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Guy Ritchie: «Il mio ‘King Arthur’ come ‘Game of Thrones’? No grazie»

Il regista di "The Snatch" e "Sherlock Holmes" diventa shakespeariano e ci racconta del rapporto con Jude Law e Charlie Hunnam fino all'amicizia con David Beckham

Dimenticatevi il divertimento guascone di Snatch o Sherlock Holmes. Con King Arthur: Il potere della spada Guy Ritchie ha cambiato rotta. In poche parole è diventato adulto. La sua nuova trasposizione delle gesta del mitico sovrano possiede infatti lo spessore delle tragedie shakespeariane: abbiamo il protagonista interpretato da Charlie Hunnam costantemente perseguitato dai fantasmi del passato e l’antagonista Vortigern – un grandioso Jude Law – disposto a sacrificare ogni cosa alla sua sete di potere. Echi di Amleto e Riccardo III? Non improbabile… «Ero nervoso all’idea di intraprendere questo viaggio cinematografico – confessa il regista – non mi ci ero mai neppure avvicinato, mi spaventava l’idea di confrontarmi con un tono e un pubblico non familiari. Allo stesso tempo però sentivo di dover provare qualcosa di nuovo, più profondo. Uno dei film che mi hanno spinto a diventare un cineasta è stato Excalibur di John Boorman, uscito all’inizio degli anni ’80. È bellissimo da vedere e intenso nella rappresentazione. Ho cercato di riprodurne l’efficacia adattandola al mio stile, è stato un tentativo esaltante».

Anche se in King Arthur si ride spesso, si capisce comunque che è ben lontano dall’essere una commedia…
Trovare il tono giusto era la chiave fondamentale per la riuscita. Fin dall’inizio sentivo che non poteva essere un film leggero vista la materia trattata, durante le riprese insieme a Charlie e gli altri attori cercavamo però di alleggerire il peso, soprattutto a fine giornata di lavoro. Volevo fare un film che in qualche modo parlasse al nostro presente: il linguaggio parlato in King Arthur è contemporaneo, era importante che il pubblico più giovane potesse relazionarsi alla storia e ai personaggi quindi ho scelto un accento odierno. La storia è quella classica di un protagonista che si scontra principalmente con i suoi fantasmi, dovevamo renderla accessibile agli spettatori di oggi.

Visto che si tratta di un film decisamente adulto nei contenuti non avete mai pensato di farne un prodotto visivamente più violento?
Ci siamo chiesti spesso quale doveva essere la portata del film e abbiamo capito che non volevamo più violenza, sesso o linguaggio spinto di quanto ne abbiamo inserito. Come in Game of Thrones, dove tette e culi spuntano fuori da ogni parte? No grazie. Alla fine è stato il film stesso che ha parlato, avevamo tentato di girare qualche scena più estrema ma proprio non sembrava adatta al tono scelto. Sarebbe stato un altro prodotto, questo invece è dark quando deve esserlo e ogni tanto si concede un po’ di ironia.

Una delle sorprese del film è che accanto ad Arthur non troviamo il fido Merlino. Perché questa prestigiosa omissione?
Le leggende su King Arthur sono sterminate, la materia narrativa è impossibile da condensare in una sola storia. Uno dei problemi di Excalibur ad esempio consisteva nella seconda parte, lo script non riusciva più a sintetizzare la trama e perdeva il filo del racconto. Devo dare credito allo sceneggiatore Joby Harold di averci liberato avendo tenuto solo due componenti fondamentali: la spada e Arthur. Avevamo una prospettiva molto chiara su cosa il nostro film doveva raccontare, abbiamo pensato fosse meglio mantenere Merlino ai margini della storia. Se sarò abbastanza fortunato da fare un sequel però lo vedremo di sicuro.

L’Arthur che ci viene presentato all’inizio del film gestisce un bordello ed è tutt’altro che una figura regale…
Volevo che il personaggio cominciasse dal livello più basso possibile, sentivo che la parabola del figliol prodigo doveva partire con un uomo che viene radicalmente allontanato dalla figura paterna e combatte per riappropriarsene, fino a diventare ciò che era suo padre. Arthur può contare solo su sé stesso, all’inizio del film è l’unico giudice delle proprie azioni, deve imparare a sopportare il peso dell’autorità e del comando.

Charlie Hunnam è perfetto nella parte. Come avete lavorato insieme per rendere Arthur una figura non convenzionale?
Con Charlie mi interessava prima di tutto trovare un punto comune, un tono del discorso che andasse bene per entrambi. Non discuto mai di lavoro quando incontro un attore per la prima volta, non mi interessa cosa pensa ad esempio della sceneggiatura. Mi interessa conoscerlo davvero. Quando ho incontrato Charlie mi ha raccontato come funziona il commercio legale della marijuana a Los Angeles, argomento che mi interessa molto (sorride ironico, nda), e grazie a quella chiacchierata ho capito come ragiona, e ho capito che ci saremmo intesi. Per me è fondamentale che gli attori capiscano qual è il tono che voglio imporre al mio film, se poi lo interpretano a modo loro a me va benissimo. Con loro ho una relazione simile a quella con mia moglie, il che mi spaventa un po’. Si crea una complicità divertente, una piccola cospirazione tra persone che si intendono senza bisogno di troppe parole…

In King Arthur c’è uno spassoso cammeo di David Beckham. Quando ha deciso di inserirlo nel film?
Con David siamo amici da molto tempo, gli avevo già fatto fare una comparsa in Operazione U.N.C.L.E. e mi piaceva l’idea di inserirlo in questo film, a patto però che non rappresentasse troppo una distrazione. Gli abbiamo truccato il volto con numerose cicatrici, eppure sul set sentivo molti membri del cast commentare: “Me lo farei comunque…”

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