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Diventare adulte fa schifo, e ‘Shiva Baby’ lo racconta benissimo

Arriva su MUBI questo folgorante ‘coming of age’ a sfondo ebraico. Che analizza in modo übercontemporaneo il passaggio all’età adulta di una ragazza libera. Abbiamo incontrato la (bravissima) regista Emma Seligman

Rachel Sennott in ‘Shiva Baby’ di Emma Seligman

Foto: MUBI

Che belli i film che partono al mattino e finiscono la sera, quelli ambientati nell’arco di una giornata, che sembra non succedere nulla e invece succede tutto. Recentemente mi viene in mente The Assistant, con la meravigliosa Julia Garner; poi penso a Fa’ la cosa giusta, L’odio, Clerks, Kids. Invece Shiva Baby – primo lungometraggio della ventiseienne Emma Seligman, che oltre a essere brava è semplicemente stupenda, lasciatemelo scrivere – è un “coming-of-age in a day”. Seligman non potrebbe essere più d’accordo: la protagonista Danielle (un’emergente, notevolissima Rachel Sennott) diventa adulta – o, perlomeno, capisce di doverlo diventare – nel giro di ventiquattro tragicomiche ore, durante una shiva che, più che una shiva, è una commedia degli equivoci.

Apro una parentesi: la shiva nell’ebraismo è la settimana di lutto durante la quale i partecipanti si radunano a casa di uno di loro e ricevono visitatori, portando cibo in abbondanza e chiacchierando del più e del meno. In Shiva Baby (dall’11 giugno su MUBI) il morto in questione è una vecchia zia di Danielle, di cui lei manco si ricorda: arriva pure in ritardo al funerale, e non perché presa dalla preparazione della laurea alla Columbia, ma perché in compagnia del suo sugar daddy. Sebbene i genitori le paghino affitto e bollette, Danielle lavora come sugar baby: lo fa un po’ per levarsi degli sfizi, un po’ perché esplorare i suoi orizzonti sessuali con uomini più vecchi e affermati la diverte.

Le cose vanno bene, nonostante la madre ficcanaso e inopportuna (una Polly Draper strepitosa) seguita a ruota dal padre (Fred Melamed); gli amici e parenti che le ripetono «Quanto sei dimagrita?»; il trambusto generale che la confonde sempre di più. Poi sulla scena, a sorpresa, compaiono l’ex fidanzata di Danielle, Maya (Molly Gordon), e lo sugar daddy Max (Danny Deferrari) con la moglie shiksa (ossia non ebrea, Dianna Agron) e il loro bambino perennemente urlante. L’ansia di Danielle allora inizia lentamente a salire fino a raggiungere il culmine, dispiegandosi in modo così palpabile che osservandola è possibile toccare il suo stress e la sua angoscia. Stress e angoscia scanditi dal chiasso, dai rumori e dalla presenza ingombrante del cibo, unica valvola di sfogo di una (giovane) donna sull’orlo di una crisi di nervi, in una casa che pare volersela mangiare.

La regista Emma Seligman e la protagonista Rachel Sennott sul set di ‘Shiva Baby’. Foto: MUBI

Una delle cose che m’ha più colpito di Shiva Baby è il sonoro: come sei riuscita a dirigere il caos di una shiva, a trovare un filo conduttore nel baccano?
Ho lavorato con una compositrice incredibile, Ariel Marx, che è specializzata proprio negli strumenti a corda: volevo qualcosa che da un lato ricordasse la musica tipicamente ebraica, ma che allo stesso tempo risultasse angosciante, carico di ansia e nient’affatto comico. È stato fondamentale avere di fianco un sound editor come Hunter Berk, che ha isolato ed enfatizzato i vari momenti sonori che portano al crollo di Danielle: il rumore dei piatti, il suo inciampare nel tavolo, il vaso che si rompe. Non ci sono molti suoni con cui poter giocare durante una shiva perché ogni cosa è coperta dal borbottio in sottofondo, quindi era importante creare un caos diverso dal semplice vociare, utilizzando il tintinnio della tazzina da caffè, il vetro rotto e cose del genere.

Poi c’è il pianto incessante del bambino, che rimbomba fino a farti impazzire.
Il bambino che piange ha dettato il tono e il ritmo del film. In teoria non avrebbe dovuto piangere, ma, non appena ho realizzato che non avrebbe smesso, tutto è cambiato e ha influenzato la maniera in cui abbiamo sviluppato non soltanto la colonna sonora. Mi ricordo che continuavo a ripetere a Hunter «Lo voglio più rumoroso, lo voglio sentire piangere di più, di più!», e lui rispondeva «Sicura? Il pubblico diventerà sordo!». Credo che la mia intenzione fosse quella di mostrare attraverso il suono i sentimenti di Danielle, ciò che sta provando: ci sono talmente tanti personaggi in 77 minuti, in uno spazio così ristretto, che temevo la sua storia sarebbe stata in parte sacrificata. Esiste un equilibrio di fondo: nel film non succede nulla di eccessivo, di folle, Danielle non compie gesti sconsiderati. Ma ha un improvviso e prolungato attacco di panico.

Lo percepisci, senti le sue emozioni: grazie alla sua mimica facciale, al caos sonoro intorno a lei, e non da ultimo al suo rapporto col cibo.
Il cibo era l’unica cosa che potevo usare come “attività” da dare agli attori, affinché si muovessero e interagissero gli uni con gli altri. Senza contare che il cibo ha giocato un ruolo fondamentale nella mia vita e durante le nostre riunioni famigliari: è la distrazione alla quale ti dedichi quando sei a disagio e non vuoi parlare con qualcuno, e nella cultura ebraico-americana in particolare è molto grasso, lavorato, ripieno, pesante. Quindi spesso ti ritrovi, come Danielle, ad alzarti più volte a riempirti il piatto salvo poi chiederti «La voglio mangiare davvero ‘sta roba? Forse avrei dovuto prenderne meno? Perché ho fatto un secondo giro?».

Mi sono stupita quando ho scoperto che Rachel Sennott e Polly Draper (rispettivamente, Danielle e sua madre Debbie) sono le uniche due attrici del cast a non essere ebree: ai miei occhi erano le più “ebree” di tutti!
Rachel era già protagonista del mio cortometraggio che ha originato Shiva Baby, e questo film non sarebbe stato possibile senza di lei. Per quanto riguarda la madre, abbiamo cercato in lungo e in largo un’attrice ebrea che fosse adatta al ruolo, ma senza particolare fortuna. Polly inizialmente avrebbe dovuto interpretare un altro personaggio, ma si sentiva adattissima per la parte e mia madre insisteva dicendomi che Debbie era senza dubbio lei. Il motivo per cui Rachel e Polly ti sono sembrate così “autenticamente ebree”, forse, è che la loro relazione è mutuata dalla mia vita, dalla mia personale relazione con mia madre.

Ho letto da qualche parte che «gli italiani sono ebrei felici»: non è un caso che Debbie ricordi tanto la tipica mamma italiana inopportuna, ingombrante, con la fissazione per il matrimonio e “il buon partito”.
(Ride) Pensa che anche Polly me lo diceva! Per un lungo periodo negli Stati Uniti s’è assistito a una sorta di commistione tra italoamericani ed ebrei americani: spesso nei film gli uni interpretavano gli altri, e credo che questo sia perché entrambi siamo bianchi, immigrati e all’inizio abbiamo dovuto scontrarci con parecchi pregiudizi e stereotipi per poterci pienamente integrare. Gli ebrei, rispetto agli italiani, hanno un senso dell’umorismo un po’ macabro e questa per me rimane la differenza principale tra i due, ma ci sono comunque più somiglianze di quante ci si possa immaginare.

Senza anticipare nulla: ho amato molto il finale. Il film ci racconta quanto faccia schifo diventare adulte, quanto sia difficile capire chi si è e trovare il proprio posto nel mondo, ma malgrado la fatica, lo struggimento e l’ansia, c’è una speranza.
È proprio ciò che ho cercato di trasmettere. Danielle viene continuamente massacrata, è perennemente sotto pressione per essere qualcuno e qualcosa che non è, e volevo regalarle un senso di speranza. Per tutto il film, Danielle vive un lungo attacco di panico e gli altri attorno a lei sembrano stare benissimo; nel finale gli altri attorno a lei esplodono, e lei sembra trovare un po’ di pace. Sono cresciuta in una famiglia numerosa e rumorosa come quella di Shiva Baby, ed essendo la più piccola mi sono sempre ritagliata la mia personale fetta di silenzio in mezzo al caos: probabilmente ho ricreato la stessa cosa qui.

Forse Danielle trova un po’ di pace perché realizza che non deve necessariamente auto-definirsi o lasciare che le persone la definiscano.
Sicuramente. Alla sua età devi fare i conti con il panico, che deriva dal non sapere di preciso cosa farai in futuro, chi sarai, quale sarà il tuo posto nel mondo. Il punto è che poi da adulto capisci che tutta questa ansia è inutile: a volte sei esattamente dove devi essere, non devi per forza avere un piano prestabilito, è normale ed è ok non avere le risposte. C’è un breve momento, in cui Danielle osserva il matrimonio di Kim e Max e prova un’immensa gratitudine: per essere ancora giovane, per non aver dato fondo alle sue possibilità, per possedere ancora la libertà.

È in quel momento che qualcosa in lei cambia?
Il mio mentore, quando stavo scrivendo lo script, mi disse che ero a buon punto, ma mi pose un interrogativo: se Danielle non cambia nell’arco di questa giornata, perché la stiamo guardando? Una volta circoscritto il contesto, mi sono resa conto che sarebbe stato necessario un mutamento, un’evoluzione. Non in modo plateale, non si tratta di un singolo momento: è più graduale, naturale, come se fosse la nascita di un’auto-consapevolezza.

Sta cambiando qualcosa anche nei confronti della cultura ebraica: c’è un rinnovato interesse grazie a serie come Shtisel, Losing Alice, Fauda, Valley of Tears, Unorthodox, che rappresentano un’enorme opportunità per l’industria cinematografica israeliana. Esiste un modo peculiare di raccontare una storia e di guardare la realtà che accomuna prodotti così diversi e che è difficilissimo da definire, non trovi?
Questa nuova ondata è cominciata sei, sette anni fa, e la cosa divertente è che gli ebrei sono nell’entertainment industry da tantissimo tempo: prima temevamo che la nostra cultura fosse troppo particolare e che alla gente non interessassero le nostre specificità, che preferissero prodotti in grado di parlare in maniera più generale a un ampio pubblico. Poi dalla semplice accettazione s’è passati alla passione: le persone hanno cominciato ad amare e a ricercare film e serie focalizzati su una determinata cultura, e ciò ha ci ha incoraggiato a raccontare nostre storie più autentiche – magari non necessariamente incentrate sull’ebraismo o sulle difficoltà legate all’essere ebrei. Ho ben presente il fil rouge di cui parli, ed è complicatissimo circoscriverlo: aggiungici pure film come Diamanti grezzi o serie come The Marvelous Mrs. Maisel. Ora che ci rifletto, potrebbe essere una conseguenza della varietà di prospettive dell’ebraismo: ci sono gli ebrei ashkenaziti, i sefarditi, gli ortodossi, i riformati, i chassidici… ognuno di loro porta un’esperienza e una rappresentazione propria e distinta sullo schermo, comunque legata alle altre.

Non la voglio buttare sul religioso, ma ho avuto la netta impressione che l’identità ebraica si stia adattando ai cambiamenti sociali e all’epoca che stiamo vivendo. O, per lo meno, mi sembra che l’ebraismo stia discutendo parecchi temi che sono esclusi dalla conversazione cattolica, in qualche modo evolvendosi.
Spesso scherzo con i miei amici raccontando di essere cresciuta con una madre che parlava sempre di sesso: a casa di Rachel, che è metà italiana, metà irlandese, con un’educazione cattolica, certi argomenti – come il sesso – non venivano manco sfiorati. Non vorrei risultare troppo analitica, ma dopo l’Olocausto molti ebrei hanno perso contatto con la religione e hanno smesso di credere in Dio, conformandosi a una moderna e tranquilla esistenza americana. Questo, paradossalmente, ha fatto sì che parte della comunità non si chiudesse, ma anzi aprisse la conversazione a temi fino ad allora taciuti e si evolvesse a sua volta, per ritrovare coloro che avevano perso la fede e interpretare la religione in modo più inclusivo. Pensa a una serie come Transparent: io non avrei mai potuto fare Shiva Baby se non ci fosse stato Transparent! Per la prima volta ho visto una famiglia di moderni ebrei riformati, queer, che avevano a che fare con i normali problemi della vita: l’ebraismo era sì parte della loro quotidianità, eppure non la definiva. Ciò ha innegabilmente cambiato le regole del gioco: fino ad allora ero convinta che al cinema e in tv gli ebrei dovessero essere dipinti o come ultra-osservanti, o come atei. Non è così, non dev’essere così: ci sono tanti ebrei nel mezzo per i quali religione non è una gabbia, che desiderano praticarla in maniera devota rimanendo sé stessi. Questo è la vera capacità d’adattamento alla contemporaneità, secondo me.

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