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Damien Chazelle, il lato oscuro della Luna

Ancora una volta insieme a Gosling, il regista premio Oscar più giovane di sempre vola alto per raccontare la storia di Neil Armstrong e dell’Apollo 11. Con 'First Man' il viaggio nello spazio diventa più umano.

«Ciao sono Damien, ho 33 anni e ho vinto un Oscar, tu invece cos’hai combinato nella vita?». No, Chazelle non ha pronunciato davvero queste parole mentre mi stringeva la mano, ma una proiezione di lui nella mia testa l’ha fatto. Ed è una conseguenza inevitabile, se ti trovi davanti uno dei talenti cinematografici più limpidi della tua generazione. Quando entro nella stanza dell’Excelsior a Venezia, dove Chazelle ha aperto la 75a edizione della Mostra del Cinema con First Man – Il primo uomo, lui se ne sta lì, seduto su una grossa poltrona e con addosso una giacca troppo grande. Sembra un ragazzino. «Sì, un ragazzino con una statuetta dorata sulla mensola di casa», mi ricorda la proiezione mentale. «Speravo che mi avrebbe dato sicurezza», mi confessa di lì a poco, per davvero, il regista più giovane di sempre ad aver conquistato l’Academy Award (per La La Land, nda). «Non è andata così, anzi, sento ancora di più la pressione. Ma almeno lavorare a un progetto che mi appassiona, come questo, mi rende davvero felice».

Damien Chazelle a Venezia 75. Credit: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images.

Damien Chazelle a Venezia 75. Credit: Vittorio Zunino Celotto/Getty Images.

Damien in realtà è esattamente l’opposto di quel fastidioso ologramma: gentile, umile, uno degli ultimi romantici. First Man esplora i sacrifici e il costo, per Neil Armstrong e per gli Stati Uniti, di una delle missioni più pericolose della Storia: lo sbarco sulla Luna. Gli dico che il film mi è piaciuto parecchio, ma che sono più una tipa da musical. Lui ribatte all’istante: «Anche io».

La corsa allo spazio è iniziata quasi 30 anni prima che lui nascesse: «La mia generazione è arrivata in un mondo in cui era già tutto acquisito, siamo cresciuti con immagini iconiche. Conoscevo solo la storia del successo, ma non sapevo quanto fosse stato difficile e spaventoso arrivarci. Volevo catturare quella paura e, insieme, l’impulso irrefrenabile a superarla». Al cinema lo Space Program (vedi Uomini veri o Apollo 13) è stato finora raccontato in chiave più soft, spesso celebrativa dell’orgoglio americano, quasi agiografica. Qui, la bandiera a stelle e strisce sul suolo lunare si vede a stento, il tono è decisamente dark e ci si concentra sul percorso, non sulla destinazione: «Com’è andata a finire si sa… più riuscivamo a rendere l’idea di quante volte siano stati a un passo dal fallimento, più interessante sarebbe diventato il film».

C’è anche un bel tocco di humor nero, che «aiutava gli astronauti ad affrontare situazioni molto pericolose, in cui la tecnologia era primitiva rispetto a oggi. Neil era mite, tranquillo, ma dotato di uno spirito arguto; quello che sei costretto a tirare fuori, se vuoi superare determinate circostanze». A partire dal libro di James Hansen, First Man, l’enfant prodige del cinema ha fatto numerose ricerche su Armstrong: «Molti di noi nella vita vengono portati fuori strada dai traumi e dai lutti. Lui invece è riuscito a canalizzarli per andare più lontano di chiunque altro».

Neil non è un eroe per aver fatto quel “piccolo passo per l’uomo e grande passo per l’umanità”, «è un eroe perché ha avuto la forza di sopravvivere a tutto il processo», ai colleghi che sono rimasti uccisi nei test, alla preparazione della missione — dove se vomitavi un paio di volte a esperimento era una buona giornata —, a una perdita personale devastante. First Man è anche un film sulla morte, proiettato verso la rinascita grazie all’amore: «Volevo raccontare la famiglia, il matrimonio di Neil e Janet (interpretata da Claire Foy con un perfetto mix di dolcezza e ferocia, nda), come lui fosse riuscito a trovare un equilibrio tra questi aspetti e un viaggio così solitario». L’avevo detto che Chazelle è uno degli ultimi romantici.

Il suo Armstrong cinematografico ha sempre avuto le sembianze di Ryan Gosling, prima ancora che questi divenisse il pianista jazz Sebastian di La La Land. La prima volta i due si erano incontrati proprio per discutere di First Man: «Damien, però, aveva in testa solo una prima idea della storia, non c’era ancora nessuno script ed è finita che abbiamo parlato più di Gene Kelly che di Neil Armstrong, perché c’era un musical da fare», racconta Gosling, accennando un sorriso sghembo. Terminate le riprese di La La Land «esisteva una bozza della sceneggiatura, Ryan l’ha letta e ha capito come rapportarsi a Neil, alla morte della sua bambina», ricorda Chazelle. «Gli era scattato qualcosa dentro, forse perché era diventato padre da poco, ha sentito che era un film sul dolore e sul cercare di andare avanti».

Ma First Man non è un biopic, si avvicina più a un mission movie, che non svicola sulle difficoltà dell’Apollo 11 e le vive in maniera viscerale: «Com’è possibile che un essere umano si faccia lanciare nello spazio dentro una specie di lattina volante? Per me è terrificante», ammette Chazelle. Sarà per questo che ha scelto di girare moltissime scene d’azione, portandoci claustrofobicamente dentro alle capsule, all’interno del casco originale di Armstrong indossato da Gosling, che ha voluto interpretare di persona ogni sequenza. Un po’ come quando ha imparato a suonare il piano in tre mesi per La La Land: «Esatto! È il modo in cui lavora Ryan, vuole sentire fisicamente quello che prova il suo personaggio». Nello specifico significava stare anche 8 ore filate all’interno di quelle capsule, scosse fino all’estremo: «Avevamo un medico che controllava Ryan», afferma Chazelle, «perché abbiamo temuto che avesse una commozione cerebrale». Chiedo conto del bollettino medico a Gosling: «Oh sì», ride. «Ci impegnavamo duramente per fare in modo che il pubblico capisse quanto fragili e pericolose fossero quelle macchine. A un certo punto ho iniziato ad avere strane idee e ho chiesto a Damien un piccolo break».

Provate a farci caso, le sequenze di apertura dei film di Chazelle sono sempre sorprendenti e quelle di chiusura mai prevedibili: «È ciò che voglio come spettatore. Da regista, quando inizi un lungometraggio, hai questa opportunità, è l’unico momento in cui tieni il pubblico davvero in pugno: tutti si siedono mentre le luci si abbassano… è un attimo sacro. E ovviamente il finale rappresenta quello che lasci alle persone». Con First Man, però, è stato più complicato decidere in che modo concludere, «perché non si tratta di cosa accade, ma di come succede e come lo si mostra. La sfida ulteriore era rendere differente qualcosa che è stranoto».

Se Chazelle cerca (e trova) soluzioni visive sempre uniche, da musicista è altrettanto maniacalmente attento alla colonna sonora (composta dall’amico Justin Hurwitz, doppio Oscar per le musiche di La La Land, nda) e al lavoro sul suono: «Quello che sentite è davvero il respiro di Ryan dentro al casco di Armstrong», racconta il regista. L’aspetto musicale ha permesso a Gosling di trovare una connessione con l’astronauta: «Ho scoperto che entrambi amiamo il theremin. C’è un bellissimo pezzo che Neil e Janet ascoltavano al college, prima che lui si unisse allo Space Program, e che poi si è portato dietro in missione: si chiama Lunar Rhapsody. L’ho fatto sentire a Damien ed è finito nel film». «È una traccia molto particolare per orchestra e theremin su cui ballano Armstrong e la moglie», conferma Chazelle. «Non era nello script, ma Ryan ha trovato questa melodia e ci sembrava così insolita, romantica e bizzarra, che per noi è diventata una sorta di brano-tema».

Per il regista anche 500 Miles è stata una canzone importante durante la lavorazione: «È intensa, parla di distanza, di stare lontano da chi amiamo. Fa parte di un certo folk dei primi anni ’60 alla Peter, Paul and Mary. Ho cercato di ascoltare quello che sentivano in quel periodo, non tanto roba psichedelica, ma più doo-wop, big band, show tune, perché i nostri protagonisti erano un prodotto degli anni ’50». Le aspirazioni musicali di Chazelle le abbiamo già viste tradotte sullo schermo in quel gioiellino che è Whiplash: «Non suono più tanto, ho ancora la mia batteria, ma sta prendendo la polvere in garage. Credo che la cosa più vicina ora sia lavorare con Justin alla colonna sonora dei film. Ma va bene così, è il mio modo di tenere la musica nella mia vita».

Alla fine decido di vendicarmi un po’ della versione presuntuosa di Chazelle nella mia testa e sparo ingiustamente al Damien in carne e ossa una domanda che avrebbe volentieri evitato: «Il tuo prossimo film sarà un altro musical?», chiedo. «Non lo so, forse!», ride lui, sibillino. Io spero di sì.

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