Edward Norton: «’Motherless Brooklyn’ è la mia ossessione» | Rolling Stone Italia
Home Cinema Interviste Cinema

Edward Norton: «’Motherless Brooklyn’ è la mia ossessione»

L'attore e regista porta finalmente sullo schermo il progetto della vita, durato 20 anni: un noir anni '50 che racconta l'America di oggi

Foto: Amy Harrity per 'Rolling Stone'

Edward Norton continua a tormentare i bottoni di madreperla sul colletto bianco della camicia stile Western. Non diresti che è un tic – anche se i tic nervosi sono uno dei tanti argomenti su cui è capace di mettersi a sproloquiare da un momento all’altro. È più la spia inconsapevole del fatto che sta per dire qualcosa di davvero importante. E quando Norton inizia a pontificare su qualcosa, il che succede spesso – è noto per essere un tipo molto profondo – ha l’abitudine di contrappuntare le sue affermazioni slacciando e riallacciando continuamente il primo bottone della camicia. L’America ha il culto del potere e venera i bulli. Clic. Gli spettatori ormai sono abituati a bersi l’equivalente del solito, stucchevole sciroppo di mais che non sopportano più. Clic. New York è il luogo principe del melting-pot americano, e guarda invece cos’è successo negli anni ’50, quando un solo uomo ha goduto di un potere senza controllo. Clic.

Lo sceneggiatore/regista/attore cinquantenne è infilato dentro un sontuoso divanetto di pelle del Knickerbocker, un ristorante del West Village che pare direttamente strappato all’epoca di Eisenhower: le caricature di Al Hirschfeld alle pareti, il polpettone di Black Angus nel menu, i bartender che servono pessimi martini. A Norton questo posto piace. Fa molto Vecchia New York, una delle sue numerose ossessioni personali – insieme ai meccanismi della politica, al potere dei film e a Robert Moses (un urbanista newyorkese degli anni ’50, ndt) – che hanno portato la star a impiegare quasi due decenni per tradurre sullo schermo Motherless Brooklyn, il romanzo poliziesco postmodernista di Jonathan Lethem del 1999. Ora che il film esce finalmente nelle sale (con un cast che include lo stesso Norton, Bruce Willis, Gugu Mbatha-Raw, Willem Dafoe, Bobby Cannavale e Alec Baldwin), sembra che non abbia aspettato altro che prendere le distanze da quest’ode ai tempi che furono e parlare di questo “progetto della vita” al passato.

«Quando vai in giro a dire “Voglio fare un film epico ambientato nella New York degli anni ’50, con un personaggio a metà tra Jake Gittes (il protagonista di Chinatown di Roman Polanski, ndt) e Forrest Gump…”», dice Norton, «un sacco di gente commenterà: “Mi piacerebbe avere la stessa visione di Edward Norton, ma…”». Slaccia un bottone, e ride. «C’è voluto un po’ per trovare sostenitori. Intendo, non è che nel frattempo non abbia fatto altro», aggiunge, affondando minuziosamente il coltello nell’omelette. «Volevo girare altri film, scrivere altri copioni, ma continuavo a tornare a quel progetto. C’era un certo grado di, diciamo, malessere nel non riuscire a portare a termine questa cosa».

Adattare Motherless Brooklyn non è stato di certo una scelta facile. Il romanzo di Lethem sul detective privato Lionel Essrog, un investigatore di bassa lega – e che, ulteriore dettaglio, è affetto da sindrome di Tourette – che cerca di risolvere l’omicidio del suo mentore, ha vinto il National Book Critics Circle Award e il Gold Dagger Award per la narrativa poliziesca. Dopo quattro romanzi molto ben accolti, questo sguardo anti convenzionale su un materiale così ‘pulp fiction’ ha trasformato l’autore in una celebrity letteraria. Mentre le quotazioni di Lethem crescevano, Norton aveva appena messo a segno una serie di performance incredibili, inaugurata dal ruolo che l’ha messo in luce nel 1996, il chierichetto teenager e balbuziente di Schegge di paura, e culminata nel 1998 col ritratto dello skinhead neonazista di American History X. Grazie a quelle parti, aveva già ricevuto due candidature all’Oscar prima di compiere trent’anni. Il suo approccio intenso, in perfetto stile Metodo ai personaggi gli aveva fatto guadagnare la fama di nuovo Brando.

Norton conosceva i primi libri di Lethem, e aveva più di un amico in comune con lui; ricorda che una conoscenza comune gli aveva anticipato che lo scrittore stava ultimando «questo nuovo progetto su un detective con la sindrome di Tourette. Mi disse: “Devi dargli un’occhiata. Questo personaggio ti piacerà moltissimo”». Contattò Lethem e ricevette le bozze del romanzo. Pensò: «È come se conoscessi questo personaggio alla perfezione. Tocca un mio nervo scoperto». Così, quando i tipi della New Line Cinema gli chiesero che cosa avrebbe voluto fare ora che poteva vantare il prestigio della nomination all’Oscar, Norton citò subito quel libro. Aveva solo due condizioni: non interpretare Lionel; e scrivere il copione. E magari anche dirigere il film. Lo studio comprò i diritti. Improvvisamene, Norton aveva il suo prossimo progetto.

O, piuttosto, il suo futuro progetto. C’erano ancora un po’ di ostacoli, prima che Norton potesse cominciare. «Stavamo iniziando le prove di Fight Club», dice. «Sapevo che quel film mi avrebbe impegnato per un anno. E avevo già in programma di dirigere Tentazioni d’amore. Avrei dovuto aspettare ancora un po’, prima di potermi dedicare a Motherless Brooklyn. Ma avevo già un’idea su come avrei voluto farlo».

Norton amava il personaggio principale, un emarginato tormentato lontano anni luce dal tradizionale detective alla Bogart. Ma il libro si svolgeva nel presente, e l’attore sentiva che ambientare la storia di un investigatore – anche se era uno che diceva a sproposito cose oscene e senza senso – nell’era Clinton avrebbe rischiato di suonare sarcastico. «Ho detto a Jonathan che, se avessi ambientato il film negli anni ’90, avrebbe finito per avere l’effetto di Blues Brothers», dice Norton. «Una sorta di satira rétro-hipster. Concordò con me sul fatto che l’ironia non sarebbe stata la chiave giusta. Il libro ha uno spirito molto Fifties, dunque perché non ambientare il film in quell’epoca? Quell’idea gli piacque moltissimo».

Alec Baldwin ed Edward Norton sul set



Trasportare la storia nel passato ha permesso a Norton di aggiungere un nuovo elemento che si adattava a quel periodo. Nel romanzo di Lethem, Lionel finisce in una rete di gangster sullo sfondo di una misteriosa società giapponese; nel film, invece, Norton voleva introdurre un personaggio di nome Moses Randolph, un bullo della burocrazia che spadroneggiava negli uffici dello sviluppo urbanistico newyorkese. È un chiaro riferimento a Robert Moses, il “mastro costruttore” che cambiò il panorama della Grande Mela e trasformò interi quartieri in ghetti. Norton aveva letto il saggio The Power Broker di Robert Caro, e aveva visto come raccontava nel dettaglio la storia segreta della città. L’idea di mettere un avatar di Moses nella storia – e di analizzare come, per dirla con Norton, «dal 1928 al 1968, New York è stata di fatto governata da Darth Vader» – lo intrigava.

Piaceva anche a Lethem, che all’inizio del 2001 diede l’ok alla radicale riscrittura di Motherless Brooklyn da parte di Norton. «Preferisco i film che non sono la versione illustrata dei libri», dice l’autore. «Pensavo: “Farà un lavoro interessante”. E poi, per molti anni, sono passato a dirmi: “Questo progetto non si farà mai, vero?”. È diventato parte dell’immaginario segreto di film tratti dai miei romanzi che esistevano solo nella mia testa. “Quella versione anni ’50 di Motherless Brooklyn diretta da Edward Norton sarebbe stata bella. Peccato”». L’ex produttore esecutivo della New Line Toby Emmerich ricorda quando Norton, suo amico da una vita, propose per la prima volta l’idea di un adattamento di Motherless Brooklyn dopo che la società ne aveva comprato i diritti. Ricorda anche una riunione del settembre del 2001 nella casa di Long Island del presidente della New Line Bob Shaye, quando tutti e tre stavano facendo un bagno nell’oceano e improvvisamente Shaye disse: «“Dunque, Ed, cosa sta succedendo? Ci vogliono 12 settimane per scrivere un copione; invece sono passati anni, e ci sono altri registi interessati a questo progetto”. Edward replicò: “Dammi tempo fino a Natale”. Dicembre arrivò, e ancora non avevamo la sceneggiatura – ma 25 o 30 pagine erano pronte, ed erano eccellenti. A noi bastava per dire: “Continua a scrivere”. Pensavamo che avrebbe finito in fretta».

Se non fosse che Norton trovò un ostacolo lungo la strada: ovvero, non sapeva come sbrogliare il mistero al centro della nuova versione della sua storia. «Ripensandoci, credo che mi ci sia voluto un po’ per capire come fare i conti con questa storia così complessa e rendere le cose torbide, ma non troppo torbide. Tutto quel che so oggi è che mi sono sentito bloccato per un po’, e ho continuato a mettere l’idea da parte». Arrivarono altri ingaggi come attore. Si mise a scrivere una miniserie sulla spedizione di Lewis e Clark (i primi a raggiungere via terra la costa pacifica degli Stati Uniti a inizio ’800, ndt), che spera ancora di realizzare. Spuntò l’idea di trasformare Motherless Brooklyn in una serie per una piattaforma di streaming. Quando i giornalisti gli chiedevano quando avrebbe girato quel film, lui rispondeva: «Presto».

Nel frattempo, Norton continuava a fare ricerche. Studiò i documentari sulla sindrome di Tourette, scoprendo che ogni persona manifesta sintomi diversi. Gli tornò in mente un tassista che aveva incontrato qualche volta quand’era uno studente universitario, e che urlava incontrollabilmente la parola “se”. Conobbe un avvocato newyorkese affetto dalla sindrome di Tourette che tirava il collo e la mascella – durante l’intervista al Knickerbocker, Norton mostra il doppio tic, che ha preso in prestito per il personaggio di Lionel – e prese nota di tutto. «Le loro non sono semplici esplosioni vocali fatte di merda-fanculo-cazzo», dice.

Edward Norton e Willem Dafoe in ‘Motherless Brooklyn’

Poi, più o meno nel 2012, capì quale sarebbe potuto essere quello che lui chiama «il meccanismo del mistero». L’argine crollò, e Norton finì un copione che teneva insieme tutte le fila del racconto, la politica, il potere e il lato noir-thriller. Era solo preoccupato che la storia che voleva raccontare – sul modo in cui l’1% della società operava irresponsabilmente – fosse anacronistica rispetto al nostro tempo. «Obama stava per cominciare il suo secondo mandato», dice. «Moltissimi esperti credevano che saremmo entrati in questa utopia post-razziale in cui avremmo visto tutta la merda passata dallo specchietto retrovisore. Poi sono arrivate le elezioni del 2016».

Improvvisamente, Norton si ritrovò tra le mani una parabola alla Davide contro Golia che non sarebbe potuta sembrare più attuale. Emmerich, che nel frattempo era diventato capo della Warner Bros., gli disse che avrebbero potuto produrre il film se i costi fossero stati ragionevoli, perciò Norton s’ingegnò per realizzare un’opera in costume con meno di 26 milioni di dollari. Emmerich era irremovibile sul fatto che sarebbe dovuto essere Norton a dirigerlo. «Non aveva bisogno di un’ancora di salvataggio come molti attori-registi», dice Emmerich. «È il più severo critico di se stesso, ed è ciò che lo tiene con i piedi per terra. Ho sempre pensato che avrebbe fatto qualcosa di eccezionale, unico, speciale. Credo ci sia riuscito».

Nonostante la produzione non sia stata immune da problemi – un incendio su uno dei set nel 2018 ha provocato una vittima e conseguenti cause penali ancora in corso; Norton, durante la première del film al New York Film Festival, ha personalmente ringraziato il vigile del fuoco che ha perso la vita in quell’incidente – è finalmente riuscito a dare alla luce il progetto che covava da una vita. (Dopo che Norton lo ha fatto vedere a Lethem, dice l’attore, lo scrittore era «sconvolto dalla felicità».) «Ci sono voluti due decenni», dice. «Dieci anni fa non avevo capito quanto l’empatia fosse un tema cruciale nella nostra società. E questo è un film sull’empatia. Questa storia ci riguarda tutti. Nella storia chiedono a Lionel: “Ma che problema hai?”», dice Norton. «E lui risponde: “Diciamo che è questo puzzle che non riesco a finire, a farmi soffrire”. Questo sono io. Condivido con lui l’ossessione per le cose, e non riesco a terminare il puzzle che ho nella testa. Ora è come se questa frenesia fosse finalmente finita», aggiunge. «Provo un senso di liberazione. Quando guardo il film, penso: “Abbiamo fatto quello che volevamo”». Norton mette le mani sul tavolo. Finalmente ha smesso di tormentarsi i bottoni.

Altre notizie su:  Edward Norton Motherless Brooklyn