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Essere uomini in America: l’intervista al regista di ‘Moonlight’

Abbiamo incontrato il regista e gli attori di uno dei film più interessanti e premiati dell’anno (e mancano ancora gli Oscar di domenica prossima)

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Basato sull’opera teatrale In Moonlight Black Boys Look Blue dell’attore/drammaturgo Tarell Alvin McCraney, il film Moonlight narra la storia di un uomo durante tre fasi principali della propria vita; infanzia, adolescenza ed età adulta, partendo dalla periferia-ghetto di Miami fino ad arrivare ad Atlanta, dove tra mille difficoltà cercherà di capire l’uomo che è diventato. Meraviglioso. Assolutamente da vedere, uno dei miei film preferiti 2016, specialmente perché racconta la verità, alquanto scomoda, di uno spaccato di vita da negri, facendovi vedere bello e brutto, odio e amore, vita e morte, senza tralasciare l’emozione più importante: la speranza. Moonlight esce da Toronto già con l’etichetta di film da seguire, per poi far incetta di premi ai vari festival, fra cui spiccano le sei nomine per i Golden Globes dove vince quello di miglior film drammatico, in attesa dei prossimi Oscar.

Il film si apre con Chiron-bimbo a nove anni, che scappa per le strade e i backyards di Miami, inseguito da un gruppo di bambini che vogliono picchiarlo. Viene salvato da Juan (Mahershala Ali), spacciatore di droga, e dalla sua ragazza Teresa (Janelle Monáe). Da quel giorno, Chiron vede in Juan una figura paterna, mentore, nonché rifugio dalla madre Paula (Naomie Harris), infermiera con una dipendenza da crack, che alterna amore, odio e periodi di abbandono per il figlio. Nel corso del film, Chiron-adolescente, con un profonda amicizia per Kevin, è in continua lotta con la propria identità sessuale, cerca di nascondere il fatto di essere gay, mentre Chiron-adulto lo nasconde del tutto. Nel cast Alex R. Hibbert, Ashton Sanders e Trevante Rhodes sono i tre magnifici attori che interpretano Chiron. Un film – e un incontro con regista e attori – ai quali non potevamo mancare: Barry Jenkins, Naomie Harris (007 Skyfall & Spectre) e Mahershala Ali (House of Cards). Le prime info arrivano dal regista, che descrive Moonlight come una storia di amore e di riconciliazione, di accettazione, ma sopratutto di speranza, cambiamento e coraggio di rivelare la vera natura di se stessi. Moonlight è stato girato in Florida, nell’arco di 25 giorni, con un budget di circa 5 milioni di dollari. Naomie Harris (nomina Golden Globe, in attesa degli Oscar) ci rivela che ha girato tutte le scene nell’arco di tre giorni.

«Quando ho letto la sceneggiatura», racconta Naomie, «ho pianto, perché è una storia emotivamente molto intensa. Tratta di un mondo e di gente con cui non avevo mai avuto a che fare, Paula su tutti: non è una brava madre, si fa di crack e non è capace di amare suo figlio, esattamente l’opposto di mia madre, che adoro ed è sempre stata la mia role model. Quando Barry mi ha spiegato che sia sua madre che quella di Tarell avevano un problema di tossicodipendenza e che volevano raccontare la loro storia, ho iniziato a fare ricerca e ho scoperto che spesso le donne che diventano dipendenti dal crack sono state soggette a violenze o abusi sessuali, specialmente da bambine. Ho capito che Paula era una vittima, cerca solo aiuto per affrontare il dolore dovuto alle proprie esperienze traumatiche». Mahershala Ali ottiene invece il ruolo grazie a un’amica in comune con Barry. «Ho lavorato con Adele Romanski sul film independente Kicks, suo marito era stato direttore della fotografia nel primo film di Barry, Medicine for Melancholy. Adele mi spiegò che era un regista fantastico e che avremmo dovuto assolutamente lavorare insieme. Quando ho letto il copione, ho avuto la stessa reazione di Naomie, ho sentito una connessione emotiva profonda nei confronti dei personaggi. Raramente avevo visto ritrarre la vita di gente di colore in modo così intenso. Come attore è stata una delle esperienze più dure della mia vita. Ho girato in tre weekend, durante il resto della settimana ero a New York sul set di Luke Cage, anche se pensavo sempre a Juan».

Sia Harris che Ali concordano che per entrambi sono stati ruoli impegnativi. «Ogni volta che mi offrono un ruolo penso sempre di non essere in grado di farlo», continua Harris, «per costruire Paula ci ho messo più energie del solito, ma come attrice è stato molto gratificante. Tutti i personaggi che interpreto sono dentro di me, devo solo trovare il coraggio di esprimerli ed esorcizzarli». «Il silenzio in questo film è importante», sottolinea Ali, «finalmente ho avuto l’opportunità di esplorare la psicologia del mio personaggio, vederlo pensare, riflettere e reagire di conseguenza. Spesso gli scrittori riempiono pagine di dialogo, mentre Barry è stato capace di rendere ogni personaggio più umano e accessibile a chiunque».

Nonostante Jenkins e Tarell McCraney abbiano frequentato la stessa scuola a Liberty City, non si sono mai incontrati, fino a quando Jenkins non ha letto il testo teatrale da cui è tratto Moonlight. E proprio da qui noi partiamo.

RS: Mi puoi dire qual è stata la tua reazione dopo aver letto il testo?

Barry Jenkins: Avevo molte esperienze in comune con la vita di Tarell, soprattutto quelle che riguardano la performance di Naomie Harris. Quando ho letto il testo, mi sono reso conto che non avevo mai parlato della mia esperienza infantile: non cercavo di dimenticarla, ma non sapevo nemmeno come affrontarla. Ho pensato che sarei stato un codardo a non affrontare alcuni dei miei demoni che avevo appena rievocato. Molti dei miei amici hanno avuto dubbi sul fatto che questo film fosse quello giusto, secondo loro dovevo fare qualcosa di più commerciale. Io ho solo pensato a Goethe: “L’audacia reca in sé genialità, magia e forza”.

RS: Hai diretto il film e scritto anche la sceneggiatura. Perché?

Barry Jenkins: Ho una laurea in Letteratura, ho sempre scritto. Ho chiesto a McCraney se voleva firmarla lui, ma non aveva tempo, e quindi mi ha dato la sua benedizione. Era una storia troppo personale per entrambi, non so se sarei mai riuscito a trovare qualcuno che avrebbe potuto scriverla meglio di me. A quel punto sono partito per Bruxelles, perché cercavo una città dove non ci fosse niente da fare, così da potermi concentrare a scrivere. Dopo un anno avevo uno script definitivo, e dopo sei mesi avevamo trovato qualcuno che voleva finanziare il progetto, però esigeva un controllo creativo completo. Abbiamo rifiutato e deciso di trovare qualcun altro. Nel frattempo sono tornato a Telluride, dove ho ripreso il mio vecchio lavoro di moderatore cinematografico, finché nel 2013 mi hanno chiesto di intervistare i produttori di 12 anni schiavo – Jeremy Kleiner e Dede Gardner, partner della Plan B Entertainment, società di produzione di Brad Pitt – a una proiezione del loro film. Da lì abbiamo cominciato a parlare e mi hanno chiesto se stavo lavorando su qualcosa. Gli ho raccontato di Moonlight e hanno deciso di finanziare il film, fidandosi al 100%. Zero interferenze creative. Ancora non ci credo!

RS: Chiron fa fatica ad accettare la propria omosessualità, soprattutto perché vive in un mondo machista, in cui è impossibile ammettere di essere gay. Quanto è stato difficile cercare di integrare questo aspetto nella storia, senza cadere negli stereotipi?

Barry Jenkins: Inizialmente mi sono chiesto se sarei stato in grado di raccontare questa storia, visto che non sono gay. McCraney mi ha supportato, mi ha fatto capire che questa era una storia di persone, indipendentemente dal colore della loro pelle, o dai loro orientamenti sessuali o politici. Il problema è che personaggi del genere, spesso, non hanno voce sul grande schermo, sono marginali, mai protagonisti. Non volevo che l’omosessualità di Chiron fosse troppo presente nel film, perché ha una montagna di altri problemi da affrontare, soprattutto la relazione con sua madre. Questo è un film che tratta molti argomenti importanti, che interessano a persone con problemi completamente diversi, ma che condividono una discriminazione sociale. In ogni caso, ho sempre trovato fosse un peccato che non esistesse un film dove due uomini di colore si possono stringere la mano e cucinare insieme… come un atto d’amore.

RS: Quando hai scoperto che volevi diventare regista?

Barry Jenkins: Tardissimo, avevo quasi terminato l’università. Sono cresciuto come il bambino nel film. Mia mamma era infermiera e si faceva di crack, non ho mai conosciuto mio padre. I primi 15 anni della mia vita li ho vissuti in giro, ospite a casa di amici. Sono sempre stato introverso, cercavo di attirare meno attenzione possibile, perché pensavo che in quel modo non avrei mostrato nessuna debolezza; così nessuno mi rompeva le palle. Quando mi sono iscritto all’università, per caso ho scoperto il dipartimento di cinema. I primi sei mesi sono stati duri, perché giravamo tutto in pellicola, tutti i miei compagni di corso erano bravissimi, perché erano cresciuti usando una telecamera, mentre io non avevo mai avuto niente. Per la prima volta mi sono chiesto se il fatto che fossi cresciuto povero, nero e con una mamma tossicodipendente, mi avrebbe impedito di essere come gli altri e di riuscire nella vita. A quel punto mi sono dato un anno di pausa e ho iniziato a studiare per conto mio. Ho iniziato a guardare film su film, soprattutto film d’autore europei. Quando sono tornato a scuola, ho girato il mio primo corto, My Josephine, la storia di una ragazza e un ragazzo che lavorano in una lavanderia e dopo l’11 settembre 2001 lavano gratis le bandiere americane (potete trovarlo su Vimeo, nda). È ancora il mio film preferito, perché mi sono reso conto che anch’io potevo fare cinema, potevo raccontare delle storie, e il mio background non influiva sul potere della mia mente. Il feeling che ho sentito alla fine di quel corto è stato fantastico, e mi sono ripromesso che non volevo più smettere di provarlo. Hai capito perché sono diventato regista?

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