‘Ghiaccio’, Vinicio Marchioni e Giacomo Ferrara: «Questa volta raccontiamo la periferia migliore» | Rolling Stone Italia
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‘Ghiaccio’, Vinicio Marchioni e Giacomo Ferrara: «Questa volta raccontiamo la periferia migliore»

Il Freddo di 'Romanzo criminale' e lo Spadino di 'Suburra' interpretano due antieroi del Quarticciolo, due pugili che prendono a pugni la vita, il destino, le strade segnate. E sono due attori, come direbbero nella periferia romana, con due palle così

Vinicio Marchioni (Massimo) e Giacomo Ferrara (Giorgio) in 'Ghiaccio'

Foto: Vision Distribution


Fabrizio Moro e Alessio De Leonardis hanno scritto e diretto Ghiaccio come una canzone d’amore, pop e d’autore allo stesso tempo, con la stessa voglia di immediatezza e profondità, con la stessa capacità di prenderti cuore e pancia ma di accarezzarti anche il cervello con raffinatezze stilistiche. Sul set toccano tutte le note giuste, soprattutto quelle dei due protagonisti, Giacomo Ferrara (il giovane Giorgio, promessa della boxe e ragazzo interrotto, orfano di padre e diviso tra droga e luminoso futuro sportivo) e Vinicio Marchioni (Massimo, uno che quel treno l’ha lasciato passare e che lotta e resiste nella sua periferia con ostinata onestà e allena giovani campioni nella palestra di quartiere), e regalano una storia classica e moderna di riscatto (e ricatto) sociale, di boxe e vita, di rinascita e formazione.

Un film bellissimo, in sala il 7, 8 e 9 febbraio (con Vision Distribution), in cui tutti, spettatori compresi, avranno voglia come Massimo di mettere le mani nel ghiaccio, alla fine. Perché non c’è niente di meglio che essere orgogliosi di sé, senza rimpianti, di “meritarti il ghiaccio” perché hai fatto tutto quello che potevi. Ghiaccio è un’opera semplice, dolce, muscolare, dolorosa, potente. Come un gancio ben tirato al volto dell’avversario. Come dovrebbero essere i film, sempre.

Scusate il francesismo, ma l’impressione è che per questo film vi siate fatti un culo così. Più difficile preparare il ruolo o il fisico?
Giacomo Ferrara: Io sarò sempre onorato di aver conosciuto Vinicio Marchioni e di aver fatto questo viaggio con lui, per la persona e l’attore che è. Straordinario. Ci siamo conosciuti sul set di Alfredino, la serie che ha preceduto le riprese di Ghiaccio. Abbiamo avuto poi modo di lavorare ancora insieme, ma questo film ha fortificato un rapporto che era destinato naturalmente a essere forte. Ma con Ghiaccio è diventato qualcosa di viscerale perché la preparazione fisica che abbiamo dovuto sostenere per i nostri due ruoli è stata dura, sfiancante, piena di sudore e sacrifici. Due mesi e mezzo di sangue buttato e polvere mangiata, con Giovanni De Carolis, due volte campione del mondo, a insegnarci tutto. Nove allenamenti a settimana, una dieta ferrea tutti i giorni senza poter mai sgarrare: è ovvio che così vedi, senti l’anima dell’altro. E con Vinicio è stato proprio così, ci siamo guardati, scrutati in tutte le nostre difficoltà e fragilità e tutto questo si è riversato nella relazione tra i nostri personaggi davanti alla macchina da presa, nei ruoli e nel film ci siamo cascati con tutte le scarpe. E questo perché Vinicio e Giacomo avevano appena vissuto sulla loro pelle quello che Giorgio e Massimo provano nel film, riguardo la boxe, la vita, le scelte. Quindi, se ti devo rispondere, è stato facile prepararlo a livello emotivo anche per questa sintonia totale, dall’altro lato a livello fisico è stato difficilissimo, perché abbiamo dovuto apprendere da zero il pugilato, uno sport che ha bisogno di una credibilità totale sul grande schermo, quando sali sul ring si capisce subito se sai fare boxe oppure no. E nel mio caso ho dovuto anche sostenere il confronto con Domenico “Mirko” Valentino, un campione del mondo dilettantistico che interpreta il mio avversario nel match per passare al professionismo.

Giacomo Ferrara (Giorgio) in ‘Ghiaccio’. Foto: Vision Distribution

A Valentino è dedicata una delle migliori battute che hai mai detto al cinema, Vinicio: “Sembra cattivo, ma è solo brutto”. Peraltro tu hai anche subìto un infortunio prima del film, vero?
Vinicio Marchioni: Una cosetta, mi è uscita la spalla due settimane prima dell’inizio della preparazione fisica per il film. Pensavo di perdere la parte. E invece devo dire che quell’handicap temporaneo, quell’ulteriore difficoltà, insieme alla presenza di Giovanni De Carolis che ti costringe a livelli altissimi di professionismo sportivo e non solo, mi ha aiutato. Giovanni mi ha mandato dal suo fisioterapista, uno dei più bravi al mondo, e con Alessio De Chirico, campione di MMA, tra bastoni ed elastici mi allenavo a parte mentre mi rimettevano a posto. Un massacro, ma a tre settimane dall’infortunio sono potuto entrare nella palestra di Giovanni. E lì ho capito che stavamo su un altro livello: la puntualità, la precisione, il professionismo di quell’avvicinamento alla gara, al film, mi ha aperto delle porte, mi ha consentito di capire che forse questo, consentimi la provocazione, è il primo vero film da professionista che io abbia mai fatto. Prima ho fatto tutto tramite l’istinto, l’attore che sono, il mio background di esperienze e studi, il mio lavoro anche fisico sui ruoli precedenti. Ma mai con questa precisione, con questo “agonismo”, con questo fuoco. E, in tutto ciò, avere la fortuna di fare il ruolo che Giovanni ricopriva nella realtà con Giacomo. Ho visto gli occhi di De Carolis mentre allenava Ferrara, come lo guardavano, come si muovevano, ho sentito quel rapporto unico, ho scoperto la forza che aveva dentro e che gli trasmetteva, anche e soprattutto senza dire neanche una parola. Ho visto la sua preoccupazione per il suo pupillo, ho percepito ogni pensiero che gli passava per la mente in quei due mesi e mezzo. E poi un’altra fortuna, non è una sviolinata, è aver lavorato con un attore così bravo. Due ruoli del genere sono molto pericolosi, per mille motivi, il principale è che non puoi fingere, barare, sfruttare il mestiere. Sono pericolosi perché la periferia romana l’abbiamo fatta entrambi e in un certo modo, e qui invece ci mettiamo alla prova raccontando un’altra angolazione di questa realtà, erano pericolosi perché era facile per un attore cadere nella trappola della rappresentazione del corpo di uno sport, di un’arte come quella pugilistica. E invece con Giacomo ci siamo trovati non solo nella serietà dell’approccio ma anche nell’umanità, oltre che nella capacità di lavorare e vivere su un piano più semplice e pratico al di là degli strumenti e delle sovrastrutture intellettuali che hanno gli attori. Questa comunione umana prima ancora che professionale è stata fondamentale per la nostra chimica: certe cose, certe magie tra colleghi succedono o no, parliamoci chiaro, al di là del reciproco impegno.

Giacomo Ferrara (Giorgio) e Vinicio Marchioni (Massimo) in ‘Ghiaccio’. Foto: Vision Distribution

Mi permetto di dissentire, tu questa ossessione anche fisica per i tuoi ruoli l’hai sempre avuta. Ricordo ancora quando scopristi che stavo andando a un comizio di D’Alema e mi chiedesti di registrarlo perché dovevi farlo in 1993, la serie, e “la voce dal vivo”, mi dicesti, “era un’altra cosa”. Toglimi una curiosità, però: Giacomo lo hai allenato anche nella specialità olimpica “come uscire da un’icona criminale capitolina”?
VM: (sorride) No, affatto. Non ne ha bisogno, te lo giuro, è talmente intelligente e preparato, con talenti e background talmente solidi da esserne uscito alla grande. Perché è un attore di altissimo livello.

Quanto conta il fatto che voi due e i due registi conosciate così bene, nella vita e nell’arte, la periferia?
GF: Li ho conosciuti, Alessio e Fabrizio, ad agosto 2020, e mi hanno subito parlato di questo film. L’ho letto e ricordo ancora che dopo pochi giorni ho scritto ad Alessio De Leonardis un messaggio con un semplice sì, nient’altro. Mi piaceva tutto, la storia, la caratterizzazione dei personaggi, l’ambientazione, come era scritta la sceneggiatura. Giorgio era un ruolo incredibile, anche se confesso che forse ho amato ancora di più Massimo. Sono stupendi, soprattutto insieme, importanti e fondamentali l’uno per l’altro. E svilupparli con due registi sicuri, competenti, con le idee chiare e che ti hanno concesso tanto tempo per prepararli è stato un privilegio. E questo ha reso un compito molto duro straordinariamente bello. E in più usciamo da questo film con amicizie salde e profonde, indissolubili nel tempo, perché ci siamo scambiati tanto su quel set. Oserei dire tutto.

Giacomo Ferrara e Vinicio Marchioni sul set con i registi di ‘Ghiaccio’ Alessio De Leonardis e Fabrizio Moro. Foto: Vision Distribution

Toglimi una curiosità, Vinicio. Fabrizio Moro, da cantante, come ti ha perdonato quella versione karaoke di E tu di Claudio Baglioni?
VM. È stata colpa sua quella versione di E tu di Baglioni! Ma sono d’accordo con lui, doveva essere comica, doveva avere qualcosa di fallimentare dentro, perché Massimo nasce da un fallimento. Lui è uno che non ce l’ha fatta nella vita e la sua più grande vittoria, il suo più grande successo, è stato accettare quella sconfitta con dignità e onestà scegliendo di diventare padre, stando per tutta la vita con la donna che ama da sempre, ed è quello che io amo di più di questo personaggio. Lui è uno che dall’essere la promessa del quartiere, quello che tutti amavano, passa a mettersi da parte, a camminare per strada nell’indifferenza, con lo sguardo basso, perché un po’ si vergogna di non esserci riuscito, un po’ non ne vuole sapere più niente perché sa, ha capito che ci sono cose più importanti nella vita. E di Massimo nelle periferie, nelle province italiane, ce ne sono proprio tanti. Gente che si sveglia alle 4 per riempire il frigo ai figli, che lavorando onestamente sopporta tutto per amore della vita e della propria famiglia. Ed è giusto raccontarli, rappresentarli, altrimenti finiamo per raccontare solo la malavita, i cattivi o i superfighi. E il fatto che troppo spesso raccontiamo solo questi ultimi ci fa dimenticare che quella dignità è eroica, che andrebbe insegnata nelle scuole, che i Massimo sono persone eccezionali. Capaci anche di farti ridere cantando una serenata alla moglie, perché i loro errori, la loro incompletezza, sono teneri, veri, meravigliosi. E quindi sono felice se una delle cose che rimane della mia interpretazione è quel momento là.

Dovresti andare a Sanremo a cantarla. Qualcuno pensi a te per la serata dei duetti, è un appello il mio. Possiamo dire che il Quarticciolo è il terzo protagonista di Ghiaccio?
GF: Sì. Fabrizio e Alessio conoscono molto bene quel contesto urbanistico e sociale. E lo hanno restituito perfettamente sia in scrittura che in regia. Ma è stato importante anche come il quartiere, il Quarticciolo, ci abbia letteralmente adottato nei giorni in cui abbiamo girato lì, andarci fisicamente, il fatto che la palestra del film fosse proprio in quelle strade, il veder passare e conoscere tanti Giorgio e Massimo ci ha ispirato e aiutato. Soprattutto perché ce n’erano tanti nella Palestra Popolare del Quarticciolo, dove si fa un lavoro fantastico. Un gruppo di ragazzi che si sono messi insieme per far vivere una realtà speciale, fatta di sport e valori, per tirar via da strade brutte un pezzo di gioventù che sta facendo o rischia di fare scelte sbagliate. Una storia pregressa che abbiamo saputo ascoltare e raccontare, che era scritta su quelle mura, quei guantoni, quelle corde. Quel quartiere ha una semplicità e un romanticismo che è il terzo protagonista di Ghiaccio.
VM: C’è un momento che amo del film. Dopo l’incontro, festeggiamo in pizzeria: esco fuori a fumare una sigaretta, c’è Giacomo e tre persone del quartiere passando si congratulano. E io sorrido e gli dico: “Hai visto? Se vinci tu, vinciamo tutti”. Quella battuta in prima lettura mi ha squarciato l’anima. Quel senso di appartenenza, di comunità, di riconoscersi e attaccarsi a uno del quartiere che lo porta fuori e ti rende orgoglioso e che a sua volta è orgoglioso del quartiere stesso è qualcosa che conosco bene e che stiamo perdendo completamente, soprattutto dopo due anni di pandemia, che hanno ancora di più acuito il nostro individualismo patologico in cui tutti proteggiamo il nostro orticello. E invece abbiamo ancora, soprattutto gli adolescenti e in particolar modo ora, il disperato bisogno di appartenere a una comunità. Quella battuta lì l’ho sempre ritenuta fondamentale, perché se è vero che la boxe per molti versi è lo sport più vicino alla vita per tutta una serie di valori e similitudini, e il cinema li ha già messi in scena spesso, è ancora più vero che è ciò che più si avvicina al mestiere dell’attore. E uno dei motivi principali è che un protagonista è tale solo se parla a nome di tutti. I pugili e gli attori sanno solo loro quanto costa allenarsi, rifare sempre la stessa cosa per arrivare alla perfezione, al risultato, quanto ci devi credere perché tutto quello poi diventi qualcosa di grande. E quanto si è soli quando si va ko e ci si deve rialzare. Quando battono il ciak, quando si apre il sipario tu sei da solo e sai solo tu quello che provi, che senti, che soffri. E anche quanto è esaltante riuscire in quello per cui ti sei preparato tanto ossessivamente. Tutte queste riflessioni e sensazioni sono cose che abbiamo vissuto e condiviso sul set e se ci sono è perché Alessio e Fabrizio Ghiaccio meglio non potevano scriverlo. Alessio è uno dei più bravi tecnicamente con cui ho lavorato e Fabrizio ha un’urgenza comunicativa e una padronanza nel trasmettere emozioni che li rende speciali, unici insieme.

Mauro Cremonini, Giacomo Ferrara e Vinicio Marchioni. Foto: Vision Distribution

Scusate la provocazione, ma fare Ghiaccio è anche una risposta a Freddo e Spadino, dimostrare a tutti che un’altra Roma è possibile e che voi sapete raccontarla?
VM: Ma certo. Bello raccontare Il Freddo, ma preferisco Massimo e Giorgio, sono orgoglioso di questo ruolo perché mi consente di raccontare l’amore e il lato positivo di quei mondi lì, dei sentimenti semplici, magari privi di mezzi intellettuali elaborati ma veri, potenti. Io volevo che uscisse tutto questo, sono il primo a dire che la periferia romana ha rotto le palle. Ha rotto se viene raccontato il cliché, perché conta sempre come racconti, non cosa racconti. Ghiaccio è ambientato nella periferia romana degli anni ’90, che aveva principi, valori e un controllo sociale ora inesistenti. Se tua madre non poteva, ti guardava la vicina che se serviva ti dava pure una pizza in faccia e da mangiare, dipendeva dai giorni e da come ti comportavi. E le periferie, le province nella sostanza sono tutte uguali, perché se cinema, teatri e musei sono a 10 o 15 km da te è difficile, quasi impossibile evolversi lì dentro. Ghiaccio racconta tutto questo impastato nei valori di uno sport straordinario come la boxe.
GF: Va detto che Roma poi è un unicum. Ha ragione Vinicio quando dice che la periferia ti costringe a sudare di più, a fare più strada per ottenere ciò che vuoi, ad avere più fame. Ma è vero pure che in questa città si può raccontare tutto perché a pochi chilometri trovi la Roma criminale così come la Roma popolana e di cuore. E a volte si sovrappongono pure. Ma sono sincero, non mi sono posto questo problema, per me conta l’urgenza di raccontare una storia, la mia e quella degli altri. Non mi va di recitare tanto per fare un film, voglio che ci sia qualcosa dietro, anche un messaggio se vogliamo chiamarlo così. Qui c’è, ma non ho pensato a ciò che ho fatto prima e cosa ho rappresentato allora e cosa adesso.

L’impressione è che per entrambi Ghiaccio sia stato una svolta umana e di carriera.
GF: Anche qui, non mi sono posto il problema. Se ho due pose oppure 87, se faccio un cameo o sono il protagonista, il mio impegno è sempre lo stesso. Non è falsa umiltà, è l’insegnamento dei miei genitori: mi sacrifico ogni giorno nello studio, nel lavoro per poi godermi a pieno i colleghi, il cast tecnico, la bellezza di certi set. Non ce la faccio a ragionare in prospettiva, a immaginare che una certa scelta sia più strategica e neanche capire se questo film sia una svolta per me. Parli con uno che molto spesso finito un ciak non sa neanche cos’ha fatto, figurati se riesco a guardare così avanti. Io voglio essere là, presente e concentrato, non distrarmi con quello che viene dopo o pensavo prima. Per me conta essere sempre il più onesto possibile. Io cerco di dare tutti i colori e le emozioni che ho al personaggio, ma poi conta ciò che ti propongono, eventuali svolte nascono anche da quanta fiducia ripongano gli altri in te.
VM: Giacomi’, se conosco Boris non era una domanda, ma un consiglio.
GF: Lo so, ma non è facile trovare film così, e il pugilato ha reso tutto unico, forse irripetibile. Ma io mi approccio sempre allo stesso modo a un ruolo, non ci sono cazzi, se è un esordio indipendente o un blockbuster americano. Non mollo un centimetro in ogni cosa che faccio, non è che qui ho pensato “sto svoltando”.
VM: Una svolta, probabilmente, nel mio atteggiamento, nella mia attitudine al lavoro. Ora so di avere una consapevolezza, una leggerezza e degli strumenti che finalmente mi riconosco per salvaguardare al meglio quello che faccio. A partire dallo spettacolo teatrale che sto portando in giro ora, Chi ha paura di Virginia Woolf?, tre ore sul palco ogni sera in un ruolo impossibile. Sento una maturità artistica che mi consente di capire che se devi spenderti così, deve sempre valerne la pena. La boxe mi ha insegnato una cosa che avevo già dentro, che il gioco deve valere la candela, che sacrifici come quelli fatti per Ghiaccio devono essere fatti per registi, colleghi, sceneggiature, storie che se lo meritano. E che vale sempre la pena combattere fino allo stremo per la bellezza, per qualcosa di speciale. E più cresci più devi evitare la deriva lavorativa, funzionale di questo lavoro che per carità esiste e ti fa campare, non bisogna sputare nel piatto dove mangi. Ma sono in un periodo in cui rifletto molto più spesso e a fondo su cosa è giusto fare e non fare, su quale è il mio punto di equilibrio tra queste due tendenze.