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Essere Lucia Ocone

Per riportare una chiacchierata con lei bisogna, già nelle premesse, far pace con certi limiti di scrittura in cui sta stretta, tra un'altalena di voci diverse e un'ironia inconfondibile. Noi ci abbiamo provato per l'uscita di 'Una famiglia mostruosa'

Foto: Roberta Krasnig


Riportare questa chiacchierata limitandosi a trascriverla è un tentativo che fallisce in partenza. Dai, come la traduci Lucia Ocone? Come rendi solo con un inciso (“nda”) l’altalena di voci diverse con cui nel corso dell’intervista prende in giro se stessa, imita la dirimpettaia di novant’anni che ogni volta la ferma per strada, fa il verso agli autori comici che la perculavano al telefono, ai tempi delle prime imitazioni in tv, insegnandole la leggerezza dell’ironia? Non si può. Bisogna, già nelle premesse, far pace con certi limiti di scrittura in cui Lucia Ocone sta obiettivamente stretta.

Un esempio pratico? Nella casa in cui vive sono in quattro, mi racconta subito: «Io, il gatto, il cane… e lo stendino. Sta lì, fisso. Mi guarda tutto l’anno. Per fortuna non c’è nessuno che se ne accorge». Ecco: trascrivo la battuta, ma capirete bene che non è sufficiente. Perché tra «il gatto, il cane… e lo stendino» lei fa una pausa comica che vale tutta la scena, e non la racconti certo con tre puntini di sospensione. Men che meno quando su «stendino» cambia tono, si fa stridente, squillante. Meravigliosamente sgraziata. Tragicomica anche nel descriverti la sua routine. In un attimo te la immagini fieramente in pigiama nel disordine che declama, con lo stendino che la scruta biasimante sotto una pila di vestiti da stirare. Ti chiedi: come la racconto Lucia Ocone senza quel volto, quella voce?, e nel frattempo prende forma il ritratto inatteso della comica (ma non trascurate gli incisi).

Mi sei piaciuta da pazzi in Una famiglia mostruosa (dal 25 novembre al cinema): un ruolo da matrona soprannaturale che comanda e manipola chiunque senza pietà. Sai che ti vedrei bene in un ruolo da cattiva vera, in un thriller puro?
Non mi dispiacerebbe fare qualcosa di ancora più cattivo. Io l’ho amato tantissimo questo personaggio, una strega perfida e stronza. Pur inserendosi nel genere della commedia, era un ruolo diverso da quello che ho sempre fatto.

Tra le maglie della commedia fantasy, il film punta su un concetto immediato: il vero mostro è il pregiudizio. In sintesi una metafora leggera del razzismo e del divario tra classi sociali.
Sono d’accordo, e mi piace per questo. È una commedia leggera con effetti speciali realizzati benissimo (era uno degli aspetti che temevo di più), ma il significato arriva dritto: chi sono veramente i mostri e quanto sia folle non accettare il diverso. Ovviamente è un messaggio solo per chi lo sa cogliere.

Tu quale mostro non accetteresti mai dentro casa tua?
Senz’altro non puoi far parte del mio nucleo se sei omofobo, razzista e se parcheggi sul posto riservato ai disabili. Ti rigo la macchina, lo faccio davvero! Io non la comprendo la paura del diverso, non ce l’ho dentro. Vorrei capire che cosa passa nella mente di queste persone, vorrei parlarci a fondo per comprendere cosa pensano che un’altra persona possa togliere loro. Ma poi de che c’avranno paura?

Non lo menziona mai nessuno, il posto auto per disabili.
Già, ma io ho molte persone disabili nella mia vita, a partire da una delle mie migliori amiche. Per cui lo vivo nel mio quotidiano il disagio urbano a cui è costretto chi non abita in una città accessibile, con barriere architettoniche, dove il marciapiede ha la rampa solo per l’accesso ma non per l’uscita.

C’è questa scena nel film in cui Ilaria Spada mette una mano in faccia a Lillo e lo ammonisce: “Ma come cazzo me parli”. E tu vai in estasi, la tua opinione su di lei cambia in un attimo.
Madonna che bello, la bravura di Ilaria in questo film è incredibile. Riesce a fare la coatta vera senza mai uscire dalle righe. Immagina la nostra fatica, che le eravamo seduti di fronte, nel rimanere seri. Con lei che gli parcheggia letteralmente una mano in faccia, come diciamo a Roma. Con quel gesto la mia rivale ottiene tutta la mia attenzione, è la famosa solidarietà che nasce tra donne cazzute che si riconoscono. (Si blocca) Ma che carina che sei, sto guardando adesso la tua foto su Whatsapp!

(Rido) Grazie, allora apriamo il capitolo imbarazzante dei selfie?
Non dirmelo, guarda. Prima di pubblicare un selfie su Instagram chiamo i R.I.S. Io mi faccio sempre mille problemi: sarò troppo vanitosa? Cosa penseranno gli altri? A quest’età ancora mi faccio condizionare, che amarezza.

Se dipendesse solo da te come vivresti?
Starei tutto il giorno in tuta e scarpe da ginnastica in mezzo ai cani. L’unica cosa che vorrei fare è lavarmi. Che poi io ci ho provato a vestirmi meglio, curarmi di più, mettermi i tacchi, e invece sai cosa mi sono ritrovata a pensare?

Cosa?
Che un domani mi butto sul doppiaggio, così vado a lavoro conciata come mi pare. Senza trucco, con la ricrescita.

Lucia Ocone in ‘Una famiglia mostruosa’. Foto: 01 Distribution

Qual è la sovrastruttura del tuo mestiere che meno tolleri?
Tutta la parte delle ospitate e della promozione del film, ogni volta mi viene un colpo. Poi certo, quando mi vestono, mi pettinano, mi truccano e mi vedo superfiga, mi stupisco pure io: “Ehi, c’è una donna lì sotto, zitti tutti! Allora ancora reggo”.

Oggi sta diventando tutto molto friendly, pure la ricrescita. In passato invece te l’hanno fatta pesare?
In passato molto. Mi hanno sempre detto (per un attimo diventa Veronika, nda): “Madonna Lucia, datte ‘na sistemata però. Un minimo, un po’ di mascara! Sembri sempre una scappata di casa”. In realtà mi hanno detto anche altre cose, ma non te le riporto perché siamo in un periodo in cui non si può dire niente. Però ho sofferto di non essere una di quelle donne a cui piace la cura di sé.

Mai piaciuta? Neanche a vent’anni?
A vent’anni ero molto più… miao. Sai, il dover per forza piacere agli uomini, dover rimorchiare a tutti i costi. Adesso non me ne frega niente. Quando c’è uno che mi attrae e scatta il gioco di conquista, allora lì mi miaoizzo. Ma penso che se un uomo deve innamorarsi di me è perché deve vedere altro. Posso pure uscire con i tacchi e il trucco, ma a che serve? Il giorno dopo si troverebbe vicino la zia di quella della sera prima.

Immagino sempre voi trasformiste, comiche, imitatrici come delle donne liberissime. C’è poco spazio per l’apparenza se giochi con l’aspetto. È davvero così?
Io mi sento libera in questo, ora non cambierei con nient’altro il fatto di essere una over 40. Ma i social mi spaventano. Già nell’adolescenza, e poi durante i vent’anni, ho avuto mille insicurezze di non piacere per com’ero e per quello che dicevo. Il giudizio degli altri mi terrorizzava. Temevo di passare per stupida, per frivola, per non intelligente. E non c’erano i social… Figurati ora, come affronti il confronto con gli altri. Vedi queste donne sempre bellissime, magre, con ‘sti filtri, sempre felici, che viaggiano e vanno in mille posti. Così tu da casa ti senti una sfigata. Ma alla mia età riesco a capire che quella non è la vita vera, che pure io potrei postare una foto alle Maldive direttamente dal divano di casa. Che ci vuole?

Massimo Ghini e Lucia Ocone in ‘Una famiglia mostruosa’. Foto: 01 Distribution

Che mi dici invece della libertà di fare satira in questo – ti cito – “periodo in cui non si può dire niente”?
Per ora tutto questo lo soffro da casa, perché non sto facendo programmi tv né imitazioni. Guardo vecchi sketch di Mai dire gol e penso che oggi ci arresterebbero. Un po’ mi viene il dubbio che la colpa sia sempre dei social. Ognuno dice la sua, ogni parere monta e gonfia, e si arriva a uno scandalo continuo. La vera discriminazione spesso sta proprio nel non farla, una determinata battuta. Il pietismo non credo sia una vera forma di rispetto.

Credi che certe battute davvero non facciano più ridere? È cambiata la reazione alla comicità?
Dipende. Se ci vai giù pesante, e io a volte dimentico di trattenermi, ad alcune persone si gela il sangue. Non tutti sono abituati a sdrammatizzare con l’ironia, a esorcizzare la paura e accettare il dolore. Ti dicono (con il tono dell’infermiera Mimma, nda): “Eh però ammazza, dai, porella” . Magari vorrebbero anche ridere, ma si sentono in colpa. Sai cosa penso faccia ridere di più? Dire la verità.

Hai sempre detto di esserci nata, con l’ironia. Ma quand’è che hai capito che poteva essere un salvavita?
Forse grazie ai miei autori comici, che mi hanno insegnato a diventare anche autrice di me stessa. Una volta mi ero lasciata con un ragazzo con cui stavo all’epoca. Pianti, disperazione, una tragedia. Loro, per farmela passare e cercare di alleggerire il tutto, mi facevano alcuni scherzi tipo che mi chiamavano (improvvisamente con un timbro da uomo, nda): “Senti, stasera c’è una festa sulla spiaggia e siamo tutte coppie (pausa)… Ah no, scusa, tu sei sola…”. Io nella disperazione ridevo, e mi rendevo conto che alla fine l’ironia riusciva davvero a contenere la drama queen.

Perché tu in realtà sei una drama queen, vero?
Io sono drama queen dentro. Ma adesso che ne parlo con te – mi sembra di stare dallo psicologo, oddio – mi verrebbe quasi da dire che ero una drama queen e non lo sono più. Ovvio poi che c’è anche il giorno in cui resti a casa a piangere e ti distruggi, altrimenti se ridi e basta diventi superficiale. Un’altra cosa che ho capito è che la gratitudine, insieme all’ironia, ti salva la vita. In una giornata nera, andare a mangiare con un’amica è qualcosa per cui essere grati.

È faticoso dover essere sempre quella che fa ridere gli altri?
Faticoso non troppo, perché mi viene naturale. Sono una cretina nel quotidiano, a volte devo darmi una calmata perché mi rendo conto di andare troppo in over sympathy. Fai meno, Luci’, fai meno. Invece è faticoso nei giorni in cui sei triste. O ti rode il culo. O sei in pre-ciclo. Basta una mattina in cui ti svegli con i pensieri, e gli altri avvertono subito lo stacco come fosse una cosa enorme: “Oh, che c’hai? Stai bene?”. Si preoccupano.

Perché si aspettano che tu stia sempre al massimo?
Perché se sei così, il giorno in cui sei di malumore e odi tutti si nota molto. Mostrare la mia parte fragile è tosto per me, perché a dirla tutta c’ho anche la sindrome da Wonder Woman. Tendo a occuparmi degli altri e non di me stessa, anche annullandomi. Ora inizio a capire che gli altri sopravvivono pure senza di me: è una dura verità, che però ti libera dal peso di dover salvare il mondo.

Il mondo dello spettacolo si presta facilmente alla parodia, soprattutto nell’esaltazione che fa di sé. Tu noterai tutto.
Io il lato parodistico ormai lo vedo ovunque, anche fuori dal mondo dello spettacolo. Il ridicolo del Super Io: quanto so’ figo, bello e bravo. Io sai come li chiamo quelli? “Ciao, come sto?”.

Cioè?
Quando li incontri sono talmente proiettati su se stessi che invece di chiederti come stai, ti chiedono: “Ciao, come sto?”. A volte li stimo perché io sono l’eccesso contrario. Sarà che faccio la comica, ma mi sembra tutto esagerato addosso a me.

Quindi come lo schivi il ridicolo?
Con la logorrea, forse. Che mi impedisce per natura di prendermi sul serio. Io attacco pippe con tutti, pure con chi mi ferma sulla metropolitana, con quello che mi fa il complimento al bar. Perché mi piacciono proprio le persone.

Sicura?
In realtà sono un’asociale. Ma mi piace l’umanità delle persone, ecco. In zona mia c’è una signora di 93 anni, una scheggia che ne dimostra 70. Ogni volta mi dice (in stile Sora Lella, nda): “Quanto sei bella, te la devi tira’!”. Io allora mi ci metto a parlare sempre, e la amo tantissimo.

Ma che ti dicono quando ti fermano?
Quella che preferisco? “Madonna quanto sei normale”. Sottotesto: per il lavoro che fai, quanto sei normale. E io mi chiedo sempre: ma perché, che dovrei fa’? Faccio la scema in televisione, vi faccio ridere, vi diverto nei film che interpreto. Ma dovrei andare in giro col bodyguard? “Tanti colleghi tuoi se la tirano”, ribattono loro. Ma per cosa dovremmo tirarcela, esattamente?

A proposito… Non aver mai incontrato Anna Marchesini rimane un tuo grande rimpianto.
Oh santa Madonna, non mi dire niente. È incredibile che non sia mai successo. C’è stato un periodo in cui volevo andarle sotto casa, sai?

Invece Mina va e Mina torna… Con lei ci hai parlato al telefono.
Grazie a quella matta della figlia. L’ho incontrata anni fa, all’epoca delle prime imitazioni a Quelli che il calcio. Succede che un giorno lei è in uno studio accanto e mi ferma, carinissima, mi dice che le piace molto l’imitazione che faccio di Mina. “Oddio, meno male, pensavo si fosse offesa”. Insomma si allontana un attimo e poi torna con il telefono in mano. Me lo passa. La scruto interrogativa. “È mamma”, fa lei. “È mamma”, capisci? Così, a tradimento.

Quanti anni di vita hai perso?
Tanti, e infatti lei avrà pensato che ero scema davvero. “Grazieee! (qui sembra l’imitazione della senatrice Pezzopane, nda) Grazieee! Che onore parlare con lei”. “Ma dammi del tu, ma smettila, sei bravissima”, mi dice invece Mina. “Grazieee, grazieee”, continuo io senza riuscire a dire altro. Che deficiente. Lei invece era fortissima, simpatica, di una normalità estrema. Sono stata in estasi per tre giorni.

Invece le tue imitazioni non fanno mai arrabbiare nessuno: perché?
Diciamo che sto sempre attenta a non offendere. Mi piace il politicamente scorretto, ma di offendere la persona non mi va mai. Devo dire che non mi hanno mai fatto polemiche… o almeno non sono mai venuti a dirmelo.

Lo accetteresti un ruolo drammatico per il cinema?
Non so se al pubblico piacerebbe vedermi in veste drammatica, seriosa. Sarei credibile per quello stesso pubblico che mi vede fare Veronika?

Ma a te piacerebbe?
Molto. Ma sarebbe più difficile. Con la commedia mi viene naturale, ci metto del mio e mi diverte, ma non è che faccio ‘sta fatica. Invece quando mi sono capitate scene in cui dovevo piangere, mamma mia… A breve uscirà un film di Claudio Amendola, I cassamortari. Il mio personaggio è una stronza particolarmente cattiva, che però a un certo punto crolla. E piange tantissimo. Ho temuto quella scena durante tutte le riprese. Mi sono preparata bene, mi è riuscita, ma quando mi sono rivista non ti nascondo che mi ha fatto impressione.

Torno al punto di partenza: credo che i ruoli da stronza ti riescano benissimo. Hai mai notato di avere anche una fisionomia da cattiva?
Che figata! Mi piace. In effetti in Uno di famiglia faccio una boss della ‘ndrangheta e nei Cassamortari ho un personaggio simile. Ho scoperto anche io che mi piacciono questi ruoli.

Ma invece se qualcuno dovesse fare la tua, di imitazione?
Sai che ci ho pensato una volta? Come la farebbe? Sicuramente una logorroica che gesticola molto e cerca continuamente di fare la simpatica. Mi detesterei da sola, spero che nessuno la faccia mai. Ma sai che un po’ li capisco quelli che si straniscono? Perché le imitazioni evidenziano un qualcosa di te che sai di avere, ma che non ami tantissimo. Tipo la mia logorrea. Vi prego no, non fatevi mai saltare in testa di imitarmi! Me fate prende un colpo, sennò.

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