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Ginevra Elkann, è nata un’autrice (e senza magari)

'Magari', appunto, è un'opera prima (disponibile su RaiPlay) piena di cinema e sì: di vita vera. Che lei non nasconde. L'abbiamo intervistata dalla sua casa in Toscana, tra Bertolucci e la paura (superatissima) del debutto

Foto: Francesca Fago

Nel mondo cinematografico della debuttante Ginevra Elkann, la prima Agnelli regista, si va in spiaggia con i Moon Boot, i cani si chiamano Tenco e Dalida e vengono offerti copioni a Marcello Mastroianni. Lo fa, o sogna di farlo, Riccardo Scamarcio, sceneggiatore fine anni ’80 di scarsa fortuna con una stralunatissima collega-compagna (Alba Rohrwacher) che si ritrova l’accollo natalizio dei tre figli ormai parigini, con cui dovrà passare le feste-lockdown in una Sabaudia che pare il Wyoming, però col mare. Il film, opera prima ma di matura leggerezza, s’intitola Magari, è disponibile per tutti su RaiPlay, ché il passaggio previsto nelle sale per questa primavera – dopo il successo ai Festival di Locarno e Torino l’anno scorso – è per ovvie ragioni saltato. Videochiamo, come si conviene ora, l’autrice, che è in Toscana nella sua casa piena di libri, anche questa una quinta da quarantena. Pare la casa vista sullo schermo, ci sono pure i ragazzini in sottofondo, che ogni tanto la interpellano. «Sto facendo un’intervista, chiedi a papà».

Una famiglia borghese, colta, poliglotta, divisa tra più Paesi. Hai scelto questo soggetto così, a scanso di equivoci, le questioni autobiografiche erano già sul piatto e nessuno avrebbe potuto romperti le scatole? Oppure, come sto facendo io, sull’argomento te le rompono di più?
Guarda, con la mia amica Chiara Barzini (scrittrice e co-sceneggiatrice del film, ndr) abbiamo iniziato a parlare della nostra infanzia, dei nostri ricordi. Ed è in quelle conversazioni che è nato il film. C’era l’idea di raccontare una famiglia, e di come poteva essere una vacanza con il papà di questa famiglia. E poi c’era la voce narrante di Alma (la bambina protagonista, interpretata dall’adorabile esordiente Oro de Commarque, ndr): chi è, cosa dice, cosa fa. E quello che è il “magari” suo e degli altri personaggi, che sono venuti fuori scrivendo. Lo sfondo autobiografico perciò c’era dall’inizio, e non lo voglio nascondere. Mettiamola così: per me sarebbe stato sbagliato raccontare qualcosa di estraneo da me. Questo è quello che so, e lo potevo mettere in scena solo in questo modo. Se fai il tuo primo film, devi poter contare su questi amici che sono tutte le cose che già conosci, e che puoi raccontare con naturalezza.

Tra le cose che conosci, c’è anche un sacco di cinema. In Magari citi Ultimo tango a Parigi, ma pure Vacanze di Natale. E c’è tantissimo cinema sul tuo profilo Instagram: ho trovato un fotogramma dei Racconti di Hoffmann di Powell e Pressburger, l’ho rivisto da poco, che meraviglia.
Ecco, quello con Powell e Pressburger è stato un grande incontro. Scarpette rosse è un film che amo follemente. Fatte le debite proporzioni, l’immaginario e le visioni di Alma vengono da quel mondo lì, l’Inghilterra anni ’50 con quel tipo preciso di colori, di fotografia. Ma io amo tutto il cinema, guardo di tutto, da sempre. Va’ e vedi di Klimov è un film magnifico, che ricordo di aver visto da ragazza a scuola di cinema (la London Film School, ndr) e che mi ha molto colpito. Però anche Tutti insieme appassionatamente, che è il film della mia infanzia, e Pretty Woman, e tutti i film di Eddie Murphy. Adesso li sto rivedendo coi miei figli. Il principe cerca moglie, l’altra sera.

Un altro notevole pezzo di cinema nel tuo film è Florinda Bolkan, che fa la nonna dei bambini.
Non pensavo di riuscire a convincerla. Tutti mi dicevano non lo farà mai, non fa più niente da anni. Invece sono andata a trovarla – ha un agriturismo – e mi ha detto subito di sì.

C’è stato qualcuno che ti ha iniziata al cinema?
Tutti nella mia famiglia sono o erano appassionati di cinema, mio padre, mio nonno, mia madre. Guardavo molti film con loro, e con i miei fratelli, ma poi ho preso una strada mia. Quando potevo, andavo al cinema da sola a vedermi tre film di seguito, ed ero felicissima.

Tolti i tuoi cortometraggi, il primo lungo arriva dopo anni di lavoro come produttrice e distributrice. Volevi conoscere tutta la filiera o è stato un caso?
Io lo sapevo da sempre che volevo fare la regista, ho studiato per fare la regista. Ma avevo paura, quindi, visto che questo mondo mi piace moltissimo, ho fatto la produttrice (tra i suoi film ci sono Cloro di Lamberto Sanfelice e Mektoub, My Love: canto uno di Abdellatif Kechiche, ndr) e la distributrice (con Good Films, che ha portato nelle sale titoli come Nymphomaniac di Lars von Trier, Mommy di Xavier Dolan e The Lobster di Yorgos Lanthimos, ndr). Finché ho deciso che, insomma, un film dovevo farlo, perché è questo che voglio fare davvero. Tutto quello che ho fatto prima è stato bellissimo, mi ha insegnato tanto. Sono felice di essere arrivata sul set nel momento in cui sentivo di essere pronta, di sapere quello che volevo e come chiederlo, di conoscere tutti i mestieri del cinema. Mi sono preparata per farlo.

E la paura è passata?
Sì. Se una cosa è dentro di te, alla fine la vuoi fare e basta. E poi, se non avessi diretto un film ora, forse un’altra occasione non ci sarebbe stata. E allora ho detto: provaci almeno una volta, se non andrà pazienza. Invece è stato troppo bello, bellissimo, lo voglio rifare subito.

Ginevra Elkann sul set con Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio. Foto: Francesca Fago



Uscire direttamente in streaming senza passare dalle sale è un rammarico?
Mentirei se ti dicessi di no, perché ero pronta a uscire, la data prevista era il 20 marzo. Ma è bello che il film possa essere visto da chiunque a casa propria, sicuramente avrà più visibilità. Ecco, io non credo che oggi uno debba fare per forza una scelta. Non è detto che, se un film è in contemporanea al cinema e in digitale, la gente al cinema non ci vada. Tanti ottimi film di Netflix – Roma, Storia di un matrimonio, Sulla mia pelle – li hanno visti anche nelle sale. Una cosa non esclude l’altra.

Qual è stato l’incontro di cinema più folgorante?
Il primo vero incontro è stato con Bertolucci (Elkann è stata sua assistente alla regia sul set dell’Assedio, ndr), perciò ti direi quello. Negli ultimi tempi, l’incontro con Alba Rohrwacher è stato fondamentale, mi è stata vicina sempre, è stata molto preziosa per questo film. Però sì, Bernardo è stato il primo regista che ho visto lavorare. Mi è andata bene, direi.

Che rapporto hai con il pregiudizio?
Ormai un po’ chissenefrega del pregiudizio. Voglio dire: c’è e ci sarà sempre, ma adesso sono abbastanza serena. Se questo film ad alcuni non piacerà, spero che ciò avvenga per dei buoni motivi, non per il mio cognome.

E invece che cos’è, se mi permetti l’ironia, l’eredità di una famiglia?
Sono tutte le piccole cose, quello che si tramanda, un piatto, il gusto per un’estetica, naturalmente i valori, anche un certo modo di vestire.

Ecco, e poi mandami a quel paese: si può dire che Magari è la tua risposta a Vestivamo alla marinara di zia Susanna, solo con la giacca di jeans con dentro la pelliccia di pile al posto dei colletti a righe?
Ma sì, diciamolo. Sono gli anni della mia gioventù, gli ’80 e i ’90. Nel film ci ho messo quei colori, e i Moncler, e la giacca di jeans che sì, è proprio l’immagine di quel periodo. Chi è cresciuto in quegli anni ritroverà quell’atmosfera specifica. Io ci ho messo quello che ero, io mi vestivo così.

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