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Giovanni Calcagno, questa è la vita

Ovvero: una cosa che riserva sempre delle possibilità quando meno te lo aspetti. Lo sostiene questo attore passato dal teatro al cabaret, dal cinema d’autore alla fiction. E che, a quasi 50 anni, è in un momento felicissimo della sua carriera. Vedere ‘Morrison’ di Federico Zampaglione per credere

Giovanni Calcagno

Foto: Carlo Battilocchi

Il teatro di strada. I cabaret di Catania negli anni Novanta. Gli spettacoli underground. E le fiction (italiane e straniere), e i film con i comici. E il grande cinema d’autore. E la serie Anna di Niccolò Ammaniti, dove gli toccano le battute più profetiche, quelle sul virus. Giovanni Calcagno ha fatto tanto e di tutto. E adesso, a quasi 50 anni, è anche spesso protagonista. Lo è stato in Paradise di Davide Del Degan, lo sarà in Koza Nostra di Giovanni Dota e lo è in Morrison di Federico Zampaglione, in uscita in sala il 20 maggio. Per spiegarmi l’effetto che fa questo protagonismo tardivo, Calcagno mi cita una scena di Buena Vista Social Club, quella in cui Compay Segundo, Rubén Gonzales e Ibrahim Ferrer «che fanno 300 anni in tre, arrivano a fare il loro primo concerto a New York e dicono: questa è la vita. Non nel senso che prima o poi il successo arriva, ma nel senso che la vita riserva sempre delle possibilità quando meno te lo aspetti, magari anche tardi. L’importante è non fermarsi mai, avere sempre una specie di fuoco dentro».

Siamo in tema con Morrison. Tu interpreti Libero Ferri, una rockstar in disarmo che diventa amico/rivale di un giovane cantante, Lodo, interpretato da Lorenzo Zurzolo. Il tuo Libero ha un accento del Nord, le mani piene di anelli. Domanda ovvia: a chi ti sei ispirato?
In realtà mi sono ispirato un po’ a Franco Califano, che, tra l’altro, era grande amico di Federico (Zampaglione, ndr). Anche se Libero è meno eccessivo e meno ispirato di quanto non fosse il grande Califfo. È però un uomo che vive pienamente il suo tramonto, e dentro questa caduta inesorabile vede l’altra faccia del successo. Una consapevolezza che Califano aveva.

Lo conoscevi?
Non personalmente. Ma ho studiato un po’ di sue interviste. E poi Federico mi ha raccontato che una volta erano in macchina insieme, c’era il tramonto. Franco si è fermato, si è messo a piangere e poi ha detto: “Mi piace guardare il sole come muore”. Avere dentro questa continua sensazione di qualcosa che muore e che però può rinascere è una consapevolezza dolorosa, complessa.

Giovanni Calcagno con Federico Zampaglione e Lorenzo Zurzolo sul set di ‘Morrison’. Foto: Vision Distribution

Dal punto di vista dell’immagine, però, questo Libero fa pensare più a Vasco, Ligabue, Pelù…
Più che altro fa pensare a quel mondo americanoide che ha fortissimamente influenzato i rocker della generazione di Libero Ferri, che poi è anche la mia. Partiti con l’atteggiamento bruciante nei confronti della vita, adesso tanti rocker si sono normalizzati.

Imborghesiti, si sarebbe detto una volta.
Peggio che imborghesiti. SI sono lasciati completamente travolgere dall’illusione del benessere. La verità è che, se non hai fame, se non hai un dolore vero, delle vere mancanze, non puoi fare arte. E del resto, se sei stato famoso e poi non produci più nulla di memorabile, il pubblico ha nei tuoi confronti una sorta di risentimento, come se fosse una colpa, un peccato mortale.

Però i rocker di mezz’età continuano a lavorare, fanno i concerti (Covid a parte), producono. Questo Libero Ferri il film ce lo racconta proprio “stuck in the moment”, come direbbero gli U2.
È proprio così, un uomo inchiodato a un suo momento di enorme successo che però lo ha condannato a non muoversi da lì. Io non sono un cantante, però mi rendo conto, e ne parlavo anche con Federico, che deve essere terribilmente frustrante sentirsi chiedere di suonare sempre la stessa canzone che ti ha fatto conoscere.

Una vita ridotta a una canzone.
Questa definizione me la rivendo nelle prossime interviste. Grazie.

Prego. Perché hai accettato questo ruolo? Che connessione ha con te?
Raccontare l’arco della vita di un uomo che si ritrova faccia a faccia con la crudele verità del suo fallimento è una possibilità enorme per un attore. Al di là della dimensione artistica del personaggio, questa cosa riguarda tutti, tutti i giorni. Sappiamo che i politici che oggi detengono il potere domani riceveranno due calci nel sedere e non saranno più niente. Lo stesso succede agli attori. Se prendiamo in mano un giornale di quattro anni fa, c’era tutt’altra gente intervistata. È terribile, ma è così.

Tu sei in un momento fortunato.
Da quando si sono riaperti i set, dal luglio scorso, ho girato di continuo.

Come si fa a passare in souplesse dal cinema d’autore alle serie televisive più popolari?
Il mio approccio è sempre lo stesso, ho imparato dal cabaret che è una grande scuola di sopravvivenza. Sono sempre giocosamente serio.

Prendo qualche titolo della tua filmografia. Hai lavorato più di una volta con Marco Bellocchio, da Buongiorno, notte al Traditore, passando per Il regista di matrimoni.
E non dimenticare che ho fatto anche lo spettacolo teatrale dai Pugni in tasca. Buongiorno, notte mi ha catapultato nel mondo del cinema, un mondo che mai avrei pensato di frequentare. Devo molto a Bellocchio. Ecco, lui è una persona che non ha mai perduto la giovinezza. Per giovinezza intendo la capacità e la voglia di farsi delle domande, di rimettersi in gioco. Non lo fa attraverso operazioni intellettuali, è che proprio ha una natura curiosa, sempre viva.

Giovanni Calcagno alle spalle di Pierfrancesco Favino nel ‘Traditore’ di Marco Bellocchio. Foto: 01 Distribution

Sei anche nel Racconto dei racconti di Matteo Garrone.
Una piccola partecipazione, ma ne ho un ricordo bellissimo. Perché Garrone è Garrone, ma anche perché ho girato in Sicilia, a pochi chilometri dalle gole dell’Alcantara, un posto che frequentavo da bambino. Quando sono arrivato sul set, mi impressionò vedere quel drago bianco posizionato sulle rive del fiume. E poi anche il chilometrico van riservato a Salma Hayek!

È il van più grande che tu abbia mai visto su un set?
Quando ho fatto Vercingetorige nella serie Rome di HBO e BBC, ho visto di peggio. O di meglio, a seconda dei punti di vista.

Cioè?
Sono andato a incontrare il produttore, lì a Cinecittà. Aveva trasformato uno spazio enorme in un vero e proprio loft con palestra, piscina, una cosa da pazzi. Vedi un po’ come vive questa gente, ho pensato.