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Gabriele Salvatores: «Il mio “Ragazzo invisibile” ve le suonerà»

Gli effetti speciali non sono l'unica novità del nuovo film del regista Premio Oscar: la colonna sonora è frutto di un progetto di ricerca molto interessante

Gabriele Salvatores sul set de "Il ragazzo invisibile", foto via Facebook

Gabriele Salvatores sul set de "Il ragazzo invisibile", foto via Facebook

Gabriele Salvatores è un regista rock’n’roll. Spesso per i suoi film studia prima una colonna sonora che possa ispirarlo o guidarlo. D’altronde un Premio Oscar deve pur avere quel quid che determina il successo. Quando Salvatores parla dei suoi film spiega tutto: l’idea, il tempo e il lavoro che sta dietro a ogni progetto. Lo ha fatto anche per Il Ragazzo Invisibile, il film nelle sale dal 18 dicembre prodotto da Nicola Giuliano, Francesca Cima (La Grande Bellezza) e Rai Cinema che racconta la storia di un supereroe moderno. Un esperimento tutto nuovo per il cinema italiano. Effetti speciali e sapore internazionale per un film ben riuscito e diventato anche fumetto e romanzo. L’abbiamo incontrato.

Ascolta la playlist de “Il Ragazzo Invisibile”.

In tutti i tuoi film la musica è sempre molto curata, come la scegli? E che importanza le dai?
Quando ero adolescente e avevo l’età che ha Michele (Ludovico Girardello), il protagonista del film, avrei voluto diventare un musicista. Suonavo e mi sarebbe piaciuto continuare. Sto facendo qualcosa di molto simile perché anche il cinema è molto rock’n’roll. La musica rimane fondamentale, quando comincio un film la prima cosa che faccio è quella di compormi una colonna sonora, non solo ideale, faccio proprio una playlist con dei punti di riferimento sonori. E questo mi aiuta, a volte li uso nel film a volte meno, ma quando è possibile giro con la musica. Addirittura anche quando c’è la presa diretta, metto la melodia prima e dopo le battute, è molto faticoso per la troupe, ma è molto bello, perché improvvisamente la macchina da presa e la troupe stessa, si muovono a ritmo, sembra quasi una danza.

Il trailer del film:

Anche ne “Il Ragazzo Invisibile” ha una funzione narrativa importante. Come hai costruito la colonna sonora?
Nel caso de Il Ragazzo Invisibile la musica è fondamentale perché segna quelli che sono secondo me due film. Nella prima parte c’è molto indie statunitense: Galapaghost con Never Heard Nothin’ e The Avett Brothers con Murder in the city e anche i vincitori del concorso “Una canzone per il ragazzo invisibile” (Marialuna Cipolla con Wrong Skin, Luca Benedetto e Emiliano Bagnato con Halloween Party e Carillon con In a little starving place). Nella seconda parte invece quando il ragazzo entra nel suo film e diventa un supereroe anche la colonna sonora cambia e diventa una musica da film “grande” con la London Symphony Orchestra per le note di Ezio Bosso, l’Orchestra Nazionale di Budapest per quelle di Federico De’ Robertis. Il suono si ingrandisce come il film, cambiano passo insieme.

Quando comincio un film la prima cosa che faccio è compormi una playlist con dei punti di riferimento sonori.

Con questo film entrerai a far parte anche dell’immaginario di un pubblico più giovane, una bella responsabilità.
È una cosa che spero e che in qualche modo abbiamo anche cercato. Io mi sono ritrovato a rappresentare alla fine degli anni ’80 le aspirazioni, i sogni e le delusioni di una generazione che allora aveva 30/35 anni e oggi con questo film di una generazione di adolescenti. Ma questo è quasi un dovere, visto che nel mio percorso professionale ho avuto fortuna credo che a volte si debba restituire qualcosa nella vita e la mia maniera di restituire è anche quella di provare a riempire territori inesplorati del nostro cinema. Colmare qualche vuoto e contribuire a fornire alle generazioni un nuovo immaginario che sia più nostro e non solo di derivazione statunitense.

Gli americani usano gli effetti speciali come pausa ricreativa,
noi invece li abbiamo inseriti
nella storia.

L’ultima riflessione che ti chiedo è riguardo agli effetti speciali, hai avuto paura che qualcosa non potesse andare come volevi e quindi automaticamente sentirti piombare addosso giudizi e critiche?
Guarda, è un problema di tempi di ripresa e ancora una volta di soldi. Nel senso che per girare certe sequenze con gli effetti speciali la stessa scena la devi riprendere 3 o 4 volte e questo vuol dire duplicare se non triplicare i tempi di ripresa. Dal punto di vista tecnico però non ero preoccupato, perché le persone che hanno fatto gli effetti speciali de Il ragazzo invisibile avevano curato nel ’96 anche quelli di Nirvana e quando abbiamo fatto vedere la pellicola negli Stati Uniti alla Miramax di allora, erano rimasti sbalorditi dalla qualità e dissero addirittura “ma sono migliori dei nostri”. Ma che siete matti? Non esiste. È solo l’uso che tu ne fai. Loro li usano come pausa per far ricreare la gente mentre noi li avevamo inseriti nella storia. È quello che abbiamo fatto anche qui, non ci sono astronavi, mondi fantastici, ci sono cose di tutti i giorni che però improvvisamente diventano magiche. Quindi per certi versi è più complicato.

Il film è diventato una graphic novel in tre parti, con lo zampino di autori presi in prestito da Marvel e DC Comics. Ne potete vedere alcune strisce sul numero di Rolling Stone di dicembre-gennaio. Per leggere l’edizione digitale basta cliccare sulle icone che trovi qui sotto.

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