Fabio Volo, chiamatemi pure impostore | Rolling Stone Italia
Interviste

Fabio Volo, chiamatemi pure impostore

La ‘sindrome’ che non sia è mai levato (e non si vuole levare). Le critiche «che all’inizio erano erano pure giuste». L’ultimo libro (‘Una vita nuova’) e l’ultimo film (‘Per tutta la vita’). E il fatto che, alla fine, c’ha sempre ragione lui

Fabio Volo, chiamatemi pure impostore

Fabio Volo alla Festa del cinema di Roma 2021

Foto: Daniele Venturelli/WireImage via Getty Images

Ve lo diciamo così, a bruciapelo, saltando a pie’ pari il classico incipit da intervista perfettina: Vasco Rossi ha mandato un messaggio fitto fitto di cuoricini a Fabio Volo. Capite bene: il Blasco. Che usa i cuoricini. E li manda a Volo. Questa sorta di ossimoro comunicazionale ha preso forma in seguito all’uscita del nuovo libro di Volo, Una vita nuova: il romanzo, edito da Mondadori, contiene un omaggio al mitico Vasco. «Gli ho detto della citazione e lui mi ha ringraziato scrivendomi che era onorato e orgoglioso, poi ha messo dei cuoricini, tutto carino: è stato davvero molto gentile», ha raccontato Fabio Volo che, nel frattempo, dall’11 novembre sarà pure al cinema con il film Per tutta la vita di Paolo Costella.

La pellicola schiera un cast all star che va, appunto, da Volo (nelle vesti di un padre e marito divorziato) ad Ambra (sua ex moglie) passando per Claudia Pandolfi, Luca e Paolo, Carolina Crescentini, Filippo Nigro e Claudia Gerini. Come se non bastasse, prossimamente ne uscirà pure un altro, di film, dove Volo sarà diretto ancora una volta da Michela Andreozzi dopo il successo di Genitori vs influencer. Insomma, meno male che Fabio era “il qualunquista”, quello che “non sarebbe mai durato”. A dispetto dei suoi (tanti) detrattori, Volo oggi è uno scrittore da 7 milioni di copie, con 11 romanzi all’attivo, che si piglia i cuoricini da Vasco Rossi e trova pure il tempo di fare qualcosa come una dozzina circa di film al cinema, il tutto coronato dal suo lavoro in pianta stabile a Radio Deejay.

Dimmi la verità: non provi mai un senso di rivalsa verso chi, all’epoca, sosteneva che non saresti andato lontano?
No: rivalsa mai. Anche perché, diciamocelo: alcuni attacchi erano giusti. Lo dico davvero: c’avevano ragione! Certo, le offese non fanno mai piacere, ma pure quelle fanno parte del gioco. E poi tutto quel clamore ha contribuito a creare il “caso Volo”. Probabilmente oggi non sarei così famoso se non ci fosse stata la pioggia di critiche.

Combatti ancora contro la sindrome dell’impostore?
Eh… diciamo che, rispetto al passato, va un po’ meglio. Il fatto è che sono sempre stato una persona insicura di carattere e irrequieta nell’animo: sono uno che deve muoversi, fare, sperimentare. Per dire, non lavoro perché “devo”, ma perché mi piace: la radio per esempio mi diverte ancora tantissimo, non mi pesa alzarmi tutte le mattine, anzi. Quando non vado in onda mi manca. Non credo che il senso di inadeguatezza mi lascerà mai, però adesso ho capito che è più importante accettarsi come si è, piuttosto che sforzarsi di cambiare. E sai una cosa? Proprio quando ti accetti le cose iniziano a cambiare, difetti compresi: si vaporizzano. Giuro.

Dài, è un ragionamento da paraculo.
No, perché?

Suona come una scorciatoia per accontentarsi e non lavorare su se stessi.
Ah, guarda, questo per me è impossibile (ride, nda). Io non mi accontento mai. Da fuori tu mi vedi solare e leggero, ma in realtà sono una persona menosissima. Ti faccio degli esempi: se non saluto bene qualcuno ci sto malissimo, torno indietro e mi scuso; se passo una giornata senza lavorare, sono travolto dai sensi di colpa. Mi faccio un sacco di paranoie.

Nel frattempo quanto è diventato ricco il tuo analista?
Gli analisti, al plurale! (ride, nda) Sono come Woody Allen. In realtà, battuta a parte, ho fatto molta autoanalisi da solo, attraverso la scrittura, però poi qualche percorso terapeutico l’ho fatto anch’io. Oggi, alle soglie dei cinquant’anni, ho capito che le varie sindromi che ci portiamo dietro, come quella dell’impostore per me, non possono essere cancellate: fanno parte di noi. Possiamo però imparare a ridurle e, in questo modo, controllarle. Ecco, io sono entrato in questa nuova fase della vita dove non sono le mie paure a gestire me, ma io loro, perché le ho rimpicciolite.

Fabio Volo con Ambra Angiolini in ‘Per tutta la vita’ di Paolo Costella. Foto: Andrea Miconi

Tu sarai ancora insicuro, ma la gente invece ha le idee chiare: legge i tuoi libri perché li hai scritti tu, a prescindere dalla trama, e lo stesso dicasi per i tuoi film. Possiamo quindi dire che sei diventato un brand?
Oggi gli editori usano l’espressione “un libro alla Fabio Volo” ed effettivamente, quando diventi una specie di aggettivo, vuol dire che ce l’hai fatta. Forse è stata premiata anche la mia tenacia. Come sai, i miei libri sono stati spesso attaccati sia dall’intellighenzia che da una certa sinistra, così come da una certa destra… chiunque poteva mi attaccava. A un certo punto sono stato addirittura tentato di scrivere in modo diverso: sarebbe bastato usare una parola più forbita o una struttura più sofisticata per mettere a tacere i miei detrattori e dimostrare loro che, se voglio, sono bravo. Ma non l’ho fatto e sono andato per la mia strada: ho tenuto duro, non mi sono fatto lusingare dal mio narcisismo e alla fine, sì, sono diventato un brand.

Oggi vanno molto le autobiografie. Visto il tuo successo come autore, te ne hanno mai chiesta una?
Eccome! Ma per scriverle devi avere un trauma: vanno solo le autobiografie con rivelazioni shock.

E tu nulla? Nessun scheletro nell’armadio, malattia, molestia, dipendenza: niente di niente?
Mi sto toccando, sappilo… però no, grazie al cielo finora non ho vissuto nulla di così sconvolgente. Diciamo che dopo il successo di Open di Agassi gli editori hanno chiesto autobiografie a chiunque, persino a gente manco trentenne. Quindi bussarono pure alla mia porta, ma io… dài, cosa dovevo raccontare? Sono il figlio di un panettiere, non ho mica inventato Facebook.

Veniamo al film Per tutta la vita: interpreti un marito che delega alla compagna l’educazione del figlio. Credi che i padri di oggi debbano farsi un esame di coscienza?
Personalmente ho sempre avuto ben chiara la differenza tra essere genitore ed essere padre. Il primo è alla portata di tutti, persino degli animali: metti al mondo una creatura e poi continui per la tua strada, riprendendo a fare la tua vita, esattamente come prima. Al massimo dedichi il tuo extra time, come diceva Prince, alla prole. Ecco, io non ho mai voluto essere solo un genitore: ho sempre aspirato a essere un padre presente, tant’è vero che ho ridotto i miei impegni professionali. Potendomelo permettere, ho scelto non di concedere parte del mio tempo ai miei figli, ma di crearlo.

Quanto era presente tuo padre in casa?
Poco: era spesso assente per motivi di lavoro, perciò io sono cresciuto cercando la sua approvazione. A ben guardare, è stata anche la mia fortuna: tutta la mia carriera si fonda sul tentativo di attirare l’attenzione di mio padre e avere la sua stima.

In un paio di scene di Per tutta la vita ti si vede a petto nudo: sbaglio o quelli che si intravedono sono dei mezzi addominali?
Sì, ma andrebbero chiamati “crisi di mezza età”. L’anno scorso mi sono concesso il lusso della palestra: non ci avevo mai messo piede, perché io e lo sport siamo sempre stati due pianeti molto lontani. Sai cosa mi angosciava? Non tanto l’estetica differente, ma la crescente stanchezza. Ora mangio anche più sano perché fino a una certa età puoi fare quello che vuoi e poi, quando ti avvicini ai cinquanta, è bene ascoltare il proprio corpo.

Intravedi la luce in fondo al tunnel di questa crisi?
Eh, la vedo molto lunga! Però non credo di arrivare a comprarmi la moto e il cabrio, tranquilla… (ride, nda)

La pandemia ha amplificato il senso di precarietà e, in fondo, di morte che sta alla base delle crisi di mezza età?
In realtà il così detto “memento mori” ce l’ho sempre avuto. Fin da quando ero ragazzo, penso alla morte almeno una volta al giorno. Solitamente mi viene in mente appena mi sveglio, perché mi dico: “Cavolo, magari questo è l’ultimo giorno che vivrò”. Oppure la sera prima di addormentarmi, che è ancora peggio, perché mi viene voglia di alzarmi e mettermi a scrivere, a fare cose…

Inquietante.
Invece ha un suo lato positivo. La mia preoccupazione non è infatti quella di morire, ma di non riuscire a fare tutto quello che vorrei. Quindi la morte è un buono stimolo per vivere a pieni polmoni.

Sei credente?
Ho una buona connessione con la spiritualità, mi piace la figura del Cristo e ho anche tatuato il sacro cuore di Gesù, ma non sono un cattolico praticante. Mi piace fare meditazione e interessarmi delle varie religioni.

A proposito di Covid, quanto ti fa specie che l’Italia sia assurta a modello mondiale?
Fa un po’ impressione vedere la mappa del mondo tutta rossa tranne il nostro Paese, così come sentire gli inglesi dire: “Dobbiamo attuare il metodo italiano”. La situazione deve essere proprio tremenda se siamo noi i migliori (ride, nda). Però è anche vero che magari, una volta tanto, ci abbiamo preso. In fondo, in passato, noi italiani siamo stati i primi a bandire le sigarette nei luoghi chiusi e tutti gli altri ci presero a esempio.

Torniamo ai tuoi impegni: tanti libri, molto cinema e la radio come grande certezza. Sbaglio o hai un po’ mollato la tv?
Sì, è così. Oggi non ci sono più i budget di una volta e, di fatto, vanno molto la tv parlata o i programmi evento da una o due puntate. Non ho ancora trovato qualcosa che faccia al caso mio.

Fare tv è diventato più difficile anche perché, tra i vari media, il piccolo schermo è quello più esposto al politicamente corretto?
Anche. Quei pochi programmi scorretti spesso sono in realtà solo sgradevoli. È diventato sicuramente più difficile fare tv… Io poi sono politicamente scorretto nell’animo, oltre che cinico. Temo quindi che non sopravviverei a lungo: mi piace scherzare su tutto e questo non funziona in una società che si prende sempre tremendamente sul serio.

Tu sei tra le poche persone che hanno rifiutato di condurre Sanremo. Altre cazzate che hai fatto?
Dài, non è stata una cazzata! Mi chiamò all’epoca Pippo Baudo, ma l’Ariston sarebbe stata la mia morte. Venivo da Mtv e da Italia 1, metà del pubblico si sarebbe domandato: “Ma chi è questo qui? Chi lo conosce?”. Poi con il mio modo di fare sguaiato avrei sicuramente fatto dei danni: Sanremo ha una liturgia molto precisa, è una sorta di messa cantata. Io sarei stato capace di dire: “Va’ quanto è brutta ‘sta canzone!”. No, no: ho fatto decisamente bene a rifiutare! Me la sarei rischiata troppo…

Diresti no anche adesso ad Amadeus?
È che non sono proprio capace di fare il conduttore istituzionale: sono un volto che va a braccio, improvvisando. Quindi direi di no anche ad Amadeus. E non dire che è una cazzata, eh…