in ‘Sundown’ di Michel Franco. Foto: Teorema/Common Ground Pictures

Iniziamo l’intervista?
Sì. In che lingua la vuoi fare?

Scelgo di compiacerla, scelgo il francese, credo che sia la sua lingua preferita. In ogni caso voglio che interpreti il ruolo di se stessa in francese.

Com’è stato girare questo film?
È stato strano perché abbiamo girato tutte le scene in ordine cronologico. E questo aiuta tantissimo. Soprattutto quando c’è una drammaturgia così forte. Era importante fare prima la morte della madre, poi il ritorno in Messico per andare da Neil, e poi la lite con Neil e l’incidente e la sparatoria alla fine. È fantastico aver potuto farlo così, in ordine cronologico.

Non è frequente girare in questo modo?
No. Tutti i registi amano girare un po’ in ordine cronologico, facilita tutti, soprattutto noi attori. Ma molto spesso bisogna raggruppare le location e quindi non è possibile. Spesso c’è un attore che è disponibile solo in un certo periodo. Non è che non succeda, ma è raro. In ogni caso per me è stato molto molto importante. E fortunatamente è avvenuto così.

Il tono della sua voce è così tenue che se vuoi ascoltare ciò che dice devi prestarle tutta la tua attenzione. Se c’è qualcuno intorno, come in questa terrazza affollata di benestanti messicani in vacanza ad Acapulco, sei costretto ad avvicinarti a lei. Mi avvicino mentre aspettiamo che arrivi il pesce fritto. Il film che sta girando in questi giorni verrà presentato fra più di un anno e mezzo, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia nel settembre del 2021. Il regista, Michel Franco, tra qualche mese vincerà il Leone d’argento con il suo film precedente, Nuevo Orden. «Io trovo che Michel abbia un modo che… è istintivo, ti dà tutta la libertà immaginabile. Allo stesso tempo è molto rigoroso nel suo modo di filmare. Si sente che c’è una tensione perché non vuole filmare da tutti i lati e quindi si ha l’impressione che sia necessario che tutto sia riunito e che tutto sia ben fatto in un solo piano. Questo è il suo obiettivo, che la ripresa sia un solo piano e che riesca perfetta. E questo è molto duro per gli attori, perché tu sai perfettamente che ci sono dei momenti giusti e dei momenti meno giusti e ci sono dei ritmi che non sono perfetti. E per riunire tutto questo c’è bisogno di un piccolo colpo di magia, qualcosa… e ho avuto l’impressione che, in alcune scene, ci fossero dei momenti un po’ magici, in cui si sono date le giuste circostanze». Il pesce fritto non è ancora pronto ma intanto il cameriere serve il guacamole.

La magia e il caso sono elementi indispensabili per un buon film. Forse perché succede anche nella vita reale?
Credo molto agli incontri casuali e al fatto che ci sono dei momenti in cui le cose succedono.

La voce è tenue, è vero. Però il ritmo delle sue parole è avvolgente, mi fa sentire a mio agio, in confidenza, come se stessi svelando segreti. O li stesse svelando lei a me. «Vedi, per esempio, ieri abbiamo fatto la scena in cui esplode il finestrino. Non quella in cui muoio, ma quella in cui esplode il finestrino». Seguo con lo sguardo il totopo di mais (che in Italia si conosce come nacho) ricoperto di guacamole che si muove a mezz’aria tra il piatto e la bocca di Charlotte. Mentre parla muove armoniosamente le mani e il guacamole non cade. «Abbiamo ripetuto la scena da molte inquadrature. E ce n’era una che andava bene. Mi sono detta, ah, mi sembra di aver fatto bene il mio lavoro». Poi però il montatore ha detto a Michel che per lui Charlotte aveva fatto bene in tutte le inquadrature separatamente, ma che la scena doveva venire perfetta in un unico piano. «E quindi abbiamo ricominciato stamattina dicendoci, bisogna che tutto sia perfetto per riuscire in un solo piano. Ho avuto il tempo, tra ieri sera e oggi, di capire che dovevo mettere più emozioni all’inizio della scena. Perché ieri invece mi ero detta, no devo togliere un po’ di emozione, lei è fredda, è finita, c’è qualcosa che si è rotto dentro di lei, non piange… e quindi l’ho fatto in quel modo, e avevo l’impressione che andasse bene».

“Lei” è il personaggio che Charlotte interpreta in Sundown, una multimiliardaria inglese in vacanza con la famiglia ad Acapulco. “Lei” è una donna abituata al lusso, al benessere, a una vita senza sorprese, che repentinamente è costretta ad affrontare l’irrazionalità. «E stamattina Michel mi ha detto, c’erano più emozioni ieri, c’era qualcosa che andava meglio ieri. Allora mi sono detta, va bene, allora piango e ci metto più emozioni. È stata una buona alchimia in realtà. Ha funzionato tutto… poi non so se alla fine andrà bene, ma la sensazione che ho avuto è che c’era la giusta dose di emozioni che non avevo dato ieri. E oggi ero pronta… ero pronta in un altro modo. Michel è molto delicato quando dice che non è contento, ma io sentivo che non era quello che lui voleva. Quindi avevo la voglia di dimostrargli che potevo farlo meglio». Nonostante abbia recitato in più di settanta film, nonostante abbia pubblicato cinque dischi, nonostante l’importanza e la notorietà della famiglia in cui è nata, nonostante il fatto che sua madre, Jane Birkin, sia stata “la musa di Hermès” e suo padre il mito Serge Gainsbourg, che lei sia la Gainsbourg o forse a causa di tutto questo, Charlotte è sinceramente desiderosa di dimostrare il suo valore, e di piacere.

Charlotte Gainsbourg in ‘Antichrist’ di Lars von Trier, per il quale ha vinto la Palma d’oro come miglior attrice a Cannes 2009. Foto: Zentropa/Key Films

«Ho un rapporto con i registi che…». Le pause sono respiri ai quali si rimane appesi. La voce si fa un sussurro. Ha tutta la mia attenzione. «… è un po’ come se fossero il mio professore. Ho un rapporto un po’ di… professore-alliev,  in cui ho voglia di piacergli. Ovviamente ho anche voglia di piacere a me stessa, di fare quello che ho immaginato, ma è sempre il regista che comanda e io imparo sempre qualcosa». Penso su tutti al suo rapporto con Lars von Trier, ai personaggi turbanti che Charlotte ha interpretato in Antichrist, Melancholia, Nymphomaniac. In ogni pellicola ha imparato qualcosa. «Provo molto piacere nell’imparare, nel guardare… sì, durante un film si passa molto tempo in attesa, ci sono molti momenti in cui non fai nulla, ma sei in uno stato di concentrazione tale che si impara molto. Io imparo molto. E non succede con tutti i registi questo. No. Ci sono delle volte in cui è più concordato, qualcosa che si conosce già… ma è bizzarro perché ogni volta c’è qualcosa di buono da imparare, che differenzia ciascuno. Se ci pensi, questo è un mestiere in cui tu dai, devi dare al momento giusto, ma devi anche essere generoso con quello che offrirai. Non è solo l’intelligenza del ruolo o di capire bene il personaggio. Non so se io alla fine capisco bene tutto, in effetti».

Non c’è bisogno di nominarlo, di chiederle di lui. Dopo un breve silenzio, con una pausa perfetta, è lei che riprende a parlare e lo porta tra di noi. «Sai? Io trovo che il ritmo sia ciò che caratterizza il cinema prima di tutto. E il mio grande riferimento è Lars von Trier, perché lo adoro. Da lui ho imparato così tante cose… ho avuto delle esperienze molto diverse e che mi hanno arricchita grazie a lui. È l’unica persona che mi ha insegnato che avevo il diritto di prendermi il tempo che volevo. Che dovevo prendermi il tempo che io volevo. E molto spesso gli attori non si danno il tempo di sentire il testo, non so, sono precipitosi, hanno paura di prendersi il tempo. E Lars von Trier è il solo che mi ha detto, no, non credo che vada bene quello che fai, non è giusto. Aspetta. E pensa al momento giusto per dire quello che devi dire. È Lars von Trier che le ha aperto gli occhi sull’importanza di ascoltare il proprio ritmo, che le ha insegnato a seguire il proprio tempo. Nell’etimologia di ritmo la radice “reo” contiene l’idea dello scorrere, un movimento misurato, cadenzato, ordinato, degli intervalli di tempo. «In effetti quello che mi ha dato fiducia con il ritmo è stato il fatto che Lars mi abbia detto, tu prenditi il tempo che vuoi. Non importa quello che poi ne faccio io. E infatti ho visto che quello che fa lui non c’entra niente con Michel. Lars monta molto, molto, molto. E poi prende dei pezzetti. Ma quello che gli importa è una verità. E la verità la ottieni soltanto se hai il ritmo giusto, tu. Michel è un’altra cosa, fa sì che tutto funzioni con quel ritmo lì, ma che inoltre sia un piano che funzioni da solo. Con Michel ricadono molte responsabilità sugli attori, e questo mi angoscia un po’, perché se ti prendi dieci secondi di troppo cambia tutto. E poi cazzo dici, merda! Dopo non funziona più il piano perché ho preso dieci secondi di troppo. È una responsabilità che trovo difficile da assumere. Invece è geniale non avere la pressione del tempo. È geniale sentire che hai vicino qualcuno che è paziente. E questo è Lars. È paziente. Tutto quello che gli interessa è che il risultato sia vero». Nel film Nymphomaniac, al posto di Charlotte Gainsbourg recita una controfigura per le scene di sesso più esplicito. Un’attrice porno senza volto.

Cosa intendi per vero e verità?
Io penso che quando sei attore devi perderti nella scena, e devi perderti con lo sguardo dell’attore, delle parole che conosci da prima ma che riscopri. E che tu giochi con tutti gli elementi che hai di fronte e intorno a te. E questo ti permette di essere immerso in una verità. Poi ci sono sempre dei momenti in una scena in cui esci da questa verità. Esci, per forza. E ti rendi conto di quello che hai appena detto. E dici, merda, non ho fatto il gesto che volevo fare. Quindi esci… ma ho l’impressione che in scena sia pieno di momenti in cui è così… esci, rientri, esci, rientri… e se ci sono abbastanza momenti veri, allora funziona.

Quando devi entrare e uscire da molti personaggi, storie, sentimenti, alla fine non hai qualche dubbio su chi sia veramente Charlotte?
No, perché alla fine recito sempre me stessa. Vedi, non so fare ruoli di composizione, anche se qui per esempio sono una donna inglese, ultra ricca, che non ha la stessa storia che ho io, ma alla fine io me ne frego completamente. Sono io che recito, sono io con le mie emozioni, io e il mio rapporto con mio fratello che non ho, ma… in realtà ce l’ho un fratello, ma non è quel fratello lì. Penso che siamo come dei bambini che giocano a recitare. E infatti cerchiamo di avvicinarci il più possibile al gioco dei bambini. E quando hai degli attori bambini sono incredibili, sono di una giustezza perfetta, e tutto è vero… ma è perché non sanno niente… non sanno che stanno recitando, sono persi nel loro spazio. E noi, gli attori adulti, cerchiamo di rientrare in quel gioco innocente. Ad ogni modo io devo dirmi, guarda, sei un’attrice professionista, devi fare mostra di tutto il talento che hai… ma io non voglio saper fare niente! Capisci cosa voglio dire? Gli attori professionisti, che hanno studiato, che conoscono la propria recitazione, che sanno qual è il ritmo della scena e che hanno capito tutto… ecco, io sono l’opposto di tutto questo. Io non so niente e scopro tutto al momento di fare le cose. Non è una falsa umiltà di dire che io non sono un’attrice professionista, ma io veramente imparo ogni volta.

Con uno spagnolo incerto ma ardito Charlotte comunica al cameriere che vorrebbe ordinare un altro bicchiere di rosso, ma diverso dal precedente. Uno qualsiasi ma diverso. Poi, rivolta a me: «È che il primo che mi ha portato non era molto buono. Mi sembra che non abbiano buoni vini qui». Il Sud del Messico in effetti non è noto per i suoi vini. Però è un Paese magico, in cui succedono cose straordinarie. Non a caso è il paese prediletto dai surrealisti come André Breton o Luis Buñuel. È il paese adatto ai superstiziosi. «Io sono superstiziosa, sai?».

Non l’avrei detto.
Sì. Poi ho l’impressione che prendiamo tutti gli elementi del caso che ci possono aiutare, che ci possono guidare, che ci possono illuminare. Gli diamo un significato. Per esempio, durante queste riprese ho perso il mio gatto.

Charlotte Gainsbourg con Pierre Arditi in ‘Les choses humaines’, diretto dal compagno Yvan Attal e presentato fuori concorso a Venezia 78. Foto: Curiosa Films/Gaumont

Charlotte ha perso il suo gatto Milo. Lo so già. Un paio di settimane fa ero qui, su questa stessa terrazza. Era un tavolo più grande a cui sedevano Michel Franco, Tim Roth e Iazua Larios, protagonisti di Sundown insieme a Charlotte, Yves Cape, direttore della fotografia e diversi membri della produzione del film. Era venerdì sera e la piccola Jo, la figlia minore di Charlotte, dava mostra delle sue doti di intrattenitrice, raccontando barzellette e storielle divertenti, e tra una risata e l’altra rivelava che il giorno seguente avrebbero preso un volo per NY per cercare il gatto perduto. Passeranno sei ore a Città del Messico, per arrivare a NY sabato sera. Lunedì Charlotte deve essere di nuovo sul set di Acapulco. Mezza Manhattan è tappezzata di annunci che dicono così: Grey and lilac British shorthair male fluffy, big yellow eyes. Last seen in Greenwich Village between 5th and 6th Avenue. C’è una foto di Milo in primo piano che ti guarda con i suoi occhi gialli e sotto i numeri di telefono di Charlotte Gainsbourg e Yvan Attal. I loro numeri di telefono sparsi in ogni dove per le strade di New York.

«Ho perso il mio gatto, è scomparso a New York e non l’ho più ritrovato. Ma mi sono detta, posso usare questo dolore e lavorarci per il mio ruolo nel film, lavoro con questo sentimento per questa storia. È stupido perché non voglio mettere sullo stesso piano una madre o un fratello, ma è una situazione che ha fatto sì che fossi più sensibile, che fossi turbata durante le riprese. E mi servo di tutti gli elementi che mi arrivano. A volte sento addirittura piacere nel dirmi, sì, c’è un senso, quello che è successo vuol dire qualcosa. Poi evidentemente devo tornare in me, perché il film è finito». Ride di sé e di quello che ha appena detto. Ma immediatamente torna seria. «Prima non ero per niente aperta a questo genere di elementi esterni. Non credevo… forse ero troppo preoccupata di me stessa e delle mie preoccupazioni. Oggi sono un pochino più aperta a quello che mi circonda».

Ma se sei superstiziosa è strano che tu non sia aperta a questo tipo di segnali, perché quando uno è superstizioso vede segnali dappertutto.
Sì. Ma io mi sono aperta molto recentemente alla veggenza e a persone che mi dicono cose… dopo che mia sorella è morta (Kate Barry, figlia di Jane Birkin e John Barry, morta suicida nel 2013, ndr), è morta sei anni fa, cerco di vedere segnali ovunque. Ma in modo un po’ sciocco, come qualcuno che comincia a imparare o a cercare di capire le cose. Sì, ho l’impressione che sia proprio stato dopo la sua morte che ho cercato di trovare dei segnali ovunque.

Finalmente arriva il pesce. L’intervista è finita. «È andata bene l’intervista? Credi che sia sufficiente?». «Sei stata perfetta. Grazie». Ora la conversazione si sposta sui figli. Ed è Charlotte che inizia a fare domande. Sul perché mi sia trasferito in Messico, su mio figlio Emiliano, italo-messicano bilingue come i suoi. Il pesce fritto effettivamente è molto buono, la conversazione diventa quella di due genitori che raccontano aneddoti dei propri figli e si emozionano per i loro successi. Non mi parla molto di suo figlio Ben, ma lo farà tra un anno e mezzo a Venezia davanti a un altro bicchiere di rosso. «Ben è davvero talentuoso. Non lo dico perché sono sua madre. So che le madri parlano sempre bene dei loro figli, ma Ben è un attore di grande talento. Lo vedrai». Nel film Les choses humaines, fuori concorso all’ultima Mostra del cinema, Ben è un giovane rampollo di un’importante famiglia parigina accusato di stupro. Nel film, diretto da suo marito-non-marito Yvan Attal, Charlotte interpreta la madre di Ben. Nel finale pronuncia un monologo toccante in difesa del figlio che sembra quasi una dichiarazione di intenti in un’epoca in cui i giudizi sommari delle reti sociali e la gogna pubblica minacciano i principi della libertà di espressione e di presunzione di innocenza.

La cena dopo la prima di Sundown non è ancora finita nell’esclusivo spazio del Cip’s Club alla Giudecca, uno dei ristoranti dell’Hotel Cipriani, ma Charlotte Gainsbourg ha deciso che è ora di andare. Si alza per salutare Michel Franco e lancia un invito a proseguire la serata in un circolo più ristretto, per continuare a fare due chiacchiere. Ha ancora addosso quegli stivali a calza coperti di strass che risuonano ritmicamente sul selciato di Venezia, come uno strumento musicale oltre che uno strumento di tortura del suolo e di se stessa.

Come li sopporti?
Ogni tanto muovo i piedi così. Vedi? E li faccio riposare. Ma fanno davvero male.

Sono un arnese di seduzione, un regalo, una sottomissione, la parte di un ruolo, di un accordo che le richiede il red carpet, le richiede il suo pubblico. A prua c’è Iazua Larios che si fa un bagno di luna nella brezza notturna della laguna, a poppa Tim Roth abbracciato a sua moglie Nikki Butler. Charlotte è seduta all’interno del taxi-motoscafo, ma vuole vedere Venezia illuminata nel tragitto che ci separa dal Lido. Sbuca fuori con la testa e il busto dalla parte posteriore in un’acrobazia e ciò che rimane di lei, all’interno di questo taxi d’acqua, sono le sue gambe avvolte dagli stivali di lucciole.