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Gipi: «Il mio film contro il male del secolo, il narcisismo»

Con 'II ragazzo più felice del mondo', Gipi voleva fare un documentario mandando un pullman pieno di autori di fumetti alla ricerca di un serial-fan: «Le mie intenzioni erano buone, non una roba fascista tipo 'Le Iene' dove vai, lo sputtani e gli fai il culo».

Gipi sul set de 'Il ragazzo più bello del mondo'.

Gipi ha fatto un film matto e divertente. Si chiama Il ragazzo più felice del mondo. Tutto parte da una lettera ricevuta da un fan quindicenne con la richiesta di un disegno. La stessa lettera era stata mandata nel corso di vent’anni a tutti i suoi amici fumettisti. L’idea iniziale del regista era quella di mandare, seguito da una troupe, un pullman pieno di autori di fumetti alla ricerca di questo serial-fan. Ma qualcosa a un certo punto va storto. E va bene così.

Il ragazzo più felice del mondo è un film che gira intorno alla ricerca di storie, con una domanda: fino a che punto vale la pena raccontarle?

Quando ho iniziato era proprio per la sorpresa: ho trovato questa lettera che era arrivata a un mio amico nell’aprile del 2017, identica a quella che avevo ricevuto io nel 1997, e quindi ho voluto subito sapere se aveva mandato queste lettere anche ad altre persone. E ho scoperto che le aveva spedite a tutti i disegnatori italiani negli ultimi vent’anni sempre facendo finta di avere quattordici anni. Volevo sapere chi era e perché si nascondeva dietro questa falsa identità da adolescente. Poi mi sono detto “questa è una storia figa, ci voglio fare un documentario”. E sono partito proprio con quel tipo di impostazione, poi le cose che ho scoperto durante i primi dieci giorni di lavorazione mi hanno portato lontano da questa strada. All’inizio volevo davvero portare tutti i disegnatori che avevano ricevuto la lettera a casa di questa persona e farle passare una bella giornata, non una roba fascista tipo Le Iene dove vai, lo sputtani e gli fai il culo. Le mie intenzioni erano buone, con tutti i fumettisti che gli disegnavano quello che voleva a comando.

Davanti a questo tuo pudore e rispetto della privacy si potrebbe obiettare che si tratta di cinema, non di opere di bene…

So che di questo film, al di là di come andrà, rimarranno le giornate passate con gli amici e con la troupe. Dopo aver avuto i profili psicologici da un grafologo a cui avevo dato le lettere, io ho cambiato la storia.
Quindi di fiction c’è ben poco. Pochissimo. Ho messo in scena quello che è successo: ho preso degli amici che non avevano mai fatto un documentario come me e ho raccontato la nostra incapacità. Poi quando il grafologo mi ha detto che non sapeva se lui avesse potuto fare del male a noi quando lo avremmo incontrato, ma sicuramente noi avremmo fatto del male a lui perché ha dei problemi veri, tutta la troupe ha esultato dicendo “cazzo, è uno psicopatico vero, ci spara, viene un filmone” e io invece sono stato malissimo. Perché devo fare del male una persona per raccontare una storia?

Tu nei tuoi fumetti – La Mia Vita Disegnata Male, S. – però non ti sei mai censurato, raccontando cose dolorosissime di te, che ti avranno fatto male.

In vecchiaia probabilmente mi sono rammollito e questo modo di raccontare la mia vita e quella dei miei affetti in modo così spudorato mi ha dato un po’ di noia. Allora quando ho avuto la notizia del grafologo mi sono detto che volevo cambiare – mi sono fermato per tutto agosto – e quando ho comunicato la cosa agli attori è stato bello perché erano tutti felici di trovare che c’era un cuore buono in questa storia, la volontà di preservare qualcuno dalla gogna pubblica.

Questa volontà di difendere qualcuno arriva forse dalla tua esperienza intensiva con troll e haters sui social network?

Ricevo spesso su Twitter e Facebook messaggi di sconosciuti che mi offendono pesantemente. Ora sono cambiato, mi sono indurito, ma in passato ci stavo veramente male e mi sono sempre chiesto perché le persone facessero tutto questo. Spesso leggo libri, guardo film o trasmissioni tv che mi fanno schifo ma non mi sognerei mai di andare da qualcuno degli autori di queste opere e dirgli “guarda, mi hai fatto cacare”. Penso che lo facciano per il male del secolo, il narcisismo diffuso che c’è in questa società, e del quale io sono intriso fin sopra la testa.

È un film che fa ridere, con molte parti comiche. Una strada che nei tuoi fumetti hai quasi abbandonato.

La gioia più grande che ho è quando le persone ridono su un mio lavoro. Le scene comiche di questo film me le sono scritte e appuntate nel corso degli anni. Tipo la scena de La vita di Adelo ce l’avevo in testa da quando era uscito il film francese.

Il ragazzo più felice del mondo ha anche una tua cifra punk, che ti porti dietro dagli esordi.

Spero che ce l’abbia. Sicuramente abbiamo lavorato in modo punk, dall’idea al primo giorno di riprese sono passati dieci giorni: nessuna preparazione, siamo partiti alla cazzo di cane, ci siamo arrangiati inventando roba sul momento e confidando molto sull’amicizia che c’era tra noi che ci lavoravamo. Non è un caso che nel film ci abbia messo un pezzo dei Minutemen, pronti in un minuto appunto.

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