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Danny Boyle, il regista che ci ha ridato Steve Jobs | Leggi la recensione

Il suo film sul fondatore di Apple, scritto con Aaron Sorkin, è il biopic definitivo del genere "cantiamo le lodi di famosissime teste di cazzo"

Danny Boyle, foto di Jason LaVeris/FilmMagic

Danny Boyle, foto di Jason LaVeris/FilmMagic

Danny Boyle sorride e, mentre parla, è molto eccitato. Non è una novità. entusiasmo sfrenato e contagioso e parlata a mitraglietta sembrano essere la condizione normale del regista 59enne. Ha appena risposto a una sfilza di domande, ma non mostra segni di cedimento e si divincola tra gli argomenti più disparati: la Silicon Valley, Shakespeare, il senso dell’umorismo di Seth Rogen, la facilità di trovare delle comparse a San Francisco «al prezzo di un sandwich». Spesso le sue risposte sono un perfetto esercizio di dialettica. Lo fa un’infinità di volte nel corso di 40 minuti di intervista. E all’improvviso si capisce perché l’uomo conosciuto per aver fatto correre Ewan McGregor in strada al ritmo di Lust for Life di Iggy Pop è stato scelto per portare a termine la biografia di un’icona culturale scritta da uno dei più verbosi sceneggiatori in circolazione.

Il film Steve Jobs, originariamente concepito come il ritorno di fiamma della coppia che ha creato The Social Network, David Fincher e Aaron Sorkin, suddivide la storia del fondatore di Apple e dell’iFilosofo del nostro tempo in tre momenti distinti, ognuno dei quali si svolge prima del lancio di tre prodotti chiave dell’era Jobs: il Macintosh, il NeXT e l’iMac. Quando David Fincher si è chiamato fuori dal progetto, Danny Boyle, vincitore di un Oscar per The Millionaire, si è fatto avanti e si è ritrovato ben presto a lottare con una tipica sceneggiatura di Aaron Sorkin fatta di dialoghi fitti e di una quantità impressionante di piani sequenza girati con la Steadicam, roba da far impallidire un cofanetto della serie West Wing-Tutti gli uomini del Presidente.
Una sceneggiatura che non mette in secondo piano le caratteristiche meno lodevoli del visionario Steve Jobs, enfatizzando semmai il suo rifiuto di riconoscere la paternità della figlia Lisa così come il rifiuto di riconoscere a Steve Wozniak qualche merito nel successo dell’azienda, e in generale l’idea che un genio può anche essere uno stronzo in preda a scatti d’ira.

È la storia di Steve Jobs ridotta all’osso e trasformata nel biopic definitivo sullo stile “cantiamo le lodi di famosissime teste di cazzo”. La maggior parte dei registi sarebbero scappati a gambe levate o avrebbero scelto una cosa più facile, tipo girare un blockbuster su qualche supereroe. Ma per uno che ha reso cinematografica la storia di un tizio che rimane intrappolato sotto a una roccia (127 Ore) e ha organizzato la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra del 2012, questa sfida è stata la classica manna dal cielo: «Quindi devo girare un film spendendo meno di 20 milioni di dollari, ripercorrendo la vita di una persona attraverso tre lunghe sequenze distinte con sei personaggi ricorrenti e usando una sceneggiatura soffocante con dialoghi dall’inizio alla fine, e senza nessuna indicazione su come farlo?», ricorda Boyle: «Fantastico. Ci sto». Per prima cosa ha messo insieme un cast stellare (Kate Winslet, Seth Rogen, Michael Stuhlbarg, Jeff Daniels e per gli ultimi anni di Jobs un Michael Fassbender che lascia a bocca aperta) e poi ha cominciato a lavorare.
Il risultato finale ha portato applausi a scena aperta per l’attore protagonista e osanna per l’abilità di Boyle di trasformare una tecnica teatrale in qualcosa di scoppiettante sul grande schermo. Mentre si prepara per la proiezione del film al New York Film Festival, Danny Boyle si ferma a discutere, a perdifiato e a velocità supersonica, del motivo per cui il film aveva bisogno di una struttura in tre atti, di come questa sia in realtà la seconda parte di una trilogia e di come Fassbender ha finito per rispecchiare l’evoluzione di Steve Jobs.

È facile vedere le insidie che si nascondono dietro all’idea di ripercorrere la vita di Steve Jobs in tre atti. Ma quali sono stati invece i vantaggi?
Sembrerà strano, ma sono convinto che meno descrivi più riesci a raccontare. Se ti limiti ai momenti chiave puoi dire molto di una persona. La narrazione di una storia in tre atti, inizio, parte centrale e fine, è una cosa profondamente radicata nella specie umana. Ovviamente non voglio dire che i tre momenti su cui ci siamo concentrati sono l’inizio, la parte centrale e la fine di Steve Jobs, ma il fatto di non toccare troppi argomenti e di scremare la vita del personaggio porta a un risultato migliore. È quello che Aaron chiama “la modalità greatest hits” di un biopic, concentrare l’attenzione solo su alcuni aspetti. 127 Ore era fatto allo stesso modo: attraverso quell’unico incidente sono venute fuori un sacco di cose.

Michael Fassbender nel ruolo di Steve Jobs

Michael Fassbender nel ruolo di Steve Jobs

Sicuramente, ma confrontarsi con l’esperienza traumatica di Aron Ralston e raccontare la vita e l’epoca di Steve Jobs sono due cose piuttosto diverse, o no?
Certo. È stata una grossa sfida, non solo per me, ma anche per gli attori. Sono sicuro che si sono chiesti: “Reciteremo qualcosa prima o poi o continueremo solo a parlare?”. (Ride). Personalmente mi piace quando mi trovo davanti delle limitazioni. Le adoro. È qui che entra in gioco la fantasia. È una strana forma di libertà che ti impedisce di essere convenzionale.

Puoi fare degli esempi di come queste limitazioni hanno stimolato la tua creatività?
Ok, hai davanti questa struttura in tre atti molto tradizionale. Facciamo in modo che non sia statica, cerchiamo di rendere ogni sezione progressiva. Giri il primo atto in 16mm e gli metti una colonna sonora che ricordi l’epoca dei primi personal computer. Poi giri il secondo atto in 35mm con un’altra colonna sonora e un’atmosfera diversa, più tradizionale, simile a un film che hai visto nel 1988. Per l’ultimo atto usi la camera digitale, la Alexa, e rappresenti l’infinito mondo digitale che Jobs aveva in testa, hai una colonna sonora molto più rarefatta e tutto viene ridotto all’essenza. Steve è un uomo che ha tutto quello che desidera, ma ha una specie di vuoto al centro di sé. Non credo che avrei fatto queste scelte se non avessi avuto delle limitazioni che mi hanno fatto lavorare fuori dagli schemi. Di solito cerchi una sceneggiatura che ti permetta di fare molta narrazione visiva e che dia agli attori diversi momenti in cui possano mettersi in luce. Questa volta era tutto diverso e quindi noi tutti abbiamo dovuto lavorare in modo diverso. È stato esaltante.

Hai detto che per te questo film fa parte di una trilogia non ufficiale iniziata con The Social Network. Ne hai parlato con Aaron Sorkin?
Gli ho sempre detto che Steve Jobs mi sembrava la continuazione di quello che aveva cominciato con The Social Network. Poco prima di ricevere la sceneggiatura, avevo finito di leggere The Circle di Dave Eggers (Il Cerchio, il suo romanzo sulle multinazionali della tecnologia, ndr) e mi ha fatto ripensare a un’idea che avevo in testa, e cioè che in questo preciso momento ci troviamo a un punto di svolta nella storia dell’umanità. Siccome la stiamo vivendo, sottovalutiamo il ruolo fondamentale che gli uomini che hanno rivoluzionato la nostra epoca hanno avuto. Hanno portato tali cambiamenti e tale prosperità che noi dobbiamo fare dei film su di loro. Proprio come questo, come The Social Network o come tutti i vari documentari che sono usciti. Gli innovatori tecnologici sono i nostri veri, assoluti leader, più dei governi. Noi non li abbiamo eletti, ma loro ci governano. Guarda cosa succede con Uber: ci sono sindaci di alcune città che dicono: “Devo fermarli? Meglio di no, sono Uber” (Ride). Sono in soggezione! Quindi sì, tornando alla domanda, mi sembra che Aaron abbia cominciato a toccare il tema con The Social Network, e che Steve Jobs riguardi qualcosa che sta succedendo adesso. Quale sarà la terza parte? Non credo che si sia ancora rivelata, ma sappiamo che sta arrivando un enorme cambiamento. E anche su questo ci sarà molto da scrivere.

Michael non assomiglia per niente a Jobs. Eppure verso la fine delle riprese giureresti che è uguale a lui

Come è stato lavorare con Sorkin?
Nonostante la reputazione che ha, trovo che sia una persona fantastica con cui collaborare. Non è contrario a cambiare le battute per gli attori, anzi è sempre disponibile a patto che tutto sia fatto nel modo giusto, che è la cosa che gli interessa di più. Ascolta attentamente il ritmo del dialogo, lo vedi infastidirsi quando gli attori non lo interpretano bene, cosa che i nostri hanno fatto raramente.

Sorkin sembra tagliato per scrivere film sui pionieri della tecnologia.
Ci sono poche cose che puoi fare per catturare l’intelligenza e la fame di scoperta delle persone che gestiscono il mondo tecnologico. Devi limitare le scene “geek” piene di algoritmi, di grafici matematici e di gente che digita sui laptop. Aaron ha trovato il modo di raccontare tutto questo in modo preciso attraverso il linguaggio, usando un ritmo e un tempo che rappresenta alla perfezione la velocità del pensiero. Quando abbiamo letto la sceneggiatura, io e il mio produttore ci siamo detti: “Questo è il suono della mente di Steve Jobs”. Tutte le caratteristiche del personaggio, il suo fascino seducente, la sua spregiudicatezza e il suo essere incredibilmente esigente, erano tutte già presenti nella scrittura di Aaron.

Come hai bilanciato l’approccio impressionistico di Sorkin con la necessità di raccontare fedelmente la vita di una persona reale?
Cerchi di fare dei cambiamenti estetici invece che strutturali. Prendi il primo e il terzo atto: in realtà quei due eventi sono avvenuti entrambi al Flint Center di Cupertino in California. Jobs voleva tornare lì per lanciare l’iMac, perché era la scelta più… elegante. Ma noi avevamo bisogno di tre diversi teatri, perché volevamo dare l’idea che le cose si muovessero rapidamente, quindi abbiamo cambiato location. Avevamo già a che fare con troppi elementi ricorrenti, per esempio i sei personaggi che ritornano ogni volta per tre volte prima del lancio di un nuovo prodotto. Quindi, ecco, abbiamo un po’ cambiato le cose, e per questo chiediamo perdono al pubblico! Per questo e qualche altra cosina. (Ride)

Per esempio?
Abbiamo spostato alcune scene in esterno. Per esempio, quella in cui Woz gli dice: “Puoi essere una persona di talento e un uomo decente allo stesso tempo”. Quel dialogo tra Jobs e Woz, in realtà, è avvenuto in un camerino, in una stanza chiusa. Siccome abbiamo pensato che riconoscere i meriti alle persone fosse un argomento che Woz ripeteva spesso, che gli stava molto a cuore, abbiamo voluto far succedere quel discorso in uno spazio pubblico, di fronte a un gruppo di fedelissimi di Steve Jobs. Ragazzi che indossano magliette con il logo di Apple, e che in pratica stanno rappresentando alla lettera l’ascesa degli Apple Store! Woz invece rappresenta il passato. Ecco, volevamo che i due mondi si scontrassero.

Danny Boyle e Aaron Sorkin sul set di "Steve Jobs"

Danny Boyle e Aaron Sorkin sul set di “Steve Jobs”

L’idea era che Michael Fassbender non si travestisse da Jobs, giusto?
No, mai. Voglio dire, abbiamo usato una parrucca e qualche ritocco agli occhi, volevo che avessero lo stesso colore delle tre attrici che interpretano sua figlia Lisa. Volevo far vedere la discendenza. Ma usare trucchi prostetici? Neanche per sogno, lo abbiamo deciso subito. Michael non assomiglia per niente a Jobs, eppure verso la fine delle riprese giureresti che è uguale. Questa è la cosa più strana. Nella prima parte Michael è un lottatore che cerca di realizzare una cosa, e questo gli ha dato modo di capire meglio la seconda fase della vita di Jobs, quella più turbolenta. Nel secondo atto diventa disonesto e scaltro e questo si riflette nella ricerca di una terza fase. Nel terzo atto la lotta interiore è finita: Michael fa pace con Steve, è entrato nella mente di quell’uomo. Noi la chiamiamo interpretazione gestuale. Non è imitazione letterale, è una cosa fisica.

Hai discusso con Fassbender riguardo a Steve Jobs prima che lui cominciasse la sua ricerca sul personaggio, o che arrivasse sul set?
So che si è preparato molto, ha parlato con tutti quelli che conoscevano Jobs, ha studiato i filmati e ha letto molto su di lui. Mi ha detto che la sensazione era quella di aver vissuto con lui per mesi. Io sono andato a trovare Michael in Australia, il suo piano era di fare una pausa, rilassarsi e non fare niente per un po’. Invece si è messo a leggere la sceneggiatura e da lì è partito tutto (ride). Ovviamente l’abbiamo studiata insieme, ci siamo scambiati delle idee, ma per la maggior parte ha fatto tutto da solo. Durante le prove ci è capitato di fare una gara degli opposti tipica tra regista e attore: tu suggerisci una cosa, loro rispondono con l’esatto contrario. Abbiamo provato ognuno dei tre atti separatamente, per due settimane ciascuno e poi li abbiamo girati in sequenza, cosa che non avevo mai fatto prima. Facevamo tutto l’atto e lo giravamo in un certo modo, per esempio con la Steadicam, poi ricominciavamo da capo e lo rifacevamo tutto.

Sembra molto intenso…
L’idea era che ricordasse uno spettacolo teatrale agli attori, ma non al pubblico. Ho sempre pensato che le opere di teatro al cinema non funzionano, non si riesce mai a tradurle in modo adeguato. Però, sì, gli attori sono impazziti a lavorare in quel modo. Del resto avevano bisogno di una sfida alla Steve Jobs. Ne avevamo bisogno tutti.

Questo articolo è pubblicato in versione integrale su Rolling Stone di gennaio.
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