‘I molti santi del New Jersey’, l’educazione criminale di un’icona: Tony Soprano | Rolling Stone Italia
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‘I molti santi del New Jersey’, l’educazione criminale di un’icona: Tony Soprano

Alzi la mano chi non sentiva la mancanza dei 'Soprano'. A partire dal creatore David Chase, che con questo prequel torna indietro ed esplora l'adolescenza del leggendario personaggio di James Gandolfini. Qui interpretato dal figlio Michael. Due chiacchiere con tutti, ma proprio tutti i protagonisti

Michael Gandolfini e Alessandro Nivola

Foto: Barry Wetcher/Warner Bros.


Quando, nel 2007, HBO ha trasmesso Made in America, 86esimo e ultimo episodio dei Soprano, consegnando al pubblico un finale geniale e ambiguo che ha lasciato la maggior parte dei fan con più domande che risposte, il creatore della serie David Chase ha dato per scontato che il viaggio di Tony Soprano e compagni fosse giunto al capolinea.

Del resto, da quasi un decennio, lui e la sua squadra concepivano ogni puntata come un film a sé, con durate che oscillavano tra i 46 e i 76 minuti: uno sforzo gigantesco che, nel corso delle sei stagioni dello show, è stato acclamato dalla critica e premiato con una sfilza di riconoscimenti, tra cui 21 Emmy e 5 Golden Globe. Almeno all’inizio, dunque, lo showrunner sentiva che con la conclusione della serie gli era stato tolto un bel peso di dosso: «Non ero sfinito ma volevo passare ad altro, ne avevo abbastanza. Dopo un po’ di tempo, però, ho iniziato a sentire la mancanza delle persone con cui avevo lavorato. Mi mancava andare in ufficio e risolvere problemi concreti, dalle location al colore dei cappelli dei personaggi», ricorda il 76enne sceneggiatore e regista americano.

E pensare che, almeno secondo le sue intenzioni iniziali, quello che è oggi considerato uno dei titoli più importanti nella storia della serialità avrebbe potuto limitarsi a diventare un film con Robert De Niro e Anne Bancroft: «L’idea di base ruotava attorno a un gangster che va in analisi ed è pieno di nemici: a cominciare da sua madre, che ha ingaggiato un sicario per farlo uccidere. Lui non ne è consapevole e la mette in una casa di riposo, ma quando scopre la verità prende un cuscino e la soffoca». I soldi non sono mai arrivati e il progetto è stato accantonato, almeno fino a quando non gli è stato chiesto di scrivere una sorta di Padrino per il piccolo schermo. E così quella pellicola che non aveva avuto l’opportunità di realizzare gli ha offerto lo spunto per sviluppare il mondo dei Soprano: un mondo a cui ha deciso di tornare a fare visita con il prequel I molti santi del New Jersey (in sala dal 4 novembre), diretto da Alan Taylor e ambientato durante le sommosse razziali di Newark del 1967, e di cui è co-sceneggiatore con Lawrence Konner.



Tornano alcuni dei personaggi che abbiamo imparato ad amare e detestare, come lo zio Junior (Corey Stoll) e Livia Soprano, la madre anaffettiva e squilibrata di Tony, inserita da Rolling Stone al terzo posto nella classifica dei 40 più grandi cattivi di sempre della tv (oggi ha i lineamenti di Vera Farmiga, qui con protesi al naso per somigliare a Nancy Marchand, interprete del personaggio nella serie). Ripartire dal punto in cui eravamo rimasti era fuori discussione per Chase: «Non volevo portare la storia nel futuro e scoprire come continua: I Soprano si conclude con uno schermo nero», afferma. Ecco allora che I molti santi del New Jersey torna indietro ed esplora l’adolescenza di Tony, un ragazzo brillante in cui non ci sono ancora tracce del tormentato boss mafioso della famiglia criminale DiMeo, l’uomo imperfetto e pieno di contraddizioni che diventerà da adulto. Lo interpreta il 22enne Michael Gandolfini, già visto in The Deuce – La via del porno e, soprattutto, figlio del compianto James: il ragazzo aveva 14 anni quando suo padre è morto nel 2013, appena 51enne, stroncato da un infarto in un hotel di Roma.

Michael Gandolfini. Foto: Warner Bros.

L’idea di calarsi nei panni del personaggio iconico reso famoso dal genitore era spaventosa e lui, tra l’altro, non aveva mai visto la serie: «Prima delle audizioni ho iniziato a recuperarla con un gruppo di amici perché farlo da solo mi angosciava, ma all’inizio ero reticente: non mi piaceva l’idea di continuare un lavoro fatto da mio padre», racconta in collegamento da New York. «Poi ho capito che non avrei interpretato mio padre né il Tony che conosciamo già: ne ho studiato gli sguardi e il modo di fare e di parlare, per cercare di trasmettere al pubblico come si sente Tony».

I molti santi del New Jersey sceglie di concentrarsi non tanto su di lui, ma su un altro personaggio che i fan conoscono bene, pur non avendolo mai visto: Richard “Dickie” Moltisanti (Alessandro Nivola), appartenente alla famiglia DiMeo. Mentre il padre di Tony (Johnny, interpretato da Jon Bernthal) è in carcere, Dickie diventa per Tony una specie di zio e un mentore e lo inizia alla carriera criminale. «Sono sempre stato consapevole della rilevanza culturale dei Soprano: Dickie è una leggenda e un mito, il suo nome è noto al pubblico perché era il padre di Christopher», interviene Nivola. «Quando ho iniziato a prepararmi per il ruolo David mi ha detto di non dare retta a nessuna delle storie sentite sul conto di Dickie nel corso della serie perché, parole sue, tutti i personaggi mentono in continuazione. Quest’informazione mi ha fatto sentire libero di lavorare a partire dalla mia immaginazione, senza pensare alle aspettative degli altri».

Foto: Barry Wetcher/Warner Bros.

È vero che ha incontrato dei veri mafiosi, durante la fase di ricerca? Nivola sorride: «Be’, mafioso è un termine relativo. Amici di amici mi hanno presentato dei signori che fanno parte di quel mondo lì, ma non sono come ce li immaginiamo. Negli anni ’60 queste famiglie erano infiltrate ovunque, mentre io ho conosciuto soprattutto gente che lavora a Wall Street e perpetra piccole frodi o è invischiata in cose del genere. Mi raccontavano dei giudici con cui avevano avuto a che fare e li imitavano, ma dovevo stare attento a non far capire loro che stavo girando un film: volevo evitare che iniziassero a comportarsi come i cliché degli italoamericani che il cinema ha mostrato così spesso. Ormai è difficile capire se sono i film ad imitare il mondo reale o viceversa».

All’apparenza Dickie è un modello da seguire ed emulare, ma in realtà si tratta di un sociopatico disposto a tutto in nome del potere: ad un certo punto arriva anche a scontrarsi con suo padre, il violento Aldo “Hollywood Dick” Moltisanti (uno strepitoso Ray Liotta), che è appena tornato dall’Italia insieme alla nuova moglie Giuseppina (Michela De Rossi). L’attrazione tra lei e Dickie porterà a conseguenze devastanti. L’attrice italiana, che si era già fatta notare nella Terra dell’abbastanza dei Fratelli D’Innocenzo, è al debutto in un film hollywoodiano: «La produzione credeva che conoscessi il napoletano, mentre io sono romanissima. C’amma fa’? E a quel punto… Panico!», ricorda lei con una risata. Si è fatta aiutare al telefono da un amico che aveva lavorato sul set dell’Amica geniale e che, per l’occasione, ha anche dato qualche suggerimento a Liotta. «Spero che il risultato sia buono e che i napoletani non mi odieranno. Gli americani hanno una cultura italo-americana che non c’entra nulla con la nostra, è una cosa a sé. Noi crediamo che ci facciano il verso, ma sono proprio due culture diverse: ai loro occhi ogni cosa che facevo era dunque bellissima perché era vera, italiana», prosegue.

Incoraggiata dalla produzione, De Rossi ha contribuito a sviluppare e dare forma al personaggio anche dal punto di vista dei movimenti. La sua Giuseppina è una donna entusiasta, che sbarca a Newark con gli occhi sgranati di chi è appena atterrato in un mondo pieno di possibilità. Sensazioni che lei stessa conosce bene: «Mi sentivo un po’ come quando Giuseppina si volta verso Dick ed esclama: “L’America!”. Ray Liotta doveva interpretare mio marito e io pensavo: “Con Quei bravi ragazzi ci sono cresciuta perché è uno dei miei film preferiti, mica posso fare sua moglie”. Avevo il cuore a duemila, un attacco di panico ogni tanto e non parlavo bene inglese. Mi sono detta: “O la va o la spacca”. Per fortuna è andata».

Ray Liotta e Michela De Rossi. Foto: Barry Wetcher/Warner Bros.

Liotta torna ad interpretare un gangster, appunto, a più di 30 anni di distanza dal capolavoro di Martin Scorsese: il 66enne attore americano sognava da tempo di lavorare con David Chase e c’è stato un momento, quando la serie andava ancora in onda, in cui ha quasi ottenuto un ruolo: «Mi era stato offerta la parte di Ralph Cifaretto (poi andata a Joe Pantoliano, nda) nella terza e quarta stagione, ma proprio perché avevo girato Quei bravi ragazzi avevo bisogno di fare qualcosa di diverso», spiega Liotta. «Stavolta le cose sono andate in un altro modo, tanto che non appena ho saputo del prequel mi sono precipitato da Los Angeles a New York, pagandomi volo e hotel, per parlare con Chase. Il bello di questo film è che non c’è bisogno di aver visto la serie per apprezzarlo, sono certo che vi conquisterà».

Ha ragione: tra sparatorie, scontri tra gang rivali e morti che si accumulano, I molti santi del New Jersey soddisfa sia i fan storici che gli spettatori che non conoscono I Soprano. Forse è anche per questo che Chase si è detto aperto alla possibilità di raccontare un altro capitolo: non con un nuovo film, stavolta, ma con una serie per HBO Max che dovrebbe essere incentrata su Tony 20enne.