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Essere Lorenzo Zurzolo

Bello come certi sex symbol degli anni Novanta e lanciatissimo come molti suoi colleghi figli del binomio ‘piattaforma streaming-social network’, la star di 'Baby' ha vinto il Nastro d'Argento come personaggio dell’anno per 'Morrison', il suo primo ruolo da protagonista al cinema

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Gucci


«Penso di essermi innamorato di questo lavoro a 12 anni, sul set del film di Paolo Genovese, Una famiglia perfetta. Quel ruolo era fighissimo». Dopo una serie di spot pubblicitari e partecipazioni in alcune delle più note produzioni televisive (Don Matteo, Un passo dal cielo 2, Ho sposato un sbirro, Un ciclone in famiglia 3), è nel 2018 che gli cambia la vita, appena Baby sbarca su Netflix: un successo internazionale. «Ricordo che quando è uscita la prima stagione avevo tipo 10 mila follower, aggiornavo il profilo e crescevano, crescevano… Ho visto quei numeri e forse è stato il premo vero metro di giudizio sulla popolarità che stava riscuotendo la serie. Non c’erano ancora le classifiche dei più visti su Netflix, non sapevamo nient’altro».

Bello come certi sex symbol degli anni Novanta, e lanciatissimo come molti suoi colleghi figli del binomio ‘piattaforma streaming-social network’, Lorenzo Zurzolo sembra quasi annoiato dal successo. Lo accoglie senza filosofeggiare. Confessa addirittura di non essersi mai chiesto perché piaccia tanto e quasi a tutti. Al pubblico, ai giganti dell’on demand, ai registi, ai giornalisti che – insieme a Persol – gli hanno da poco assegnato un Nastro d’Argento come Personaggio dell’anno, per il film Morrison. Ma lui non si sbilancia. Solo quando parla di quelli che chiama «amici», cioè i nuovi volti del cinema e della serialità italiana, con cui si spartisce ruoli e fama, lo sento vibrare per un attimo: «È che la nostra è una generazione molto forte. Credo che queste piattaforme abbiano aperto la strada a tutti noi».

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Gucci. Sneakers: HOGAN ‘Hyperlight’

Sembra che tra voi ci sia più condivisione che competizione.
Questo è vero. Dopo Baby e Sotto il sole di Riccione sono rimasto amico praticamente di tutti. Credo che un po’ di competizione ci sia, ma siamo davvero un gruppo unito.

Anche se vi contendete gli stessi ruoli?
Sì, perché alla fine non so quanto dipenda da noi. Certo, qualcuno particolarmente agguerrito c’è, ma credo che la vecchia scuola di attori lo fosse di più…

Te lo aspettavi questo Nastro d’Argento?
No, è stata una sorpresona. Mi avevano detto che c’era questa possibilità, ma finché non è successo non ci ho creduto davvero. Quella serata è stata emozionante. Soprattutto perché abbiamo girato Morrison in un periodo particolare, sotto Covid, e ne abbiamo risentito. Un set fatto di continui tamponi e distanziamento, c’era da poco questa nuovissima figura del Covid manager. È stato uno dei primi film italiani a tornare al cinema.

Per il Nastro hai ringraziato in via ufficiale sia la stampa che Zampaglione, ma niente più. Appari molto contenuto per avere vent’anni. Come hai reagito davvero?
Ho festeggiato, sono andato a cena fuori con la mia famiglia. Ho bevuto qualche birra. Poi ho raggiunto gli amici. Ho un rapporto particolare con i social, sono una vetrina e uno strumento per il lavoro, buoni per avere un contatto con le persone che mi seguono. Ma non mi piace pubblicare i fatti miei, quello che mangio o quando sto sul divano.

Cosa pensi sia piaciuto di più, della tua interpretazione in Morrison?
Sì, il pezzo che canti nel film, Sotto. Era la tua prima volta?
Sì, è nata per caso. Non l’ho scritta pensando concretamente al film. Io suono il pianoforte, quindi un po’ so leggere la musica. Federico mi ha regalato questa chitarra, e in quarantena mi sono messo un po’ a strimpellare. Ho imparato qualche giro di accordi e ho scritto la canzone di getto, una sera.

E poi?
Poi quando pensavamo alla band di Morrison, ho trovato il coraggio di andare da Federico: «Guarda, io avrei scritto questa cosa…». Tremendo, mi sono presentato con un pezzo spontaneo, registrato con il telefono, a casa, da solo. Lui mi fa: «Ci si può lavorare». E mi sono ritrovato in studio con lui. Mi ha dato una grande mano, abbiamo cambiato dei concetti che erano più miei per adattarli al personaggio.

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Gucci. Sneakers: HOGAN ‘Hyperlight’

Nella tua infanzia e nella tua adolescenza sono passati i Tiromancino?
Ho una sorella più grande di 6 anni, quindi ricordo molti pezzi dei Tiromancino, anche se ero più piccolo.

Zampaglione ha detto che ti ha incontrato e ha capito subito che dovevi essere tu Lodo.

Sì, prima del Covid facemmo un colloquio, una chiacchierata informale. Mi fece leggere un po’ di cose e poi mi mandò la sceneggiatura. Ricordo che prima di andar via mi lasciò questa chitarra, la sua. «Rivediamoci tra un mese». E io lì ho iniziato a studiare la sceneggiatura e strimpellare…

Ci tenevi molto a questo film?
Sì, ero felicissimo. E poi sarebbe stato il primo ruolo così grande per me, da protagonista in un film.

Qualcosa ti preoccupava, rispetto alle tue interpretazioni precedenti?

Essere credibile come musicista. Con Federico ci abbiamo lavorato molto, ero sempre affiancato da lui. Mi spaventava anche reggere tutto il film e rendere realistiche le dinamiche della band.

Avverti già il desiderio di emanciparti dal ruolo del bel diciottenne?
Ci provo, soprattutto a fare ruoli diversi. Nei progetti a cui sto lavorando ora, sicuramente mi sto confrontando con qualcosa di nuovo.

Quella naturalezza un po’ annoiata, tipica della tua recitazione, la possiedi o la ricerchi?

Io penso di averla di mio, e funziona per determinati ruoli. Per questo con altri ruoli faccio più fatica.

Ma ce l’hai un ‘ruolo nel cassetto’?

Eh, uno ce lo avrei in mente… Forse in un bel film d’azione. Che poi io sono un fan dei thriller psicologici, quelli un po’ estremi. Forse vorrei essere un cattivo.

Però un cattivone, non un cattivo di Roma Nord.

(Ride) Sì, un cattivo vero, sarebbe bello. Trovamelo però.

Foto: Fabrizio Cestari. Look: Gucci. Sneakers: HOGAN ‘Hyperlight’