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Essere produttori (e registi) under 40 in Italia oggi

Una chiacchierata con Marco e Nicola De Angelis e Andrea De Sica, i fautori di 'Baby' con molti progetti davanti. Dalla prima serie di Antonio Dikele al biopic di Roberto Baggio

Nicola De Angelis, Andrea De Sica e Marco De Angelis a Cana Dorada

Foto: Daniele Venturelli

«Ce l’abbiamo un po’ con voi di Rolling Stone, per quell’ultima recensione a Baby», esordisce Nicola. Ma siamo su una spiaggia dominicana, dunque scurdammoce o’ passato e beviamoci su: un margarita, por favor. Finirà, anzi comincerà, presto e bene: pranzo sotto le palme con il fischio di un merlo ogni dieci secondi, a rendere la futura sbobinatura della nostra lunga chiacchierata la più molesta di sempre. Al di là del successo di Baby – il motivo per cui Nicola e Marco De Angelis, fratelli produttori, e Andrea De Sica, regista, sono a ritirare un premio al primo Cana Dorada International Film Festival di Punta Cana – m’interessa sapere che cosa vuol dire essere produttori e registi under-40 oggi, nello scenario, finalmente anche nostrano, dei player che cambiano, e che con loro fanno cambiare il pubblico. Si parla, ancora, del loro titolo-bandiera, ma pure dei progetti che verranno, sempre “made in Netflix”. Su tutti Zero, la prima serie italiana di supereroi ideata con Antonio Dikele Distefano, e il biopic su Roberto Baggio, co-prodotto con Mediaset.

Punto primo: dove si trovano le idee?
Nicola: La ricerca dell’idea, spesso accompagnata dalla ricerca dei talent che possano svilupparla, avviene nel modo più insolito possibile. Fare indagini di mercato o legarsi a un macrogenere oggi è un autogol. Le idee le trovi ovunque, online come per strada. Ti devi solo lasciare incuriosire, il che significa anche essere incuriositi dalle capacità dei talent e dare a quegli stessi talent la possibilità di lavorare su cose che magari non pensavano di poter fare. Così da lanciare registi, sceneggiatori e attori nuovi.

Un esempio.
N: Con Baby è andata esattamente così, lo spunto era un articolo di giornale. Ora stiamo lavorando sul mondo gender fluid, e pure in questo caso si parte da tantissimi articoli, e blog, persino fumetti.
Marco: Con l’avvento delle nuove piattaforme, ci sentiamo più stimolati. Network come Netflix ci lasciano molta più libertà editoriale, permettono di sperimentare di più.

Dunque, questa libertà di Netflix e simili è vera.
M: Ti lasciano molta libertà di concept. Poi, quando ci lavori, ti mettono dei paletti. Ma oggi puoi dire «Voglio fare una serie su una trans» e hai qualcuno che ti ascolta. Prima non si poteva neanche proporre, soprattutto in Italia.

La mia impressione è che piattaforme come Netflix lavorino come i grandi studios di una volta, rischio di omologazione del linguaggio incluso.
N: Netflix è l’incrocio tra uno studio e un broadcaster. Ha un atteggiamento da broadcaster, cosa che di fatto è, ma si comporta da studio, perché a tutti gli effetti è un partner, anzi quasi un coproduttore, nello sviluppo delle idee. Poi, ovvio, Netflix cerca di spingere la tua creatività verso il suo standard, ed è lì che bisogna essere molto bravi a trovare una mescolanza, soprattutto culturale, tra gli obiettivi reciproci. E allora ti ci confronti, ti scanni pure, e la parte difficile è che lo fai con regole che non ci appartengono.
M: Però con una velocità assurda e bellissima, a differenza del passato in Italia. Oggi, in dieci mesi, puoi scrivere, produrre, postprodurre e uscire con la serie finita. Prima, da noi, per fare anche solo un film ci volevano due, tre anni, a volte pure cinque. Roba che oggi il fruitore finale non sopporta più. Il successo delle piattaforme è questo. Lo spettatore vuole continuare la visione, e allora Netflix – ma anche Amazon, e da oggi Disney + – dopo meno di un anno ti dà una nuova stagione. È su questo che vince.

Da regista, invece, che cosa cambia?
Andrea: A 34 anni avevo all’attivo un solo film (I figli della notte, 2017, ndr): ci avevo messo quattro anni per farlo. Entrare a pieno regime su una serie internazionale ti dà un grado di responsabilità che il sistema precedente non avrebbe mai concesso. È vero che da Netflix mettono dei paletti, ma, allo stesso tempo, non sono mai venuti una volta sul set. C’è un rapporto a distanza di grande fiducia. Senti di poter fare la tua cosa, investono perché venga fuori la tua voce. Nel nostro caso: sapevano che, in quanto romani, conoscevamo quella realtà meglio di loro.
N: La parola principale è proprio fiducia. E, quando hai fiducia creativa, anche tu la applichi nei loro confronti. Sai che stanno combattendo per il prodotto tanto quanto te. Per anni, in Italia, abbiamo subìto battaglie solo personali.
A: Da noi c’è una visione sempre paternalistica, noi trentenni siamo sempre affiancati da qualcuno dai 50 in su. I nostri referenti americani erano tutti nostri coetanei, certi capi pure più giovani di me. Da noi sei sempre giovane, fino a quando non sei un vecchio. Mi levo un altro sassolino. Dopo aver fatto il mio primo film, le grosse major italiane mi facevano capire: «La prossima volta devi fare qualcosa che incassa». C’è sempre questa visione gretta, come se esistesse una formula per incassare. La visione da studio alla Netflix è più sana. Il successo è un concetto più largo, non solo legato al box office. Non c’è quell’idea dello share da cardiopalma che, se vai male, ti levano dal palinsesto dopo due puntate.
M: Però, se la prima stagione non fosse andata bene, la seconda non ce l’avrebbero fatta fare. Il successo conta sempre.
N: La seconda è arrivata perché i numeri della prima sono stati inaspettatamente grandi. Nelle prime quattro settimane abbiamo sfondato il tetto dei dieci milioni di spettatori reali, col 50% di questi che la serie l’ha finita. La seconda è andata anche meglio: l’ha finita il 70% degli spettatori.

Che significa confrontarsi con una platea potenzialmente internazionale?
N: Vuol dire pensare a un prodotto sempre più onnicomprensivo e comprensibile. Forse Baby è stato sotto le aspettative di un certo tipo di pubblico. Ma ha allargato enormemente quello che ci ha visto altro, e che nemmeno noi avevamo previsto. Pensavamo di avere tra le mani un prodotto teen di nicchia, invece si è aperto a dismisura.
A: Forse il segreto è stato parlare di prostituzione in termini non scandalistici, come se fosse una scelta e non per forza ciò che una ragazza subisce. E non restare legati alla cronaca, ma ampliare il racconto.
N: Baby parte come teen drama, poi diventa un Young Adult.

Perché il mondo teen vi affascina tanto?
N: Nel 2006 abbiamo opzionato i diritti delle serie Skins e Misfits. Siamo andati da tutti i broadcaster italiani per rifarle e quelli ci prendevano per scemi. Siamo così indietro persino oggi che devono arrivare agenti esterni come Netflix per permetterci di produrre quello che gli altri facevano più di dieci anni fa. Mi affascina poter rendere mainstream in Italia generi che fino a ieri sembravano impossibili.
M: In Italia ti prendono sempre per matto, pure nel cinema. Per dire: esce Quasi amici, fa un sacco di soldi e sai benissimo che, se avessi proposto tu quella sceneggiatura, te l’avrebbero tirata dietro. La tendenza si è un po’ interrotta con Lo chiamavano Jeeg Robot, ma leggermente.
A: Anche perché lì ci sta il male inverso, tipicamente italiano: tutti volevano fare la copia di Jeeg Robot.
M: Sì. Diciamo che adesso si può sperimentare un po’ di più, ma sempre in modo molto pacato. Al cinema di sicuro, in Tv è ancora difficile. Sky fa un altro tipo di prodotto, molto internazionale, molto mainstream: secondo me pure Gomorra è mainstream. Poi ci sono cose più d’élite come The Young Pope, che mi piace molto, anche questo nuovo mi diverte un sacco. Magari facessero tutti The Young Pope in Italia. E poi ci sono le generaliste, che cercano di cambiare pure loro. Piano piano.

Antonio Dikele Distefano. Foto: Netflix

Come sarà Zero?
N: È l’evoluzione di quello che abbiamo già sperimentato. Dare voce ad Antonio Dikele, un professionista che però deve ancora plasmarsi come sceneggiatore, è ancora più stimolante. Sarà la prima serie black italiana, con un cast che viene tutto dalla strada. Diventeranno degli attori di sicuro, c’hanno la fame negli occhi.

Un piccolo star system lo state già creando.
N: Il termometro è Instagram. Alice Pagani (la Ludovica di Baby, ndr) è partita con 25mila follower e in un anno e mezzo ha sfondato il milione e mezzo.
A: In Italia si fa sempre fatica a creare uno star system, oggi lei e Benedetta Porcaroli sono delle piccole icone. Soprattutto tra il pubblico giovane, che prima i prodotti italiani li fuggiva come la peste.

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Benedetta Porcaroli e Alice Pagani, scattate in esclusiva per ‘Rolling Stone’ da Alessandro Treves.

Le critiche, Rolling Stone a parte, come le prendete?
N: Gli hater tra il pubblico fanno anche bene, stimolano il dibattito. Ai critici rimprovero certi pregiudizi. Può piacere o non piacere la manifattura di Baby, ma non si può non riconoscere il passo in avanti che ha rappresentato in Italia, per tipologia di prodotto e di pubblico.

Skam Italia, la serie teen ora “comprata” da Netflix, vi darà fastidio?
N: Forse le daremo più fastidio noi…
A: Baby e Skam sono due serie parallele, vicine per temi ma in realtà molto diverse. Io Skam non l’ho mai voluta vedere: volevo mantenere il mio sguardo.
N: È che Baby e Skam son proprio due prodotti diversi. Quando i critici li mettono sullo stesso piano, mi sembra una mossa premeditata per farci scontrare.
A: Come quando è uscita Euphoria e in tanti mi dicevano: «Ma l’hai vista?». Come a dirmi che era meglio di Baby. Io penso sia una grandissima serie, ma è una serie sui ragazzi fatta per gli adulti. Baby è una serie sui ragazzi fatta per i ragazzi.

Veniamo alla biografia di Baggio.
M: Le riprese inizieranno ad aprile, alla regia c’è Letizia Lamartire, già tra gli autori di Baby. Ci sarà una visione più intensa, profonda, forse anche perché abbiamo scelto una donna per una biografia sul calcio. Anche se è sbagliato definirla così. È la biografia di un uomo con il calcio come contorno. Ci sono tanti altri elementi cruciali, come il buddismo, la famiglia, il rapporto con il padre, la moglie, i fratelli. Il film l’hanno scritto Stefano Sardo e Ludovica Rampoldi, insieme abbiamo fatto un grande lavoro con Roberto. È difficile tirargli fuori le cose, è una persona molto privata, silenziosa, c’è voluto del tempo per capire come affrontarla. Ora lo incontreranno anche gli attori. Andrea Arcangeli, che ha fatto di tutto per interpretarlo, alla prima prova di trucco e parrucco era già impressionante (mi fanno vedere una foto: lo posso confermare).
N: Poi lavoreremo alla storia di Alessandra Gracis, avvocato trans che ha contribuito a cambiare la legge sui diritti dei transessuali in Italia. E abbiamo comprato i diritti della graphic novel In Italia sono tutti maschi, sugli omosessuali durante il fascismo. Vogliamo analizzare il mondo LGBTQ da un punto di vista sempre più specifico.

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Sarà un onore. #Netflix2020

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Andrea, tu invece sei stato finalmente ascoltato dal cinema. Stai per iniziare le riprese del tuo secondo film.
A: In realtà volevo fare questo progetto (l’horror Non mi uccidere, ndr) dopo il primo film, poi è successa questa cosa di Baby e l’ho congelato. Ma, forte di quest’esperienza, ora mi sento più pronto, e anche il film è in parte cambiato.

Dai nuovi scenari di oggi al cinema di ieri: che cosa hai ereditato da tuo nonno Vittorio De Sica?
A: Il fumo, il naso e… oddio, mica mi aspettavo una domanda così, qui a Santo Domingo. Direi una visione della vita quotidiana ironica e imprevedibile. Almeno lo spero.

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