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Giulio Pranno, attore senza la sicura

Ovvero: fin dal primo film, ‘Tutto il mio folle amore’ di Salvatores, si è buttato dentro un mestiere che non conosceva. Diventando uno dei giovani volti più interessanti del panorama italiano. Ora è nelle sale con ‘Comedians’ e su Sky con ‘Security’. Ed è solo l’inizio

Giulio Pranno

Foto: Moris Puccio

Esordire con Gabriele Salvatores non è cosa facile. Vaglielo a dire a chi vorrebbe lavorarci da vent’anni, potrebbe ribattere qualcuno. Sì, «ma con Gabriele sembrava tutto così semplice», direbbe allora Giulio Pranno. E infatti lo dice. «Sono stato abituato male dal primo film», che significa che è stato abituato bene, anzi benissimo. Viziato dai tempi dilatati sul set, da un’attenzione profonda al personaggio, dal dialogo costante con il regista. E quindi dal clamore della critica. Chi non vorrebbe far cinema così? Che poi lui non era mai stato neanche sul set di un cortometraggio, prima di esordire a vent’anni con Salvatores e accanto a Claudio Santamaria in Tutto il mio folle amore, nel ruolo di un figlio autistico con una prova d’attore impressionante.

«Ti sta piacendo quello che ho fatto finora?», mi chiede per prima cosa al telefono (con una punta di tenerezza e insicurezza che dovrete conservare, quando rischierete di giudicarlo). «Mi sta piacendo molto», gli rispondo mentre scopro che è su un treno per Roma, di rientro a casa. Vive ancora con i genitori anche se potrebbe permettersi di pagare un affitto, precisa. «È che semplicemente non so cucinare. Rischio di sopravvivere due settimane e poi tornare dai miei». Rido per la battuta, ma più avanti capirò che in realtà non è solo questione di fornelli. Pranno sta tentando l’impresa coraggiosa di scegliersi i ruoli, di mantenere alto il livello, di girare un film importante dietro l’altro. Insomma, di decidere quando lavorare senza compromessi. Ve l’ho detto: esordire con Gabriele Salvatores non è cosa facile.

Così, dopo il primo film, ti ha voluto anche su Comedians. Quando te lo ha proposto?
L’anno scorso a Riccione, durante la promozione di Tutto il mio folle amore. “Vorrei tanto lavorare con te su un altro film”, mi ha detto. All’epoca avrebbe dovuto girare Casanova, ma non c’erano ruoli per me, ha pensato anche di scriverne uno. Poi Casanova è slittato ed è partito Comedians. E lì mi ha detto che non vedeva nessun altro per il ruolo di Zappa, se non me. Mi ha chiamato subito: “Ho questo progetto per le mani, leggi la sceneggiatura e dimmi che ne pensi”.

E tu cosa gli hai detto?
Che gli dovevo dire. “Gabri, io non ho neanche bisogno di leggere la sceneggiatura”.

Hai definito Salvatores il tuo “papà del cinema”. Be’, si direbbe che anche lui ti abbia adottato. Ti ha mai detto cosa vede in te?
No, ma fa bene a tenersi distaccato. Non è uno che me la rende facile. Me lo lascia capire senza mai dirmelo esplicitamente, che poi è la cosa più bella. Mi ha già detto che vuole fare un altro progetto con me, però sul set non me la dà sempre vinta.

Che intendi?
Ricordo che, dopo aver girato il mio monologo in Comedians, lui è stato molto carino, la sera mi ha mandato un messaggio dicendomi che avevo spaccato. Ma eravamo quasi alla fine delle riprese, fino a quel momento mi aveva tenuto sulle spine.

Anche su Tutto il mio folle amore ti teneva sulle spine?
In realtà abbiamo parlato tanto di quel ruolo, lui se lo aspettava completamente diverso. Aveva immaginato tutt’altra cosa. Io ho fatto molto lavoro di ricerca prima di girare il film, e infatti credo che ad oggi resti la mia migliore interpretazione.

Lo dici con amarezza?
È che tu mi dici cose belle, e io ne sono contento. Ma la critica si è molto divisa sul mio ruolo in Comedians, a differenza del primo film.

Cosa hai letto?
Di tutto. Da chi mi ha definito “fenomeno” a chi ha scritto “terribile, che cazzo ha fatto in scena?”. Hanno parlato molto dell’aspetto teatrale del personaggio, che non sono riuscito a convincere fino in fondo, che non ho portato Zappa empaticamente verso lo spettatore. Anche io mi sono trovato più sopra le righe rispetto al solito. Ma in parte credo che il personaggio richiedesse questa roba qui, lui è teatrale anche nella vita, ha sempre una maschera, è la sua corazza. Mi colpisce un po’ che proprio i critici cinematografici non abbiano visto questo aspetto…

Giulio Pranno in ‘Comedians’ di Gabriele Salvatores. Foto: 01 Distribution

Tutto il mio folle amore era un film diverso, era naturale empatizzare con il tuo personaggio. Che poi in entrambi i film ti misuri con ruoli portati all’estremo. Il tuo corpo è sempre in tensione e in azione: da dove arriva questa presenza scenica così forte?
In realtà questo mi viene naturale. È una cosa istintiva, me la fanno notare da quando lavoravo a teatro. Ti giuro che non faccio niente per accentuare questa fisicità, però sono contento di avercela.

Hai iniziato con Salvatores, poi il secondo film con Peter Chelsom, il terzo di nuovo con Salvatores e infine La scuola cattolica con Stefano Mordini. Nessun compromesso in mezzo, neanche un ruolo da tipico teenager o una fiction.
Sono molto fortunato. E sono super selettivo con i progetti. In generale mi faccio mille domande prima di accettare un ruolo.

Ti arrivano molte proposte?
In realtà faccio pochi provini in questo momento. Tanta roba il mio agente non me la passa neanche, sa che non ho interesse a farla.

Perché tornare indietro rispetto ai ruoli che hai fatto finora sarebbe un suicidio?
Io proprio non sono convinto di voler interpretare ruoli “normali”. Sono stato troppo fortunato dall’inizio, ora tornare indietro e accettare ruoli meno belli sarebbe difficile. Non riuscirei a farlo, perché dovrei? Al momento mi mantengo, vivo coi miei, non pago l’affitto e sono giovane per avere una famiglia mia. Finché posso permettermi di lavorare poco preferisco essere selettivo.

I tuoi che dicono di questa carriera?
Sono felici, ma il percorso è ancora bello lungo. A mio padre da giovane sarebbe piaciuto fare il regista, aveva tante passioni, anche la musica. Ora entrambi fanno tutt’altro nella vita.

Tu invece hai le idee incredibilmente chiare.
Perché ho 22 anni, tra qualche anno magari rivedrò le cose. Il fatto è che mi stupisce che anche i registi e le produzioni ormai pensino ai follower. Se non hai l’attrice o l’attore famoso su Instagram quasi non fai il film. Io non voglio giudicare nessuno, credimi, ma succede davvero. Oggi serve anche questo per portare più gente al cinema.

Quando parli sembri sempre molto in confidenza con questo ambiente. Non subisci mai il fascino dei “mostri sacri” con cui lavori?
Io ho la fortuna di trovarmi sempre bene sul set, davvero. Le esperienze con Gabriele sono state molto rilassate. Il fatto è che non posso permettermi di spaventarmi ogni volta che conosco gente famosa che fa questo mestiere da una vita, perché in quel momento sono lì a lavorare, insieme a loro. Allora cerco di creare sempre un contatto umano ed essere professionale senza mai comportarmi da stronzo. Con le interviste invece non sento di essere molto bravo…

Tutt’altro. Forse potresti sembrare un po’ sfacciato, ma garantisco il contrario. Ti sei mai sentito in difficoltà nell’interpretare una scena?
Ho vissuto male il primo giorno di Security, sono partito subito con la scena della confessione, sei pagine di monologo girate in due ciak. Dopo il primo ciak pensavo di aver fatto un disastro, sono andato nel pallone come non mi era mai successo. Mi sono un po’ vergognato, uno si aspetta del professionismo, e invece… Ero spaventato, era il mio secondo film, non conoscevo il regista. Anche con Stefano Mordini, prima di ambientarmi nella sua regia, mi sono sentito in difficoltà.

Giulio Pranno in ‘Security’ di Peter Chelsom. Foto: Peter Chelsom/Vision Distribution

Credevo avresti risposto diversamente. Avrei scommesso su una scena di Tutto il mio folle amore o Comedians.
Con Gabriele ho girato dieci minuti di monologo in otto ore, è stata una gioia. Faticosissimo ma fighissimo. Con lui passiamo il tempo a parlare e discutere del personaggio, sono stato tranquillo dall’inizio. Io a Gabriele gli voglio bene davvero.

Mordini invece com’è?
Stefano è un regista con cui mi sono trovato davvero bene, è stato un set pazzesco. È un bel tipo, e ha questo modo tutto suo di dirigere, mi piace. Ma anche Chelsom è una persona dolce e un regista che conosce molto il suo mestiere, però con un metodo americano di girare. Con lui è buona la prima: la critica mi ha bastonato di brutto per Security.

Mi racconti di quella sbronza e di quel treno Napoli-Roma che ti ha fatto ottenere il ruolo in Security?
È stata una coincidenza incredibile. Ero andato a Sorrento per ritirare un premio alle Giornate del cinema per Tutto il mio folle amore. C’era stata una serata devastante, di quelle alcoliche. Il mio agente poi mi ha rimboccato le coperte, ero cotto. Il giorno dopo in stazione ho incontrato Marco Isacco Cohen di Indiana Production. Mi parlava di questo film di Chelsom e non capivo se mi stesse prendendo in giro. “Stiamo cercando un ragazzo di vent’anni, qualcuno di fiducia, non sappiamo a chi dare questo ruolo…”. Avrei voluto dirgli: “Oh, sono io!”. Poi anche lui ha realizzato la stessa cosa, mi ha scattato una foto e poco dopo Peter mi ha proposto il ruolo.

Hai una bella sfida davanti. Cosa ti preoccupa di più?
Che non so quanto effettivamente io sia bravo. Quando esci con un film come Tutto il mio folle amore e metti d’accordo tutti, ti ritrovi a pensare: “Se è andata così bene su questo, chissà i prossimi”. Però mantenere il livello è tosto. So solo che non vorrò mai essere uno che si porta a casa la scena e basta.

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