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Favino non esiste

Dagli studi televisivi milanesi alle strade di Roma, in compagnia del volto simbolo del cinema italiano. Che ragiona sul ruolo di attore e sull’idea che ciascuno si fa di se stesso e degli altri. In attesa di duellare con i 'Moschettieri del Re', al cinema dal 27 dicembre.

La truccatrice raccoglie dal tavolo del camerino un mucchietto di peli di yak dello stesso colore dei capelli dell’attore. Gli ha fermato i capelli sulle tempie con delle mollette e ora, per simulare la basetta, sparge la colla sulla pelle con un cotton fioc e ci incolla i peli di yak. Pierfrancesco Favino è a Milano per un’intervista televisiva in occasione del lancio di Moschettieri del Re di Giovanni Veronesi, e vuole comparire col suo solito aspetto, che prevede una basetta corta; ma in queste settimane sta girando il mondo – già Palermo, tra poco Germania e Brasile – per interpretare Tommaso Buscetta, il primo pentito di mafia, in un film di Marco Bellocchio: il trucco del pentito lo costringe a sacrificare la basetta corta, ma in televisione – precisamente a Verissimo – vuole apparire com’è di solito, perciò la truccatrice del film lo ha accompagnato a Milano e ora gli ronza intorno stringendo con attenzione una pressa di metallo bollente, mentre lui seduto parla con me, che gli siedo accanto, guardandomi fisso negli occhi attraverso lo specchio a tutta parete.

Già prima di raggiungerlo in camerino ero stato informato dal press agent che Pierfrancesco tiene molto a ogni aspetto della sua comunicazione. Dentro, Favino mi spiega il perché di quelle due valigie e dello stylist: «Tu, anche quando non vuoi, nel momento in cui raggiungi una visibilità di qualche tipo, per le persone diventi qualche cosa. E stai entrando in casa loro. E poi è una cosa che facevamo prima, se pensi agli attori di una volta, che stavano attenti a come si vestivano. Non eri visto come benpensante».

Foto: Gabriele Micalizzi. Bomber in pelle Giorgio Armani.

Sento che lo trova un concetto spinoso da esprimere, quindi lo incito: “Oh, a me mi interessa un casino sto discorso, non farlo sulla difensiva”. «Non sono affatto sulla difensiva. Penso sia snob pensare che se uno sta in ciabatte o con la giacca con cui è uscito di casa, si sente più vicino a ciò che è veramente. Molto spesso si dice che noi non abbiamo la struttura dello star system… Anche per esperienze che ho fatto all’estero, vedo che fuori c’è un’attenzione diversa a questi aspetti. Questa cosa qui, alla fine, in qualche modo ritorna, anche per l’ambiente stesso». Dà un po’ di confini al mestiere, lo rende più rispettabile. «Un po’ sì». Ha cominciato da poco a prendere sul serio questo aspetto del suo lavoro. «È un tentativo che sto facendo».

“La giornata particolare”

Foto: Gabrile Micalizzi. Style: Francesca Piovano. T-shirt in cotone e cashmere Corneliani, cappotto doppiopetto in mohair Hermès, anello fascia puntinata in argento sterling Nove25 con finitura brunita lucida.

La giornata di Pierfrancesco Favino è così strutturata: un aereo da Roma atterra nella foschia a Linate, Milano, alle due di un pomeriggio di metà novembre; mi incontrano, lui e l’ufficio stampa del film, a uno dei bar nell’area degli arrivi; proseguiamo verso un NCC che ci porta lungo la Tangenziale Est fino a Cologno Monzese; agli studi, si sale in camerino con lo stylist che, insieme all’assistente, ha portato due valige di vestiti firmati tra cui scegliere; una mezz’ora per provare e decidere; poi trequarti d’ora di trucco per impiantare le basette; una visita della parrucchiera; si veste, scende nello studio di Verissimo dove Silvia Toffanin lo intervista per mezz’ora; raggiunge rapidamente un disimpegno di luci bianche su parete rossa dove gli scattano due foto per i social tra cubi rossi marchiati Verissimo; si strucca e sveste in camerino; NCC, aeroporto, dove ci salutiamo.

La mia giornata aderisce senza attrito alla sua grazie alla metodica educazione sua, del suo press agent, della sua truccatrice, dell’ufficio stampa del film, dello stylist e perfino – in un modo sorprendente e piacevolissimo – di ognuna delle persone incontrate negli studi Mediaset. È un’educazione se non calcolata, quantomeno ragionata.

Su Tom Hanks, suo modello di professionalità, mi ha detto: «Lo vedi comportarsi con le persone in un certo modo. Il giorno che dall’Italia siamo andati a girare Angeli e Demoni a Los Angeles, per dirti la carineria, mi hanno portato a cena in un ristorante italiano. Ron Howard, Tom Hanks e il direttore della fotografia, a cena per farmi sentire a casa. E non l’ho mai visto in sei mesi di lavoro una volta senza il sorriso. O mai rifiutare una fotografia». Lui farà lo stesso alla fine, mentre corriamo alla macchina per andare in aeroporto: si fermerà per tutte le richieste senza fare una piega; anche due o tre volte in aeroporto, coi tempi stretti.

“Metodo”

Foto: Gabrile Micalizzi. Style: Francesca Piovano. T-shirt in cotone e cashmere Corneliani, cappotto doppiopetto in mohair Hermès, anello fascia puntinata in argento sterling nove2 con finitura brunita lucida, jeans 501 Levi’s e scarpa derby stringata in pelle Premiata.

A Roma, dove viviamo sia io che lui, quando si vuole dire che un attore è scemo, noioso e vanitoso, si dice “è un attore”. Favino invece è una gioia da intervistare. Ha una forma di concentrazione che mi intrattiene, mi dà piacere, mi fa venire delle idee e fa passare veloce il tempo. (Alla fine dei 45 minuti di trucco e intervista ho detto al suo press agent: “Mi ha ipnotizzato, non mi sono accorto di quanto tempo è passato, è un manipolatore”. Prima avevamo ragionato di manipolazione).

Mi è venuto naturale chiedergli che rapporto abbia col metodo Stanislavskij, visto che si cala talmente nei suoi personaggi che – come mi ricorda lui – dieci anni fa in Boris, la serie ambientata nel mondo romano del scinema e della tv, Max Bruno lo omaggiava dicendo che i ruoli che comportavano l’ingrassare coraggiosamente 20 chili li prendeva tutti Favino. Mi ha dato diverse risposte curiose.

Per esempio, che non crede al mito del “personaggio”, e a L’Oltrarno, la scuola di recitazione fiorentina che dirige, lo chiama “pinuccio” invece che “personaggio”, per sdrammatizzare. Lo dice un attore noto per i suoi travestimenti (Bartali, il Libanese della banda della Magliana, Clay Regazzoni in Rush): desidera piuttosto una versione italiana del metodo, più ironica, distaccata. Rispetto alle immedesimazioni estreme di un Daniel Day-Lewis o Christian Bale, «noi abbiamo avuto attori nostri, latini, che hanno avuto tutt’altra modalità, veniamo da una terra del dubbio, veniamo da una educazione filosofico-religosa che non ha bisogno di spiegarsi ogni singolo passaggio». I protestanti americani hanno letto il metodo in altro modo, più rigido. «Io non penso ci sia un metodo: bisogna imparare a saper leggere una storia. Il termine “personaggio” è ingabbiato in una letteratura. Il mio ideale di attore è quello che magari non si sta emozionando, ma fa emozionare me attraverso la storia».

Foto: Gabrile Micalizzi. Style: Francesca Piovano. T-shirt in cotone e cashmere Corneliani, cappotto doppiopetto in mohair Hermès, anello fascia puntinata in argento sterling Nove25 con finitura brunita lucida, jeans 501 Levi’s e scarpa derby stringata in pelle Premiata.

Ha un altro parere curioso, me l’ha detto appena ci siamo seduti in macchina in partenza da Linate: alla mia domanda se fosse nevrotico o no (mi sembrava di no), è partito: «Non trovo interessante la nevrosi. Penso che si sia molto confuso la nevrosi con la narrazione. Penso che la nevrosi come storia sia una storia breve, non abbia tanto sviluppo». Più tardi: «Si è confusa l’emozione con la nevrosi. E ha schiacciato un sacco di storie del nostro cinema. Un giovane attore o attrice così poi pensa di essere troppo normale, non interessante, se non è nevrotico».
Lui come attore giovane ha messo tempo a trovarsi. «Non sono mai stato un giovane problematico, sempre abbastanza sano, facevo l’amico sano dell’attore nevrotico».

Hai sempre l’aria di essere il mediano. «Capito? C’avevo quella cosa là. Adesso devo dire che è la fase della tranquillità della tecnica, mi sento più tranquillo, ho un’età in cui racconto uomini con più sfumature. Un attore prende veramente la sua faccia verso i trentacinque anni». Quel momento per lui è arrivato una decina di anni fa, con Romanzo Criminale al cinema e Bartali in tv. «Lì io ho cominciato ad avere quella faccia: corpo e anima hanno iniziato ad andare insieme».

“Buscetta e D’Artagnan”

Foto: Gabrile Micalizzi. Style: Francesca Piovano

Quella faccia e quel corpo Favino li ha appena investiti in una rilettura del personaggio di D’Artagnan, che in Moschettieri del Re di Giovanni Veronesi è più vecchio, in pensione, lavora coi maiali, parla con un godibile accento francese, seduce ogni donna e viene richiamato dalla regina – Margherita Buy alcolizzata, genio! – per rimettere insieme la banda andando a recuperare, in vari stadi di decadenza, gli altri tre moschettieri, Valerio Mastandrea, Rocco Papaleo, Sergio Rubini, «quattro icone prese e messe in condizione tra la favola e la farsa. C’era qualche momento che mi sembrava i Monty Python».

Ma c’è anche L’armata Brancaleone, un tentativo di ricordare al pubblico che c’è stata la commedia all’italiana, dove intrattenimento e qualità passavano la domenica pomeriggio insieme, in questo caso combattendo il Cardinal Mazzarino – Alessandro Haber che perseguita gli Ugonotti in fuga sulle navi.

Parliamo del film mentre Dalia Colli, la truccatrice (premiata ai David di Donatello), gli leva la colla lasciata ieri per il trucco da Tommaso Buscetta. Per Dalia, Favino ha una venerazione e anche un po’ di sindrome di Stoccolma, dal momento che per diventare l’ex mafioso sul set deve passare con lei anche quattro o cinque ore. E parlate? «Parliamo, ascoltiamo musica. Dormo. Vediamo se viene come vogliamo, facciamo gli aggiustamenti». Sindrome di Stoccolma e venerazione sono ricambiate: «Favino forever», dice Dalia. «È un gentiluomo. Rispettoso. Entusiasta». Cos’è l’opposto di Favino? «Il non rispetto, l’egocentrismo puro. Sentirsi al di sopra anche di quello che viene chiesto. Se gli dico “Sono cinque ore di trucco, Favino”, lui dice “sìììì”». (Intanto le basette di yak si sono completamente confuse con la sua faccia, e tutto sembra più naturale di prima.)

«Anche nei Moschettieri», dice Favino, «avevamo parrucche, barbe, baffi, cose: anche lì c’era più o meno un’oretta e mezzo. Però ti aiuta un sacco: vederti in un altro modo, non sai mai cosa viene fuori».

Con Bellocchio aveva già lavorato: “Nel Principe di Homburg, una delle poche volte che sono stato giustamente tagliato. Ero cane. Porca troia. Ero proprio cane. Facevo una piccola cosa che è diventata ancora più piccola ma non posso dargli torto». Ora invece ha una parte pesante, che l’ha già portato a Palermo su un set allestito nell’aula bunker del maxiprocesso alla mafia di trent’anni fa: «Bella botta. Dopo che l’hai visto tante volte, e studiata, entrare là». Che energia ha? «Bella densa. È più cupa l’aula bunker di Rebibbia tutto sommato (quella di Romanzo Criminale, ndr). Una specie di corridoione grande. Invece Palermo è una specie di mezzo anfiteatro. Dopo averlo visto, aver letto cose anche non pubblicate, mi ha fatto impressione. Sono arrivato quando stavano girando altri, mi sono affacciato e ho avuto il batticuore». La settimana dopo volerà a Colonia, poi in Brasile per le altre riprese del film.

“Verissimo”

Foto: Gabrile Micalizzi. Style: Francesca Piovano

Dopo il trucco, indossati pantaloni e giacca scuri con maglietta terra bruciata, Favino scende in un turbine gentile di persone e ruoli, fino a ritrovarsi, con noi dietro, in un corridoio molto luminoso su cui si aprono stanze piene di rail con i vestiti, affiancato alla conduttrice, Toffanin, che porta un lungo abito rosso: percorrono l’ultimo tratto di corridoio insieme e poco dopo sono davanti al pubblico, seduti fra schermi giganti. Lei è vestita di rosso perché la puntata andrà in onda sotto Natale, più di un mese dopo. Il tempo è ricostruito come le basette di Favino. Il mio registratore del telefono si geolocalizza e intitola la mia intervista “Via Cinelandia”.

Siedo con Dalia e gli altri dietro le quinte, dietro i sederi del pubblico sulle piccole tribune, a seguire attentamente l’intervista da uno schermo. Se in camerino Favino mi ha guardato fisso, facendo quasi sempre una sola espressione – interrotta da occasionali risate –, il Favino nello schermo esprime molte emozioni con la faccia, inquadrata grande. Dopo un video sulla sua vita narrato da Michelle Hunziker, che ha condotto Sanremo 2018 assieme a lui e a Claudio Baglioni, dice: «Sono rimasto molto legato a Michelle e Claudio dopo quella esperienza sul palco. Affetto vero». Sulla preparazione da attore, se a me ha parlato del metodo, qui dice: «Non sono un secchione, sono molto curioso».

Toffanin chiede se ha altri progetti americani. «Ma io sono felice di avere molti progetti qua in Italia». Applauso. «Io sono italiano. Voglio stare qua». A me ha detto che l’esperienza in America ha contato tanto, «però non vorrei vivere là, non vorrei fare la vita che fanno loro». Che vita fanno? «L’ideale massimo è che tu abbia tanto successo da poterti comprare una casa enorme con attorno la tua polizia privata. È una roba terrificante. Non è il mondo a cui aspiro».

È bello confrontare le due interviste, la mia e quella in tv, avendo in mente ciò che mi ha detto durante il trucco. Parlavamo di come un protagonista o un regista decidono di controllare l’ambiente del set o quello di lavoro in generale. Si può essere gentili o aggressivi, è spesso una questione di manipolazione.

«Io non riesco a lavorare in un ambiente respingente. Chi lo fa magari riesce a creare dipendenza con l’aggressività». Quella è manipolazione, gli ho detto allora io. «In qualche modo anche la mia lo è», risponde Pierfancesco Favino.

T-shirt Brunello Cucinelli, cappotto monopetto in pelle Ermenegildo Zegna Couture, denim Harmont & Blaine, sneakers Chuck Taylor70 Converse, orologio Pilot’s Watch Cronograph Spitfire IWC.

Dipende se mi lasci spazio o no. Ora tu mi stai guardando fisso nello specchio, ma mi stai lasciando la libertà di portare la conversazione dove mi pare. «Ma io so anche per chi scrivi però, e presumibilmente so chi sono le persone che leggeranno Rolling Stone e non L’Espresso». E quindi? «E quindi io so che affinché questo pezzo abbia un interesse, deve avere qualche cosa che non dev’essere per forza educato, che deve fare riferimento a un mondo che ama considerarsi libero e non benpensante, che è un mondo che per riconoscere se stesso deve trovare qualche cosa non voglio dire di provocatorio, ma… Comunque io non saprò mai quello che tu vedi di me in questo momento, non lo posso sapere. Io, però, so che tu c’hai un problema – che spero diventi presto un piacere –, cioè quello di scrivere un pezzo. Io posso cercare di fare in modo che diventi un piacere. Magari tu hai delle idee su di me e posso farti vedere quello che non sai, e che va al di là della tua idea di me».

Certo. Poi avere un’idea su un attore è difficile. Non mi sono mai concentrato su chi sei te. Ti ho sempre dato per scontato. «Però tu sei tu. Tu e Favino fate una cosa che Favino non sa».
(L’ho guardato con gratitudine attraverso lo specchio del camerino, perché mi stava risolvendo il pezzo.) «…E Favino può fare i numeri a colori, può averci i baffi, essere biondo, essere basso, ma sei te che determini quella cosa, non sono io. Ma io non è che sono più espressivo qui che a Verissimo. Io sono sempre io».