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Gabriele Mainetti, il mio supereroe si chiama Jeeg e vive a Tor Bella Monaca

Il regista di "Lo chiamavano Jeeg Robot" parla di come ha unito i film di genere, i fumetti degli anni Ottanta e i superpoteri. Oltre che di wrestling e degli Avengers

Una foto del backstage con Mainetti tra Luca Marinelli e Claudio Santamaria. Foto: Emanuela Scarpa

Una foto del backstage con Mainetti tra Luca Marinelli e Claudio Santamaria. Foto: Emanuela Scarpa

Gabriele Mainetti mi risponde al telefono da Roma, in treno, tra un cameriere che chiede che snack gradisce e una linea che cade almeno quattro volte («L’ho detto io che non devo fare le interviste appena partito, ci sono troppe gallerie vicino a Roma»). Tutto normale, per essere uno che si è imbarcato in una missione difficilissima: portare nelle sale Lo chiamavano Jeeg Robot, un film che mescola Tor Bella Monaca e i super eroi. Non è un film finto americano, è un film di genere. Claudio Santamaria ha messo su venti chili di muscoli per entrare nel personaggio di Enzo Ceccotti, c’è Luca Marinelli è il cattivo perfetto, appassionato di Anna Oxa e di social che sfoga il suo insuccesso “sociale” nella malavita. E Jeeg Robot? Non c’è. O meglio c’è, nella testa di Alessia, una ragazza con un sacco di problemi, che si attacca ai supereroi per “salvarsi”. «Quando scopre che sopra di lui abita uno con i superpoteri, quello è Hiroshi Shiba, non c’è storia», dice Mainetti.

La prima cosa che vorrei chiederti è come ti è venuto in mente di fare un film del genere?
Io avevo già provato a realizzare dei cortometraggi (Basette e Tiger Boy, questo è il suo primo lungometraggio, ndr) prima con questa formula: combinando l’immaginario dei cartoni animati degli anni Ottanta con il contesto italiano. E non volevo scadere in tentativi inutili di riproduzione filologica del prodotto americano. Questa volta abbiamo voluto aggiungere l’aspetto supereroistico. Con tre elementi è ancora tutto complicato.

Cosa ci dobbiamo aspettare allora? Un film sui supereroi duro e puro?
No, sinceramente, è un film sulla nascita di un supereroe. Prima è un delinquente che superdelinque. Poi, grazie alla relazione con l’altro, si infrange questa corazza di venti chili di muscoli, costruiti sotto mia imposizione…

Come tutti gli attori che devono fare i supereroi, in effetti…
Lo doveva fare! Si è prestato a questa cosa, serve al personaggio ad avere un’impenetrabilità. Devi lavorare sulla verità dei personaggi se vuoi fare un film del genere.

Oltre a questo dettaglio dei superpoteri, i personaggi sarebbero quasi credibili.
Ti dico questa cosa, quando studiavo teatro dovevamo portare un testo di un autore minore, dei giovani arrabbiati inglesi. Era tutto in cockney, erano due ragazzi della periferia che parlavano strettissimo. E me lo volevano far fare in italiano pulito! Non può funzionare così, se non vogliamo parlare in romano, facciamolo in napoletano, in milanese, cambiamo accento…

È un punto chiave questo, bisogna essere credibile per fare una cosa del genere, altrimenti sembra soltanto fantasia.
Mi piace molto una cosa che ha detto De Cataldo una volta: ha messo a confronto una serie di film in un dibattito (con Salvatores a Roma, ndr), tutti a tema giuridico. E parlando di Codice d’Onore, della scena della confessione di Nicholson, dice che una cosa così non può esistere da noi. Per la stessa natura degli italiani, che cercano sempre una verità accettabile da tutti. Quindi quando ho deciso di fare questo film il primo problema è stato andare oltre a questa diffidenza degli italiani. Per questo ho dovuto usare un linguaggio che rimbalza dai drammi esistenziali di questi individui alla commedia. L’ho sviluppato con i cortometraggi, Basette prima e Tiger Boy dopo…

Infatti, quello che si vede in Tiger Boy si ritrova perfettamente qui.
Ah, l’hai visto? Piaciuto?

Sì, poi, non diciamolo troppo in giro, ma ho trent’anni e il wrestling mi piace ancora un sacco..
Vabbè, io ne ho quasi quaranta e lo guardo ancora! Quello volevo girarlo a Città del Messico, ma non avevo le risorse. Allora sono andato a Dragona, che è vicino Ostia da noi, è una realtà che esiste davvero. Poi mi hanno fatto cascare anche due o tre volte sul ring, fa male davvero. Ci sono delle tavole di legno che si piegano ma le botte le prendi…

A parte il wrestling, però, anche in Tiger Boy ci si aggrappa ai supereroi perché ci sono dei problemi profondi. Anche qui, c’è la stessa cosa?
Sì, beh, quando sei in un momento di estrema difficoltà ti aggrappi a dei miti, ti aggrappi a quelli che sconfiggono il male. In Basette invece succede l’opposto, il mito viene quasi dissacrato.

TIGER BOY from Goon Films on Vimeo.

Appartiene più ai cattivi, se vogliamo chiamarli così…
Non sono mai cattivi in realtà, non c’è il cattivo vero. Anche qui il villain c’è, ma è raccontato bene, ha le sue fragilità. Il personaggio di Luca Marinelli è vittima della vetrinizzazione della società. È l’opposto della medaglia di Enzo Ceccotti. Il suo Zingaro voleva avere una carriera musicale, è andato da bambino a Buona Domenica, ma il video virale di Ceccotti che sradica il bancomat ha più visualizzazioni del suo. Se non può avere successo in questo modo, allora cerca di essere una star, ma del mondo del crimine. Diventa schiavo di questa cosa.

Cosa ne pensi dei film dei supereroi americani, in generale?
La serie degli Avengers non mi ha convinto tanto. Soprattutto il secondo, per quanto successo abbia avuto, cerca di essere ironico ma in maniera sbagliata. L’unico personaggio che si salva è Ultron, che è eccezionale. Hanno studiato ma non hanno imparato dai Guardiani della Galassia che secondo me è un capolavoro. È un film sull’amicizia, è il film che piacerebbe fare a me. Anche Jeeg Robot è un po’ così.

Cioè?
Beh, pensa a lui, è un “ultimo”. Non gliene dovrebbe fregare di niente e di nessuno. Vive il tipico dramma italiano, dove a nessuno frega niente del prossimo, dove c’è un egoismo mostruoso. E chi, più di tutti, dovrebbe essere perdonato in una situazione del genere, se non facesse nulla per aiutare gli altri? Enzo Ceccotti, che non ha nessuno, che non ha soldi, che vive a Tor Bella Monaca. Ha bisogno di un salto per fare del bene. E il salto ce l’ha grazie alla relazione profonda con la ragazza, Alessia. Una che vive di dissociazione continua, che oppone alla sua situazione negativa, agli abusi e alle violenze, la vitalità di Jeeg Robot. E quando scopre che sopra di lui abita uno con i superpoteri, quello è Hiroshi Shiba, non c’è storia.

Quindi qual è il momento “Da un grande potere derivano grandi responsabilità?
Cerco di non spoilerare niente. A un certo punto la sua corazza si infrange, grazie a questo rapporto che costruisce con Alessia. Non lo capisce subito, ma poi fa una cosa d’istinto, una cosa giusta, e capisce che è successo qualcosa. Alza la testa e si accorge degli altri. È tutto naturale, spontaneo. È una cosa molto figa secondo me. In America questo passaggio non viene mai affrontato. Uno ha i super poteri e allora per forza deve aiutare la gente. Ma tu davvero penseresti così? Dopo che tutta la società fa di tutto per ammazzarti, cosa te ne fregherebbe di salvare gli altri?

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