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Franco Nero, io sono leggenda

Le origini parmensi, 'Django' e Sergio Corbucci, John Huston e il cinema internazionale. E poi i consigli di Laurence Olivier, l'incontro con Vanessa Redgrave, Quentin Tarantino e Kevin Spacey. La storia e gli aneddoti, preziosissimi, di un mito

Franco Nero a Londra nel 1992

Foto: Martyn Goodacre/Getty Images


Un giorno Sergio Corbucci invita Sergio Leone sul set di Django per fargli conoscere il protagonista del suo film. Leone lo fissa per un po’, e poi si rivolge a Corbucci: «Hai fatto 13 al Totocalcio». Ovviamente quell’attore era Franco Nero, gli occhi azzurri che hanno steso il cinema. Italiano e internazionale, fino al suo più grande fan: Quentin Tarantino. Un’icona che ha attraversato in lungo e in largo tutti i generi e la cinematografia di innumerevoli Paesi. Partendo dalla provincia di Parma. E proprio la sua città, nell’ambito del Parma Film Festival – Invenzioni dal vero l’ha omaggiato con il Sigillo del Comune alla vigilia dei suoi 80 anni. «Ma le sembro un ottantenne? Io ne ho 60 di anni!», replica sorridendo al telefono. Gli dico che ha ragione, che ne dimostra pure qualcuno in meno. E continuo a dargli del lei anche se a Rolling non lo facciamo mai. Perché, insomma, è Franco Nero.

Partiamo dall’occasione: com’è stato essere celebrato a Parma? Ha girato il mondo, ma immagino che un pezzo di cuore nella sua città natale sia rimasto.
È stato molto toccante: rivedere vecchi amici, fare un giretto, comprare il culatello, gli anolini (ride)… sono tutte cose che non si scordano. Poi è piaciuto tanto il film che è stato proiettato, Havana Kyrie, ed è stato bello incontrare il sindaco, parlare col pubblico, davvero tutto. Parma è sempre nel mio cuore: vado in giro ovunque, sono stato in più di 100 Paesi, e ne parlo sempre. Dico che a Parma c’è il Regio, il miglior teatro lirico al mondo, poi vengono La Scala, il Metropolitan, ma i più grandi intenditori di musica lirica sono parmensi. Non so se succede ancora: una volta i cittadini facevano una colletta affinché i giovani di qualunque nazionalità che volevano diventare cantanti lirici potessero studiare gratis. Parma è la piccola Parigi perché tutti parlano con la “r” arrotata, alla francese, è la città dove ha vissuto per tanto tempo la moglie di Napoleone, Maria Luigia. A Parma ci sono il cibo migliore e la gente più elegante. Che devo dire di più.

Se si guarda indietro, che effetto le fa pensare di aver fatto 239 film?
Sa perché mi ricordo il numero? Io non li conto, però c’è una persona che mi segue e che lo fa per me. Una decina di giorni fa mi ha informato che ero arrivato a 239, dentro però ci sono anche qualche corto e qualche film televisivo ma sempre particolare, come Il generale o I promessi sposi, non quelli di oggi. Sono 239 lavori e il 90% è cinema. Diciamo che nella mia vita sono stato molto impegnato.

Da giovanissimo girava i corti a Salsomaggiore con i fratelli Bazzoni: ”Tu sei bello, mettiti davanti alla macchina da presa”, le dicevano. Ma è vero che quando era a Hollywood per Camelot voleva tornare e lavorare con loro?
Avevo un contratto con Jack Warner, il capo della Warner, per cinque film, ma i miei amici, tra cui i fratelli Bazzoni e Vittorio Storaro, mi dicevano: “Torna appena finisci, che adesso hai un bel nome e possiamo fare il nostro film”. L’abbiamo girato in Spagna: L’uomo, l’orgoglio, la vendetta, tratto dalla Carmen di Prosper Mérimée.

Com’è andata con mister Warner?
Un giorno sono andato da Jack: “I’m homesick, mi manca l’Italia, devo tornare”. Mi ha risposto: “Ma tu sei un pazzo, diventerai una grand star, come Rodolfo Valentino”. E io ho replicato: “Fammi ‘sto favore, lasciami libero”. Dopo molte insistenze, mi ha detto: “Continuo a pensare che tu sia un pazzo, ma ecco qui: strappiamo il contratto”. Così ci siamo ritrovati a fare la Carmen in Spagna Luigi Bazzoni da regista, Camillo Bazzoni come direttore della fotografia, Vittorio Storaro come operatore e Gianfranco Transunto come fuochista. Io interpretavo Josè, Tina Aumont la Carmen e Klaus Kinski Garcia. È stato bellissimo. Poi a quell’epoca facevano i western e avevano un po’ contrabbandato il manifesto del film in quel senso, c’ero io con il cappello da cowboy…

A proposito, nei giorni scorsi al cinema è uscito il documentario Django & Django, che la vede tra i protagonisti.
Sono davvero soddisfatto che sia stato realizzato un documentario su Sergio Corbucci. E che Quentin parli molto bene di lui. La mia intervista e gli spezzoni dei film sono stati molto tagliati, è un peccato. Però sono proprio contento di essere in questo lavoro su Corbucci.

Il documentario spiega bene il senso di quel cinema: un western più violento rispetto all’epica di Sergio Leone, cinema della vendetta. E anche politico.
Come dice pure Quentin, in Corbucci non c’era un vero eroe, il protagonista era un “figlio di una mignotta”. I film che ho fatto io – Django, Il mercenario, Vamos a matar compañeros –, erano cinema anche un po’ politico. In Django, per esempio, gli oppressi erano i peones messicani. E infatti poi Quentin ha fatto Django Unchained, dove gli oppressi sono i neri. Ricordo quando mi chiese di fare quel cameo, non ho accettato subito, c’ho pensato molto… Quentin è geniale, era pazzo di Corbucci, stava scrivendo un libro su di lui, poi penso che non l’abbia ancora fatto, perché l’intervista per il documentario era un po’ il contenuto del volume.

Ma con Tarantino come vi siete incontrati?
Allora, le racconto tutta la storia. Stavo girando un film americano a Oviedo, in Spagna, La voce degli angeli, era il 1997. Con me c’era un grandissimo cast: Frances McDormand, Polly Walker, Vincent Pérez, Marisa Paredes e Penélope Cruz. Durante la lavorazione, invitano Penélope al Festival di San Sebastián. Appena rientrata mi racconta: «Franco, c’era un giovane regista, si chiama Quentin Tarantino. Quando gli ho detto che stavo lavorando con te è impazzito: “Me lo devi far conoscere!”». Questo è stato il primo approccio.

E poi?
Negli anni a venire ho letto qualche intervista in cui Tarantino diceva che ero il suo idolo. Quando è venuto a Roma per presentare Bastardi senza gloria, mi ha voluto incontrare a tutti i costi. Enzo Castellari (regista di quel Quel maledetto treno blindato, uscito negli Stati Uniti con il titolo The Inglorious Bastards, di cui Tarantino ha comprato i diritti) ha fatto da tramite. Abbiamo fatto un bellissimo pranzo Dal Bolognese, nel centro di Roma. E Quentin mi ha abbracciato in un modo incredibile e mi ha raccontato tutta la sua storia: “A 14 anni lavoravo in un negozio di video e ho iniziato a conoscere i tuoi film: li ho voluti vedere tutti, ma non solo quelli che andavano forte in America, proprio tutti. Li cercavo negli altri Paesi”. Ha cominciato a recitare le battute dei miei film, a canticchiare le musiche. Una cosa impressionante.

Franco Nero e Quentin Tarantino a Cannes nel 2014. Foto: Michel Dufour/Getty Images

La sua partecipazione a Django è nata lì?
Stavo girando a New York un episodio di Law & Order – Unità vittime speciali. Durante la lavorazione, mi viene a trovare lo sceneggiatore e mi dice che ha letto un copione: Django Unchained di Quentin Tarantino. Io gli chiedo subito di farmelo vedere, ma non c’era niente per me, perché l’unico ruolo che avrei potuto impersonare sarebbe stato il dottore tedesco scritto per Christoph Waltz. Non gli dato troppo peso, ed è finita lì. Un po’ di tempo dopo Tarantino mi chiama a casa: “Io faccio questo film, Django Unchained: è un omaggio a Corbucci e a te, perciò vorrei tanto che tu ci fossi”. Ma non sapevo cosa volesse farmi fare. Allora mi dice che è un cameo. Gi spiego la mia idea: “So che tu hai preso questo attore nero per fare Django, Jamie Foxx, il suo personaggio ogni quarto d’ora nel film ha un flash e vede venire verso la macchina da presa in slow motion questo cavaliere con mantello e cappello nero. Pochi secondi, quattro o cinque volte durante la storia. Finché alla fine questo cavaliere si ferma davanti alla macchina e di fronte a lui ci sono una donna e un bambino di colore. Lei dice al piccolo: “Vedi, questo è tuo padre”, indicandomi. E io potrei dire qualcosa a questo bambino, tipo: “Figlio mio, combatti per la libertà””.

Che ha detto Quentin?
Naturalmente c’è stato silenzio dall’altra parte della cornetta.
“Quentin, ci sei?”.
“Sto pensando”. E dopo qualche minuto: “Ti richiamerò”.
Passa del tempo, faccio altre cose. Dopo un mese e mezzo mi richiama: “Ho pensato alla tua idea, non funziona. Nella vita tu bianco puoi avere un bambino nero, ma al cinema non funziona”.
“Va bene Quentin, cercheremo di fare qualcosa insieme in futuro”.
“No, tu devi assolutamente essere in questo film. Quando vieni in America?”
Incredibilmente sarei dovuto partire nel giro di due settimane. Lui stava girando a New Orleans, ci siamo visti a Los Angeles per una colazione di tre ore, dove ha continuato a ripetermi: “Trust me”. Alla fine mi ha convinto e ho fatto questo cameo.

Jamie Foxx e Franco Nero nella scena cult di ‘Django Unchained’

E quella scena è diventata un instant cult.
L’immagine dei due Django nel saloon è stata la foto più vista al mondo in quell’anno. Naturalmente la mia parte era più lunga, lui ha dovuto fare tanti tagli perché sennò il film sarebbe stato lungo cinque ore. Durante la lavorazione mi sono divertito, Quentin ogni tanto faceva vedere nel suo cinema il Django originale e continuava a dire agli attori, a Leonardo DiCaprio ecc.: “Ma voi lo sapete chi è lui?! È stato la più grande star al mondo, insieme a Charles Bronson e Clint Eastwood” (ride). E quando si girava una scena commentava: “Bene bene bene, però bisogna farne un’altra”. E tutti dovevamo dire insieme a lui: “Perché a noi piace fare il cinema”.

Perché Django è diventato un’icona?
Come dicevamo prima, Django è un film politico, per i lavoratori. Il sogno di tutti i lavoratori del mondo è di andare un giorno nell’ufficio del padrone e dire (imposta la voce): “Ehi, da oggi tutto cambia”. Sono passati più di 50 anni e questo film non muore mai.

A 25 anni lei era già una leggenda. Nel doc racconta che dopo il successo di Django, Corbucci la voleva a tutti i costi nel Grande silenzio. Lei gli ha risposto: “Vado in America”, e lui non l’ha presa bene.
(Ride) Sì. “Ma che vai a fare in America?!”. Mi è capitata l’occasione di fare questo musical, Camelot, il preferito di John Fitzgerald Kennedy, e lui se l’è presa. Infatti nel Grande silenzio il protagonista muore e l’antagonista resta in vita, Corbucci ha dovuto prendere Trintignant e il cattivo è rimasto Klaus Kinski. E, se lei ci bada bene, anche per The Hateful Eight secondo me Tarantino ha preso spunto da Corbucci, dal Grande silenzio, appunto. Perché è un film sulla neve, ma è girato per la maggior parte dentro un grande saloon.

E invece come ha conosciuto John Huston?
Per sbarcare il lunario a Roma, facevo l’aiuto di un fotografo in via Margutta. Un giorno viene in studio un suo amico, fotografo della De Laurentiis. Mi chiede se mi può fare dei primi piani, che poi sono capitati sulla scrivania di John Huston. Mi fissano un appuntamento in un grande albergo di Roma. Busso alla porta di questa suite, c’erano un sacco di ragazze giovani e io ero molto imbarazzato. Entro, mi avvicino e Huston all’improvviso mi fa: “Adesso spogliati”. Resto in mutande, mi guarda davanti, dietro, di profilo: “Ora puoi andare”. Dopo tre o quattro giorni, mi comunicano che John Huston mi ha scelto per fare Abele nella Bibbia. E io devo tantissimo a lui: i giornali parlavano della “scoperta di John Huston”. Durante la lavorazione mi consigliava di imparare bene l’inglese, perché con il mio fisico avrei avuto tante possibilità. E allora si è impegnato a insegnarmi lui la lingua, mi dava delle cose da imparare. A un certo punto mi ha prestato dei dischi di Laurence Olivier, John Gielgud, Michael Redgrave, Ralph Richardson, questi grandi attori shakespeariani. Io imparavo Shakespeare, ero foneticamente perfetto, ma non sapevo quello che dicevo. E non è finita.

Cioè?
John Huston cena a Londra con Joshua Logan, il regista di Camelot. Logan aveva già girato il primo film da protagonista di Marilyn Monroe, Fermata d’autobus, aveva diretto Marlon Brando. In teatro, a Broadway, i protagonisti del musical erano Richard Burton, Julie Andrews e Robert Goulet, ma lui voleva attori nuovi, era in Inghilterra per quel motivo. E Huston lo consiglia: “Ho io gli attori per te: Richard Harris per re Artù e Franco Nero per Lancillotto”. Così mi organizzano un incontro con Logan a Londra. Mi lascia parlare molto, per vedere com’è il mio inglese. E a un certo punto mi dice: “Huston ha ragione, tu fisicamente sei perfetto per fare Lancillotto, però questo è un film talmente costoso, io non posso rischiare, perché il tuo inglese non è ancora sciolto”. Mi dirigo verso la porta, poi mi volto: “Mister Logan, io però so Shakespeare in inglese”. E ho cominciato a recitarglielo per più di mezz’ora, è impazzito e mi ha scritturato.

Sul set di Camelot conosce Vanessa Redgrave. Ma ho letto che all’inizio incredibilmente non fu colpito da lei.
Per niente. Avevo già girato due mesi in Spagna con Logan e continuavo a chiedergli chi avrebbe interpretato Ginevra. “Un’attrice inglese, molto brava, vedrai”. Io non la conoscevo, poi quando siamo tornati a Hollywood alla Warner, un giorno camminavamo e lui mi indica Vanessa. Avevo 24 anni, pensavo a una bella donna alla Loren… Mi viene incontro questa ragazza con i jeans strappati, gli occhialetti da vista, i capelli rossastri, le lentiggini. Il primo impatto non fu dei migliori, quando ci hanno presentato io sono stato molto freddo. A Logan poi ho detto: “Ma tu sei pazzo”. E lui: “Non preoccuparti, vedrai”. Tornato in camerino, c’era una lettera di Vanessa: “Caro Franco, è stato un piacere conoscerti. Vorrei invitari a cena da me questa sera insieme ad altri attori” (che poi erano Rod Steiger, Claire Bloom…). Prendo la macchina, ricordo ancora l’indirizzo – Napoli Drive – busso alla porta della villa, mi viene ad aprire una donna incredibile; “Mi scusi, sono stato invitato dalla signora Redgrave”.
Lei risponde: “Ma guarda che sono io, Vanessa” (ride).
Era completamente trasformata. Poi la nostra storia è iniziata una sera: lei passeggiava sempre nel viale della Warner con il dottor Benjamin Spock, che era un pediatra famosissimo per aver scritto libri sui bambini. Mi chiede se posso accompagnarli all’aeroporto perché lui doveva partire per Washington. Rimaniamo lei ed io:“Ma domani tu lavori?”
“No”.
“Nemmeno io, ma perché non andiamo da qualche parte?”
Guardiamo i voli, il primo era per San Francisco.
Partiamo, affittiamo una macchina e passiamo un’intera notte in giro per San Francisco in auto. All’alba prendiamo un motel, uno di quelli proprio cheap (ride), e dormiamo lì. Così è nato tutto.

Vanessa Redgrave e Franco Nero a Venezia nel 2018. Foto: Vincenzo Pinto/AFP via Getty Images

Lei ha fatto degli incontri incredibili, però so che le sta particolarmente a cuore un consiglio che le ha dato Laurence Olivier.
Giravamo insieme Gli ultimi giorni di Pompei, mi dice: “Tu hai un fisico incredibile, potresti fare sempre l’eroe, il protagonista all’americana, fare un film l’anno ed essere sicuro che quel titolo abbia sempre un grande successo… però che monotonia. Oppure potresti fare l’attore, cambiare ruolo in continuazione: avrai alti e bassi nella tua carriera, ma a lungo andare ne vedrai i frutti”. Ho seguito il suo consiglio e mi sono divertito a cambiare in continuazione. Ho interpretato personaggi di 30 nazionalità, ho fatto tutti i generi… E lo devo un po’ a lui. Quando recitai nel Delitto Matteotti mi misero un naso finto, i dentoni… Insomma, mi sono trasformato in continuazione: qualche anno fa mio figlio ha fatto un bellissimo documentario su di me, L’uomo dai mille volti.

Il cinema internazionale le ha dato più di quello italiano?
Sì, negli ultimi 25-30 anni il 95% del mio lavoro è stato all’estero: film americani, inglesi, tedeschi… ho girato in Cile, Brasile, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia, ovunque. Ho sempre avuto lo spirito un po’ zingaro, forse perché mia nonna era gitana, dell’Andalusia. Con la fortuna di essere conosciuto in tutto il mondo, avevo sempre richieste dalle cinematografie dei vari Paesi, mi sono divertito e mi sto continuando a divertire. In Italia vengo ogni tanto ad aiutare qualche giovane, adesso per esempio ho appena finito di girare un corto, bellissimo. È la continuazione di quello che avevamo fatto l’anno scorso, Il suggeritore: la storia di un attore anzianotto che non si ricorda le battute e di un ragazzo che gliele suggerisce. Abbiamo vinto un po’ in tutti i festival e quest’anno abbiamo deciso di fare il seguito. Il cinema italiano mi ha dato molto negli anni ’60 e’70, ho lavorato con i più grandi registi italiani: da Elio Petriae Damiano Damiani, da Marco Bellocchio a Pasquale Squitieri, quando c’era il vero cinema e non c’era tanta tv. Non ho voluto fare La piovra, Il maresciallo Rocca, di cose televisive ne ho rifiutate davvero tante perché mi piace il grande schermo. Al cinema uno decide di andare a vedere un film, con la sala buia. A casa con la televisione non ci si concentra, danno questi titoli mentre la gente mangia, parla al telefono, lava i piatti, va da un canale all’altro, si addormenta… non c’e rispetto per il lavoro fatto.

Ma è vero che le avevano proposto di fare Lo chiamavano Trinità e lei ha declinato?
Quando ho girato Django, il direttore della fotografia era Enzo Barboni. Mi ricordo la sera, dopo il lavoro, si facevano due passi alla Gran Via a Madrid, e lui aveva questo copione sotto braccio. “Voglio gira’ sto film come regista e tu me lo devi fa’. Non ci sono spari, non ci sono morti, solo grandi scazzottate. Dai Fra’, fammelo, ci divertiamo”. Ed era Lo chiamavano Trinità. Ma io avevo altri programmi, dovevo andare in America e ho cercato un po’ defilarmi. Lui poi ha fatto questi film con lo pseudonimo di E.B. Clutcher.

Nel suo ultimo film da regista, L’uomo che disegnò Dio, ha diretto Kevin Spacey, persona non grata a Hollywood dopo le accuse e il ciclone #MeToo. Perché l’ha voluto nel cast?
Non l’ho voluto, me l’hanno proposto. E ho pensato: “È un grandissimo attore, perché no?”. È stato bandito da Hollywood per quattro anni, Penso che sia sbagliato, in passato un po’ tutte le grandi star hanno approfittato della loro posizione, ma la sua storia è venuta fuori nel periodo del MeToo, di Weinstein. L’hanno accusato, lui ha sofferto molto. Sta ancora soffrendo. Questo è l’attore più forte che c’è al mondo, il più bravo. Sul set è arrivato a interpretare il suo ruolo con grande umiltà, mi ha ringraziato. Se uno ha sbagliato, bisogna saper perdonare, non ha senso escluderlo totalmente. A Cannes c’era un grande cartellone che diceva: “We miss Kevin Spacey, l’arte non può essere cancellata”.

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