Dario Albertini, dalla parte delle anime belle | Rolling Stone Italia

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Dario Albertini, dalla parte delle anime belle

Dopo il premiatissimo 'Manuel' starring Andrea Lattanzi, l'autore torna con un nuovo film su un'adolescenza negata e scopre un altro volto pazzesco: quello dell'esordiente Madalina Maria Jekal. L'abbiamo incontrato ad Alice nella città

Madalina Maria Jekal in 'Anima bella' di Dario Albertini

Impossibile dimenticare gli occhi di Andrea Lattanzi in Manuel. Lo stesso vi succederà con Anima bella (unico film italiano in concorso ad Alice nella città, prodotto da Bibi Film, Elsinore Film con Rai Cinema, uscirà prossimamente in Italia con Cineteca di Bologna e in Francia con Le Pacte) e la sua protagonista, Gioia, interpretata da un altro talento purissimo: l’esordiente assoluta Madalina Maria Jekal. Il cinema di Dario Albertini è uguale solo al cinema di Dario Albertini. Certo, per tempi e sguardo appartiene a quel filone di autori che vengono dal documentario e a partire da lì hanno dato vita a una sorta di neo-neorealismo (vedere un altro nome: Jonas Carpignano). Eppure Albertini ha un modo di picchiare duro con le sue storie di adolescenze negate e ostacolate da un mondo adulto, mantenendo però sempre una mano lieve, piena di tenerezza. Se Manuel lottava per dimostrare di poter badare alla madre e farla così uscire dal carcere, Gioia deve vegliare sul padre (Luciano Miele), un giocatore d’azzardo compulsivo al punto da arrivare a distruggere la vita della figlia, che lo aiuta nella vendita di formaggi e nella gestione del gregge. Il film, tra l’altro, vede anche l’ultima performance di Piera Degli Esposti, un cameo preziosissimo: «Piera, che cuore: è stata meravigliosa. Non dimenticherò mai quella giornata a casa sua con Madalina. Volevamo vedere il film al cinema insieme, non ci siamo riusciti».

Guardando Anima bella viene in mente una sola parola: autentico.
Nel rincorrere l’autenticità ho scoperto anche una sincerità in primis verso me stesso. E quando ho deciso di fare questo lavoro (lavoro, non mestiere) ho basato tutto su quello.

Quando è successo?
È accaduto molto molto lentamente. Mi sono ritrovato a fare le stesse cose che odiavo di mio padre: lui era un musicista, suonava la batteria. E mi ha attaccato questa malattia, sono stato tanti anni con i Tiromancino. Aveva una macchinetta fotografica che custodiva gelosamente. Io ho odiato la fotografia e poi ho fatto fotografia. Fino a che non ho iniziato a sentire dei limiti (miei – sia chiaro – non del mezzo, che è immenso), non riuscivo a esprimermi più di tanto e ho percepito il bisogno inserire l’altro elemento, quello dell’audio. Amo il cinema ma non ho mai pensato di fare il regista, ci ho girato intorno con diverse discipline – musica, scrittura…– e alla fine ci sono proprio cascato dentro. Il mio primo documentario è nato così. Notti e notti a sperimentare da solo, capire se qualcosa poteva avere senso non solo a livello aneddotico ma anche narrativo. E poi mi sono detto: “Ma sai che è interessante raccontare delle storie?”.

Madalina Maria Jekal e Dario Albertini sul set di ‘Anima bella’

Entrambi i tuoi film raccontano vicende durissime, ma senza mai andare oltre, sempre con una grazia infinita.
Mi corrispondono molto queste parole, ma fatico anche tanto. È tutto un discorso di dinamica. Raccontare delle storie già drammatiche sottraendo la parte più estrema, sensazionalistica, togliere quando sta per arrivare il culmine restituisce rispetto, soprattutto se è una storia vera, che conosci. Altrimenti mi sembra di sparare sulla Croce Rossa.

È una scelta coraggiosa, no? Sarebbe più facile fare il contrario.
Sì, funziona un po’ come l’orecchio umano, che quando non trova i suoni alza sempre di più il guadagno fino a che non arriva. Un po’ come l’erotismo e il porno. Nel film erotico vedi una trasparenza e fantastichi, nel cinema porno è tutto esplicito, magari guardi due minuti e poi spegni. Ma ogni volta per me è una sfida, è difficile e riconosco che in questi casi nella restituzione al pubblico c’è bisogno della sala, perché serve un’attenzione diversa. Film come Anima bella o Manuel faticano molto in una visione domestica – dove magari ti suona il citofono perché è arrivata la cena d’asporto –. Oggi invece il cutting è fatto apposta: siamo figli di Beautiful, che magari torni a seguire dopo sei anni e dopo un paio di episodi stai dentro. Le mie sono idee faticose, si allontanano dal commerciale, e quindi i produttori scappano. Finché ci riesco, lo voglio fare… anche perché non so fare altro.

Quel tuo non sovraccaricare mai è evidente anche nelle sonorità di Anima bella, di cui hai composto pure le musiche.
Sto cercando di capire come applicare la musica al cinema perché, venendo dal documentario, spesso vedo usi molto furbetti. E dopo che ho montato il film con Desideria Rayner questa sensazione è aumentata ancora di più: abbiamo lavorato su alcune completamente senza audio. E lì sottrai ogni cosa: è tutto faccia e occhi. Bisogna essere sinceri: la musica spesso subentra quando non ci si arriva con la narrazione, e allora devi enfatizzare con un suono. Sulla canzone della scena del karaoke, Bella da morire, invece il test è stata mia madre: non avevamo i soldi per pagare i Ricchi e Poveri, ma volevo quelle sonorità anni ’80. E allora l’ho composta io: ho cercato proprio la stessa orecchiabilità, senza copiare. Volevo una percezione nazionalpopolare. E chi meglio di mia madre che va a fare la spesa al mercato ed è una che non ha certo paura a massacrarti? Lei ha commentato: “Ma aspetta un attimo, questa come si chiama?”. E ho capito che era il pezzo giusto.

Tornando a quello che dicevi, “Finché ci riesco, lo voglio fare”: dopo il successo di Manuel però ti avranno fatto un sacco di proposte.
Sì, mi hanno bombardato con progetti di serie, e non solo. Ho sempre detto di no perché spesso non mi interessava la storia. Io poi non sono un leone da combattimento da set, per me è molto violento, è una fase che soffro tantissimo. Amo la scrittura, il montaggio, tutte le situazioni dove ti metti seduto e ti confronti come stiamo facendo noi adesso. Il set non te lo permette, figurati quello di una serie, dove vanno a pagine. Capisco che nell’era Covid ci ha aiutato tantissimo quel tipo di intrattenimento, ma non sarei capace di farlo. E soprattutto di tenere quei ritmi.

Ma se arrivasse una storia che ti corrisponde, ci penseresti?
Certo, il mio limite è sempre quello che ti dicevo prima: rendere credibile a me stesso quello che faccio. Parto da una realtà (anzi, addirittura parto dalla musica, dal pianoforte), devo comunque annusare e assaporare quello che ho intorno. Allora piuttosto concepisco la fantascienza, l’horror. Che poi nessuno lo sa, ma una delle primissime cose che ho fatto è stato un corto horror, Voce nella notte: avevo preso un autista che ci portava in giro di notte e gli avevo fatto fare delle cose. Ma pure lì chi mi conosce dice che si vedeva già un certa propensione.

Lo stesso Anima bella è uno spin-off del tuo primo documentario Slot – Le intermittenti luci di Franco.
Sì, tra l’altro ci sono un sacco di personaggi del doc che ritornano qua. Ad esempio, c’è il protagonista di Slot, Franco Soru, che è quello che dice: “Il gioco è entrato nella mia anima”. Sono consapevole che c’è anche una forzatura di scrittura. Chissà, forse ho chiamato il film Anima bella pure per quello. C’era l’idea di sviluppare qualcosa sulla figlia di Soru, Elisabetta, che sono riuscito intervistare. Il documentario parlava di questo venditore ambulante di formaggi nella Sardegna dei primi anni 2000. Una sera torna a casa e non trova più la moglie, che si è trasferita con la piccola a Civitavecchia dalla sorella. Lui prende la nave e va a cercarla, e noi seguiamo le sue giornate da ludopatico che dorme in macchina perché tutto quello che guadagna se lo gioca. Non troveremo mai la moglie, che morirà poco dopo (e alla quale abbiamo dedicato il documentario). La figlia invece poi ha deciso di parlarci.

E da quel documentario volevi farci il tuo primo film…
Sì, avevo iniziato a scrivere ma poi ho lasciato perdere. Ho conosciuto la realtà della Repubblica dei Ragazzi sempre lì vicino a Civitavecchia, dove ho iniziato a girare quell’altro documentario che ha portato a Manuel, mi sono perso quello slot. Poi ho incontrato di nuovo Claudio Dalpiaz, uno psicologo pioniere in Italia per chi soffre di ludopatia. Ogni mese mi mandava dei report e mi ha detto: “Lo sai che da quando hai girato quel doc la situazione è pesantemente peggiorata?”. E mi ha tirato fuori dei numeri pazzeschi, perché al gioco della slot machine al bar si è aggiunto l’online. Il progetto è ripartito da lì, poi piano piano ci siamo un po’ allontananti dall’idea del giocatore d’azzardo (a proposito, le pose del personaggio interpretato da Pietro (Turano di SKAM Italia, nda) non fanno venire i brividi? Ha centrato in pieno quell’espressione assente dei ludopatici imbambolati dal gioco). Qui volevo raccontare gli effetti della dipendenza sulla figlia.

C’è un’immagine molto reale in Anima bella che rappresenta questo: quella delle pecore.
Esatto, il contare le pecore: il padre perde cifre che rimangono impalpabili, finché i creditori non vanno a portar via le pecore sotto gli occhi della figlia. Ma cosa è riuscita a fare Madalina in quella scena dove le caricano sul camion?

Ecco arriviamo a Madalina, una scoperta meravigliosa.
Pazzesca. Ho cercato di non chiederle quasi nulla su questo film, le siamo tutti girati intorno mettendola più a suo agio possibile. “Non ti chiedo niente nemmeno ora”, le ho detto in quella sequenza. “Però se qui ti scappasse una lacrima…”. E lei: “Devo piangere? Pija la macchina, vediamo che si può fare”. Ma chi ti dice una roba così?!

Quanto è stato complicato trovarla?
Avevo scritto la sceneggiatura e l’avevo fatta leggere a Francesca Antonelli, che è la madre di Manuel e una mia carissima amica. Lei vive con la mamma malata di Alzheimer, ex giocatrice di poker, ora presa dai gratta e vinci. E quindi anche per questo non avevo dato un’età alla mia protagonista. Il casting director Roberto Bigherati ed io c’eravamo detti che il copione era mobile, se fosse arrivata un’attrice che mi avesse rapito…. E quindi abbiamo visto interpreti di tutte le età per 8 mesi, ma nulla di fatto, Poi abbiamo fatto i casting aperti negli stabilimenti, dove però ti arrivano le Miss Italia in costume da bagno. Arriviamo a Montalto di Castro e ci rendiamo conto che la cosa non funziona. Porto Roberto a pranzo, ci sediamo al tavolo, arriva la cameriera: Madalina. Roberto mi guarda e mi fa: “No”. Ma io ormai sapevo già di averla trovata.

Un frame di ‘Anima bella’, girato in pellicola taglio 1:66 con mascherino

Come hai proposto il ruolo a Madalina?
Il ristorante era dello stesso proprietario del bar dove avevamo girato la scena di Truffaut in Manuel. E ho chiesto di questa ragazza: più mi scoraggiavano e più io ero convinto. Tra l’altro il posto dove lavorava Mada era stata una tappa del nostro casting aperto, perciò lei e le sue colleghe si erano viste tutte le “sfilate” delle Miss Italia. Quando sono andato da lei deve aver pensato: “Ma questo è scemo”. Perché non aveva capito di cosa si trattasse. Aveva finito il turno ma non andava via, era curiosa, mi sono alzato e sono andato lì perché sentivo che non potevo perdere quell’occasione. Lei però ha declinato.

E poi? Ormai mi pare di stare lì…
C’era anche Luciano, che interpreta il padre. Parliamo dell’unico giorno che era con noi, pensa che coincidenza. Il casting mi provoca: “Provala, così capiamo subito”. Lei stava seduta lì a fumare una sigaretta mentre aspettava il fratello. Mi sono convinto: “Tentiamo, così magari lei toppa tutto e mi tolgo questa idea dalla testa”. Le ho detto semplicemente: “Lui è tuo padre ha fatto qualcosa che ti ha dato fastidio, reagisci”. È stata incredibile. Luciano ed io ci siamo guardati: era lei.

Sul set com’è andata?
Sono iniziate le paure: prima ho dovuto convincere la famiglia, poi i produttori e abbiamo fatto quasi due mesi in teatro, fino a una settimana prima dell’inizio delle riprese, a volte tutti e tre insieme, a volte lei e Luciano da soli. Ci siamo incontrati piano piano, ma ogni tanto il carattere di Madalina veniva fuori: “A me questa cosa non riesce”, oppure “Questo non lo dico perché non ha senso”. Abbiamo riaperto la sceneggiatura con lei. Ci sono stati tanti scontri e pochi sconti in generale, ma dopo la prima settimana di set avrei firmato con il sangue che avevo ragione. La sua disciplina e la sua etica del lavoro sono straordinari.

Tu sei uno scopritore di volti; prima Andrea Lattanzi con Manuel, che ora è lanciatissimo anche sul versante più pop. E ora Madalina.
C’è una canzone di Riccardo Senigallia, mio carissimo amico e grande autore, che recita: “Vorrei avere l’entusiasmo delle prime volte e rimanere sempre un dilettante”. E non è solo un discorso sugli attori, ma anche sui collaboratori: è quello spirito tipo “daje, che spaccamo e svoltamo tutti insieme”. L’abitudine ti porta a perdere l’incanto. Poi certo: arrivano il lavoro, l’esperienza, la bravura. Ma l’entusiasmo delle prime volte non torna più.