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Giovanni Veronesi: «Se togli i sogni a un ventenne lo ammazzi»

Per l’anteprima di "Non è un paese per giovani" abbiamo incontrato il regista che, con un film nato un esperimento insolito, racconta la generazione ‘cervelli in fuga’

Quando si parla di italiani all’estero, è difficile sfuggire alla retorica dei “cervelli in fuga”, delle eccellenze nostrane costrette a cercare fortuna all’estero perché in Italia hanno ricevuto troppe porte in faccia. Le loro storie sono quelle che fanno notizia, che si prestano per titoli a effetto: «In Italia neanche un posto da bidella, in America scienziata a Harvard» si scrive in questi giorni a proposito di Sabrina Berretta, direttrice dell’Harvard Brain Tissue Resource Center a Boston, che negli anni ottanta in Italia non aveva superato un concorso come custode presso la stessa università in cui sperava di poter proseguire le sue ricerche di laboratorio.

Ma dall’Italia non si fugge solo in cerca di carriere prestigiose, e non è detto che ciò che manca a chi prende un aereo senza guardarsi indietro sia solo un posto di lavoro. Questo Giovanni Veronesi lo ha capito soprattutto parlandoci, coi ragazzi, raccogliendo le numerose testimonianze che arrivavano ai microfoni del programma di Radio 2 che conduce dal 2014 con Massimo Cervelli, e che si chiama Non è un paese per giovani, come il film omonimo che del programma è una sorta di costola. «Solo un pazzo può fare un film da un programma radiofonico! Sono tre anni che sto dietro a questo progetto, ci tengo in modo particolare. I giovani che oggi se ne vanno via dall’Italia sono più di centomila all’anno, è un esodo vero e proprio. A me è venuta l’idea di fare questo programma perché i miei nipoti se ne sono andati tutti e tre, senza un motivo ben preciso. Non è che è stata una “fuga di cervelli”, non è che vogliano fare gli scienziati. Difatti, oggi se ne vanno via quelli che fanno gli impiegati, non quelli che fanno gli scienziati».

Non è un paese per giovani, in uscita nelle sale il 23 marzo, racconta di due ventenni, Sandro (Filippo Scicchitano) e Luciano (Giovanni Anzaldo), che decidono di mollare tutto per aprire un wi-fi bar in una Cuba in cui internet dovrebbe essere “the next big thing”, lasciandosi alle spalle un lavoro senza prospettive, amici ormai sparsi per mezza Europa e dei genitori che non possono fare a meno di proiettare su di loro, nel bene e nel male, le proprie aspirazioni. Il tema della fuga, del transito, attraversa de sempre il cinema del regista toscano, da Il barbiere di Rio (1996) a Che ne sarà di noi (2004), fino ad arrivare a Una donna per amica (2014), che vede una delle scene chiave svolgersi proprio in un aeroporto, fra partenze e ritorni.

Ma Veronesi ci tiene a sottolineare la differenza fra Non è un paese per giovani e la sua filmografia precedente: «È un film anche molto diverso dagli altri che ho diretto, non vorrei che la gente si aspettasse soltanto di ridere! Anche il tema del viaggio – aggiunge – prima era visto in chiave comica. Adesso lo affronto in una chiave molto realistica, e anche molto drammatica in certi momenti, perché per un ragazzo appena maggiorenne fuori da casa c’è un rischio, che è quello di smarrirsi. Un ragazzo di vent’anni è un ragazzo di vent’anni nel bene e nel male, ha gli entusiasmi e l’incoscienza di quell’età, quindi in un paese un po’ più difficile, in un paese che ti tende delle trappole, rischia di caderci dentro e di perdersi». E anche chi resta si perde qualcosa: «Anche noi ci perdiamo i loro primi amori, i loro pianti, ce li perdiamo proprio. Perché li vanno a fare in Australia, li vanno a fare in Argentina, a Londra, in Belgio. Preferiscono andare in Belgio che rimanere in Italia, chi cazzo ci andrebbe in Belgio?! Nessuno!».

Giovanni Veronesi insieme al cast di “Non è un paese per giovani” in occasione della prima a Roma. Foto di Elisabetta A. Villa/Getty Images

Nei tre anni di conduzione radiofonica il regista ha raccolto tantissime testimonianze di ragazzi che si sono trasferiti all’estero. Una miniera di aneddoti, di storie a volte talmente surreali da non sembrare vere: «Tutto ciò che vedrete nel film è vero, è tratto da storie che mi hanno effettivamente raccontato e che nel film sono mischiate insieme. Naturalmente queste storie non avevano un finale nella vita reale, nel film gliel’ho dovuto dare. Però mi hanno davvero raccontato dei combattimenti clandestini a Cuba, quelli che si vedono anche nel film, o del wi-fi. Quale sceneggiatore si andrebbe a inventare cose del genere! Ma sono autentiche anche le altre storie, non solo quelle dei protagonisti: all’inizio e alla fine del film c’è una cornice con dei filmati veri, mandati da diversi ragazzi in giro per il mondo, che ti spiegano perché se ne sono andati». Mostrare anche questa realtà per il regista è fondamentale: «l’arrivo dei migranti nel nostro paese è continuamente mostrato dai media e strumentalizzato dalla politica. I nostri ragazzi, invece, se ne vanno in modo più silenzioso, nonostante sia un esodo dai numeri importanti».

Oltre a dare voce e trama alle storie dei tanti ragazzi che hanno lasciato l’Italia, Veronesi ci mostra la Cuba della transizione, quella che ha perso il suo Líder Máximo e guarda incerta al futuro. Se il paese, nel film, è allo stesso tempo bellissimo e terribile, come set non è stato meno complicato: «Girare a Cuba è stato difficilissimo, questo è stato il film più difficile della mia vita. Cuba è ancora sotto il controllo dei militari, che vogliono avere l’occhio su tutto, per cui se cambi programma un giorno è un dramma per loro, ma al cinema succede che tu un giorno non possa girare». E sulla delicata fase di trasformazione aggiunge: «Le cose stanno cambiando, sicuramente in meglio per la libertà che arriverà, ma in peggio perché c’è il rischio che distruggano La Habana vieja, tutto ciò che di caratteristico c’è adesso per farci bed and breakfast, multinazionali, banche. Non tornerà a essere il luna park dell’America, ma secondo me diventerà una specie di frontiera fra l’Occidente e il resto del mondo».

Non è un paese per giovani è un film ‘radiofonico’, ma anche un film ‘musicale’, in cui ai ritmi e ai suoni di Cuba si innestano nella colonna sonora originale del film: «La musica è stata scritta da Giuliano Sangiorgi ed è suonata dai Negramaro. Giuliano ha fatto un lavoro straordinario: lui è un bravissimo musicista, un polistrumentista. E la musica nel film è molto presente, ha un ruolo importante».

Alla fine di questa chiacchierata, diventa chiaro come per Veronesi alla base di una scelta di vita importante, come quella di lasciarsi alle spalle la famiglia e gli affetti per trovare altrove la propria identità, non ci siano quasi mai delle ragioni puramente economiche, ma un’insoddisfazione più profonda: «I ragazzi di diciotto anni non cercano lo stipendio, cercano di realizzare i propri sogni. E se gli togli quelli, a vent’anni, cosa fanno qua? Come possono riuscire a farsi un futuro, a pensare a un futuro se poi alla fine i primi a dirgli che qui non c’è siamo noi?». Al contrario dei disfattisti, però, lui scommette su tre dei più interessanti fra i giovani attori italiani in circolazione: Filippo Scicchitano (Scialla! e Bianca come il latte, rossa come il sangue), Giovanni Anzaldo (Il capitale umano) e Sara Serraiocco (Salvo, La ragazza del mondo), particolarmente convincente nei panni di Nora, una giovane italiana che a Cuba cerca di guarire da una perdita che l’ha segnata. Guardando alle loro performance, all’altezza di quelle dei “veterani” del cast Fabrizio Rubini e Nino Frassica, viene da pensare che forse possiamo esserlo ancora, un paese per giovani.

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