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La missione di Leonardo DiCaprio
per salvare il pianeta

È uno dei migliori attori di Hollywood ma il suo cuore è nella lotta al cambiamento climatico. L'abbiamo seguito mentre girava il suo documentario sul clima

Leonardo DiCaprio ai BAFTA 2016, foto Anthony Harvey/Getty Images

Leonardo DiCaprio ai BAFTA 2016, foto Anthony Harvey/Getty Images

I genitori di Leonardo Wilhelm DiCaprio hanno appeso un dipinto sopra la sua culla, quando lui era solo un bambino e viveva con loro nella squallida East Hollywood, Los Angeles, negli anni Settanta. Il dipinto non era un’immagine di fumetti tipo Peter Coniglio o Curioso come George. No, era una riproduzione de Il Giardino delle delizie, un trittico del pittore olandese Hieronymus Bosch, una visione distopica del paradiso e carica di insegnamenti morali. È uno dei primi ricordi di DiCaprio. «Vedi il momento esatto in cui viene consegnato il paradiso a Adamo ed Eva», dice DiCaprio, con i suoi occhi azzurri che spuntano dagli occhiali da sole, all’interno di un ristorante di Miami Beach che a forza ha inserito la parola “SoHo” nel suo nome. Sotto al tavolo continua a muovere i piedi, agitandoli dentro e fuori dai mocassini di tela. Si allontana per un attimo. DiCaprio ha appena finito di girare un’intervista per un film sul climate change che sta realizzando (il titolo provvisorio è Are We Fucked?)

È già andato nelle pianure alluvionate dell’India e in Antartide. Ora si trova vicino alla zona di Miami dove si trova quel locale da cui pare sia uscito assieme a tutte le donne presenti nel suo privè. Tutto questo, secondo DiCaprio, potrebbe presto sparire.

Ritorna a parlare del quadro. «Vedi nel mezzo tutta questo sfarzo e i loro eccessi, con la gente che mangia i frutti che ci dona il pianeta», dice. Ride ironicamente, sottolineando la sua risata con un sorrisino che può essere scambiato con un ghigno. «L’ultimo pannello è carbonizzato, con il cielo nero e un’apocalisse dove tutto è bruciato». Si ferma per un secondo, poi alza le spalle. «Era il mio quadro preferito».

Leonardo DiCaprio non è uno che sta a guardare, diviso tra il lato più scintillante della sua vita (la nomination all’Oscar, una collezione personale di fossili, una Tesla a noleggio con autista) e la desolazione di vivere in un mondo surriscaldato, con i Repubblicani negazionisti e una costa del Bangladesh che potrebbe affondare per un quarto entro il 2050. Vuole che il mondo smetta di usare combustibili fossili, completamente, e si chiede dove saremmo potuti essere ora se avessimo investito miliardi nella ricerca di energie rinnovabili, al posto di spenderli nella guerra in Iraq.

«Ha una certa agitazione intellettuale», dice Martin Scorsese, che collabora con DiCaprio da tanti anni. «Divora libri, testi e informazioni in generale».

Qualche amico potrebbe anche dire a DiCaprio di prendersi meno sul serio, ma non lo ascolterebbe. «Ci sono davvero poche persone al mondo che conoscono il cambiamento climatico meglio di lui. Leo è un secchione», dice Mark Ruffalo, che si è appena unito a DiCaprio nel progetto The Solutions Project, un gruppo di scienziati e star che sperano di portare l’America verso l’utilizzo di energie rinnovabili. «Non sta con le mani in mano».

La visione di DiCaprio del mondo ha definito le sue scelte da Titanic in poi, specialmente per quanto riguarda il suo lavoro con Scorsese, da Gangs of New York a The Wolf of Wall Street. Oggi è la star di The Revenant – Redivivo, la cupa storia del cacciatore Hugh Glass, che viene torturato da un orso parecchio arrabbiato, e perde la sua famiglia a causa della cattiveria dell’Uomo Bianco (a peggiorare le cose, ci si mette anche una barba che nemmeno Mosè).

Tra le sue sventure, Glass viene anche tradito da un uomo con mezzo scalpo. Viene dato per morto, si butta da un dirupo con un cavallo, dorme nella sua carcassa e mangia fegato di bisonte. Non parla per settimane. E questi sono i momenti più leggeri, visto che ci sono anche frecce che fanno esplodere arterie e coltelli che rimuovono testicoli. Durante le fitzcarraldesche riprese sulle montagne rocciose canadesi e l’Argentina, il regista Alejandro González Iñárritu ha spremuto i membri dello staff. Ha anche detto che lui e DiCaprio avrebbero masticato le loro barbe per passare il tempo libero.

Dopo un’esperienza del genere, forse DiCaprio tornerà a una cosa leggera tipo Prova a prendermi? Assolutamente no.

«Vorrei fare qualcosa di ancora più scuro», dice DiCaprio con un sorriso ambiguo. Sa di sembrare un po’ matto. «Non so, tipo come potresti entrare nella mente di un tizio come Travis Bickle in Taxi Driver? C’è una parola in tedesco che non esiste in inglese, schadenfreude. È il piacere provocato nel vedere qualcuno umiliato». Sorride. «È quello che mi succede quando guardo certi politici, ma si può fare anche nei film, come quando Travis Bickle va in un cinema porno per il suo primo appuntamento (con Cybill Shepherd, ndr). E tu preghi, “Oddio, no, non farlo!”».

Non tutto nella sua vita è così cupo. Ci sono ancora le starlette, le immersioni, gli amici industriali di nome Vlad con yacht giganteschi. Gli chiedo poco dopo se ha paura di sparire nel buio, come un certo tizio protagonista di un film che parla di una nave maledetta del 1912. «Mi impegno per creare un equilibrio». Ci riesci? «Vedremo».

Chiede scusa e si alza. È tempo di prendere un elicottero per controllare la distesa di cemento che minaccia le Everglades (zona paludosa vicino a Orlando, al centro di battaglie ambientaliste, ndt). Fa un tiro da una sigaretta elettronica, emanando un odore di sciroppo d’acero che mi fa venire voglia di pancake. Si mette un cappello sugli occhi e scappa via dall’uscita di servizio del ristorante. La sua Tesla con autista parte per l’eliporto. Un uomo ci guarda andare via mentre parla dentro un device da polso, inavvertitamente provando che Leonardo DiCaprio non è solo un uomo ma anche un prodotto organico che può essere usato per il bene o il male. «Il pacco ha lasciato il palazzo. Ripeto: il pacco ha lasciato il palazzo».

Ecco la domanda del momento sul tavolo: è finalmente l’anno dell’Oscar a DiCaprio, dopo quattro nomination?

«Certo, a tutti piace un riconoscimento, ma non è una cosa che posso controllare», mi dice DiCaprio, mentre si prepara a intervistare un esperto di uragani. «Potrebbe aiutare il film, portare più persone in sala».

The Revenant è un abbondante buffet offerto gli affamati critici cinematografici, con il regista di Birdman Iñárritu alla guida e il miglior direttore della fotografia possibile Emmanuel Lubezki, alle prese con scene degne del Terrence Malick più ispirato. Ma potrebbe non essere la prima scelta per gli spettatori di West Des Moines, profonda provincia americana. Ci sono solo due donne in tutto il film. Una viene uccisa, l’altra stuprata da un gruppo di cacciatori francesi. Il film dura 156 minuti e si capisce abbastanza in fretta che ogni personaggio che non si chiami Hugh Glass si comporterà nel peggior modo possibile. Ma la performance di DiCaprio tiene insieme tutto il pacchetto (Quando Iñárritu l’ha visto con la barba ha esultato, «Questo è un cazzo di cacciatore!»). DiCaprio sta in silenzio per gran parte del film, una performance più difficile di quello che può sembrare.

«Usa il suo corpo, ferito, e i suoi occhi per esprimere una grande quantità di emozioni, durante riprese che durano anche sei o otto minuti», dice Iñárritu. «Deve farci capire che sta gelando, che soffre, che è devastato, che è arrabbiato, che è senza speranze. Senza dire una parola, deve farti capire cosa pensa e come si sente». C’è una scena in cui DiCaprio scopre il corpo morto del figlio ed è a pezzi. Ma sente un corvo che canta da dietro gli alberi. Si vede che sta dialogando con la vita e con la morte, in contemporanea».

«Interagiva e ascoltava ogni parte della natura e reagiva di conseguenza», ricorda Iñárritu. «È la cosa più difficile da fare, e nel momento in cui lo fa, capisco che il ragazzo ci sa fare. Ha questa capacità e la sa controllare».

L’origine dell’interesse di DiCaprio per l’ambiente è iniziato nel 1998, durante un incontro con l’allora vice presidente Al Gore. DiCaprio ha sviluppato nel tempo una sensibilità per le creature estinte. Una volta ha stupito il dottor Kirk Johnson, direttore del National Museum of Natural History, dimostrando di conoscere l’alca impenne, un uccello estinto nell’Ottocento a causa della caccia.

«La cosa che mi faceva stare peggio quando ero piccolo era sapere che alcune specie non esistevano più a causa degli attacchi dell’uomo alla natura», dice DiCaprio, che ha un’enorme collezione di fossili nella sua casa a Los Angeles. Menziona tre specie, ma ne conosco solo una: «Come i quagga, la tigre della Tasmania o il dodo».

Titanic è uscito nel 1997, e DiCaprio in quel momento si è trasformato da promettente attore della sua generazione a uno dei volti più famosi al mondo. Ci sono stati i gossip su millantati comportamenti sconci e una manciata di fidanzate modelle, con alcune di loro che ancora provano a conquistare spazio nei tabloid, ma è comunque rimasto single. Puoi chiedergli qualcosa a riguardo, ma ti risponderà dicendo: «Mi piaceva quando guardavi un film e non sapevi tutti i dettagli della vita dell’attore».

Come Warren Beatty, Robert Redford e Paul Newman prima di lui, DiCaprio vorrebbe essere visto come qualcosa di più di uno strappamutande. Un amico gli organizzò un meeting con Gore. Il vice presidente disegnò il pianeta e l’atmosfera su una lavagna per poi dirgli, «Vuoi davvero essere coinvolto nelle questioni ambientali? Questo è uno degli argomenti più importanti per l’umanità e il futuro».

La cosa che mi faceva stare peggio era sapere che alcune specie animali non esistevano più a causa dell’uomo

Inizialmente, erano solo delle apparizioni agli eventi della Giornata della Terra e a qualche conferenza, poi c’è stata l’uscita del suo film L’Undicesima Ora del 2007. Ma negli ultimi anni è passata dall’essere una semplice passione a una vera ossessione. «Mi consuma», dice DiCaprio. «Non passa un giorno senza che ci pensi. È come un fuoco lento. Non sono come gli alieni che domani vengono e ci invadono e noi dobbiamo difendere il nostro Paese. È qualcosa di inevitabile, sono terrorizzato».

Un paio di anni fa, DiCaprio ha conosciuto l’attore Fisher Stevens, una volta noto come l’ex di Michelle Pfeiffer e protagonista di Corto Circuito 2 e ora apprezzato produttore di documentari. I due si sono incontrati mentre filmavano la barriera corallina in distruzione delle Galapagos, un momento diventato storico per il problema che ha avuto DiCaprio durante le riprese con la bombola dell’ossigeno, rischiando la vita e dovendo chiedere aiuto a “qualcun altro” che era in acqua con lui. Ha trovato per fortuna Edward Norton, che è risalito assieme a lui, condividendo l’aria avanzata.

Stevens e DiCaprio hanno parlato di girare un film sul climate change che potrebbe coinvolgere DiCaprio nel ruolo di un uomo alla ricerca della verità. Il film potrebbe avere allo stesso modo testimonianze stupide, assurde e terrificanti da parte di leader mondiali e scienziati.

All’inizio della preproduzione di questo documentario, sono arrivati i fondi per The Revenant. Al posto di dare precedenza a un progetto piuttosto che a un altro, DiCaprio ha scelto di portare avanti i due in parallelo. Da una parte Hugh Glass nei panni di un uomo agli albori della distruzione di un mondo da parte dell’Occidente, e il documentario, ambientato due secoli dopo, con lo stesso mondo obbligato a confrontarsi con i risultati di queste violenze. Il collegamento è diventato ancora più forte quando DiCaprio ha visitato l’infernale Alberta, in Canada, sede di diversi campi di sabbie bituminose, qualche ora a nord dalle montagne mozzafiato dove è stato girato Revenant. Nel frattempo, le riprese sono state di continuo ostacolate dalla mancanza di neve, visto che Alberta si “godeva” l’inverno più caldo della sua storia. Questo fatto, un evidente effetto collaterale, ha portato Iñárritu e DiCaprio a riflettere e scuotere la testa, durante le pause forzate.

«Era un universo parallelo», ricorda Iñárritu. «Abbiamo discusso a lungo di questo. È stato spaventoso mostrare come tutto è iniziato in questa nazione e ora, 200 anni dopo, subirne le conseguenze. Era come vedersi allo specchio. Era divertente e spaventoso allo stesso tempo».

«Siamo andati lì con lo scopo di scoprire qualcosa e vedere cosa ci avrebbe detto la natura», dice DiCaprio riguardo le riprese ad Alberta. Muove le mani e le chiude, frustrato. «Non è mai stato detto chiaramente, ma lo scopo era, “Ok, cosa succede se ci mettiamo direttamente nelle mani della natura? Cosa scopriamo?”. Quello che mi ha lasciato è stata questa incredibile lotta, i suoi tentativi di non farci filmare». Appena dopo, lo dice in modo più diretto. «Mi chiedo se non sia troppo tardi».


Leonardo DiCaprio alle Nazioni Unite apre il summit sul clima nel 2014

Mentre viaggiavano da un punto all’altro, Stevens ha più volte chiesto a DiCaprio di non abbattersi così tanto. «Sono quello positivo, mentre lui è quello negativo», dice Stevens ridendo. «Gli dico sempre, “Non essere così pessimista, cazzo! Se fosse davvero troppo tardi, perché staremmo girando questo film?”». Steven adesso sorride, speranzoso. «Leo l’ha capita». Vedremo. L’ultima parola è di DiCaprio.

È la domenica dopo il giorno del ringraziamento e Miami Beach è in un momento di quiete tra il tacchino ripieno e le orde di gente che arriveranno in settimana per l’Art Basel – il Sundance dell’arte contemporanea. Stevens e la sua troupe stanno montando un set negli uffici del comune del sindaco Philip Levine per chiedergli come l’innalzamento del livello delle acque stia minacciando la città. DiCaprio arriva con l’aria stanca, una camicia a maniche corte a pois, e dei jeans larghi, che mettono in mostra dei boxer blue. Si stiracchia, esagerando. «Penso di aver dormito troppo». Stevens ride, «Sarebbe la prima volta».

DiCaprio fa un doppio lavoro da quando i primi teaser di The Revenant sono apparsi on line e ha dovuto tenere a bada le voci che lo davano attaccato sessualmente da un grizzly in uno dei passaggi più crudi del film («Non è quello che succede»). Poi, un esperto blogger di cinema ha detto che nonostante abbia apprezzato il film, il pubblico femminile si sarebbe alzato durante i momenti più spinti. «Penso sia stupido, e penso anche che tutte le donne con cui ho parlato abbiano apprezzato il film», dice DiCaprio.

Ma dopo una breve pettinata, DiCaprio passa in modalità guerriero dell’ambiente. Stevens gli dà una lista di domande, ma lui la prendere larga. Innanzitutto, DiCaprio e Levine parlano dei loro amici in comune, tra cui il magnate russo Vladislav Doronin.

«Il nostro caro amico Vlad ti saluta», dice Levine, prima di raccontare un aneddoto su Doronin che si offre di portarlo nell’oceano per una nuotata e lui che rifiuta, per paura di non tornare. «Vlad è molto divertente», ammette DiCaprio, aggiungendo quanto gli piacciano i suoi resort Aman, discrete strutture a sette stelle sparse in giro per il mondo. Poi iniziano parlare. DiCaprio chiede a Levine se è preoccupato dalla diminuzione dei prezzi degli immobili.

«Non voglio far diventare Miami Beach la nuova Venice», dice Levine. «Penso che i prezzi degli immobili continueranno ad aumentare». DiCaprio non è d’accordo, dice che ha già abbandonato la sua casa al mare: «Non ci scommetterei».

Levine vuole mostrare a DiCaprio alcuni lavori che la città sta facendo per diminuire l’impatto delle maree, quindi risaliamo sulla Tesla mentre il sindaco viaggia su un SUV nero. DiCaprio sa che nessun sindaco direbbe in pubblico «Vendete i vostri appartamenti, siamo spacciati», ma non condivide il suo ottimismo. «Sai cosa stanno facendo ora?», chiede DiCaprio. «Costruiscono dei palazzoni dove l’ingresso si può allagare, ma il resto della struttura sta all’asciutto e può andare avanti. Ma ha ragione, i prezzi continuano a salire. È incredibile». Ci fermiamo a un incrocio che è stato alzato di un metro per creare una barriera contro il mare. I due fanno una passeggiata, chiacchierando, mentre la gente in giro per il brunch della domenica mattina li fissa e li segue a distanza di sicurezza.

Vuoi chiedermi se mi piacerebbe far crescere dei figli in un mondo così?


Alla fine arriviamo alla spiaggia: il livello del mare arriva alle banchine, rendendo inutili le scalette verso l’oceano. DiCaprio e Levine camminano su una sottile diga e guardano verso la baia dove lo yacht del loro amico Vlad brilla nella luce del mattino. Il sindaco ammette che la città ha bisogno di 400 milioni di dollari per costruire nuove dighe, un sistema di pompe e di alzare le strade. E la cifra non include neanche la sabbia delle Bahamas.

DiCaprio quasi sputa dalla sorpresa. «Le Bahamas?». Il sindaco annuisce e dice che la sabbia della Bahamas costa meno di quella americana.

Durante una pausa nell’intervista, DiCaprio indica un gentiluomo abbronzato che si sistema i suoi fluenti capelli grigi su un balcone in un palazzo vicino. «Guarda quel tizio», dice DiCaprio. «Non ha idea di cosa stia succedendo». Lo guarda affascinato per un attimo e poi scherza. «Probabilmente sa che gli manca poco e non si deve preoccupare». Saluta con aria cupa il sindaco e si siede nel retro della Tesla.

«Le Bahamas, hai sentito?»

La conversazione si sposta su altre nazioni, come il Bangladesh che non ha abbastanza soldi per affrontare l’innalzamento delle acque. «La storia del cambiamento climatico porterà gli stati a usare il potere militare per proteggere le proprie risorse», dice DiCaprio, aspirando dalla sua sigaretta elettronica. «E tutti i miliardi di persone che non hanno fatto nulla di male saranno i primi a soffrirne».

Guardando in alto, il sole prova a passare oltre le nuvole del mattino e illuminare l’interno della Tesla, oltre il tettuccio opaco. Senza riuscirci.

L’immagine di DiCaprio visto come un libertino senza cervello – nata quando girava con un gruppo di ruffiani scherzosamente etichettati
“Pussy Posse” negli anni Novanta – non è molto diversa da quella appioppata ad altri personaggi come Redford e George Clooney (DiCaprio recentemente ha finito la sua relazione con la modella Kelly Rohrbach, stando alle voci che girano; prima di quella, il gossip migliore era quello sulla sua storia con Rihanna). C’è stata qualche avventura scandalosa? Forse, ma DiCaprio era ed è single. C’è stato qualche effetto collaterale particolarmente malato: nel 2005, gli hanno dovuto mettere una dozzina di punti di sutura alla sua faccia da un milione di dollari, dopo un party a Hollywood Hills dove una ex modella l’ha attaccato con un bicchiere rotto.

Ma dietro al gossip, c’è un attore impegnato nel suo ruolo da quando era giovanissimo. DiCaprio è stato educato da un artista underground, suo padre George DiCaprio, un autore e distributore di fumetti. Leo è cresciuto a Los Angeles, ma non la Los Angeles di Hollywood. Da bambino ha visto i tossici sui viali e le prostitute lavorare negli alberghi. Dopo un momento sereno in una scuola progressista vicino alla UCLA, è tornato nel suo quartiere per la junior high school, dove veniva regolarmente picchiato.

«Ero un chiacchierone, e nell’ambiente in cui stavo, era matematico qualcuno mi picchiasse di tanto in tanto», mi dice DiCaprio con un sorriso.

DiCaprio ha trovato rifugio nelle scuole di recitazione e ha iniziato a fare qualche provino, spinto da sua madre, Irmelin, la sua fan numero uno che gli riserva anche alcune critiche (è nota per esprimere spesso pareri riguardo la qualità dei costumi nei suoi film). Ci sono state le prime comparsate, una pubblicità per Matchbox e un anno dove non è riuscito ad ottenere nessuna parte. Così si è chiuso in camera e ha passato dodici mesi a guardare film, consigliato dal padre, sviluppando una passione per titoli come La valle dell’Eden e Un volto nella folla.

Leonardo DiCaprio alla People's Climate March a New York nel 2014. Foto Timothy A. Clary/AFP/Getty Images

Leonardo DiCaprio alla People’s Climate March a New York nel 2014. Foto Timothy A. Clary/AFP/Getty Images

Ha capito che recitare sarebbe stato il suo futuro e ha iniziato a legare con gli altri giovani attori durante i provini, ad esempio con Tobey Maguire. «Mi sono fatto parecchi nuovi amici durante gli anni, ma alcuni me li tengo ormai da 25 anni», dice DiCaprio. «C’è una confidenza naturale con alcuni di loro, che non può essere duplicata e non può essere simulata. Non devi aggiornarli di niente, sanno già tutto».

Prende parte a una sitcom degli anni Novanta, Genitori in blue jeans, con il classico ruolo di un ragazzo testa calda senza casa che viene adottato. Ma cambia tutto quando viene scelto al posto di Maguire e di molti altri per la parte principale dell’adattamento di Voglia di ricominciare di Tobias Wolff, assieme a Robert De Niro. Il padre di DiCaprio aveva portato suo figlio a vedere Prima di mezzanotte di De Niro qualche anno prima e gli aveva detto che se avesse voluto diventare un attore, avrebbe dovuto studiare De Niro. DiCaprio pensava che non l’avrebbero mai preso perché aveva urlato le sue battute, ma a De Niro era piaciuta la sua intensità.

De Niro ha raccomandato poi DiCaprio a Scorsese, e quando l’attore e il regista hanno lavorato assieme per la prima volta, nel 2002 con Gangs of New York, il 26enne DiCaprio è stato mandato in missione per convincere Daniel Day-Lewis a tornare sulle scene, sedendosi con lui su una panchina di Central Park e aspettando che facesse la prima mossa.

DiCaprio è sfuggente riguardo il suo prossimo film, ma è stato coinvolto nel casting di un progetto che parla delle sue idee politiche. Sogna di pubblicare il suo documentario assieme all’uscita home video di The Revenant, e ha già opzionato un libro ancora da scrivere sulla vicenda degli scarichi truccati della Volkswagen. C’è un grande film narrativo da fare sul tema dell’ambiente, insiste DiCaprio, bisogna solo trovare il progetto giusto.

«Non so ancora come farlo, ma mi piacerebbe qualcosa che non sia un’ondata che investe l’Empire State Building», dice.

Stiamo mangiando in un ristorante posh di Miami, e una bambina gironzola vicino a noi, senza nessuna idea che stia fissando uno degli attori più famosi del mondo. DiCaprio si toglie gli occhiali da sole e le regala uno sguardo dolce. Gli chiedo se troverà mai il tempo per costruire una famiglia. Risponde bruscamente, l’unica volta nei nostri due giorni insieme.

«Vuoi chiedermi se mi piacerebbe far crescere dei figli in un mondo così?», dice DiCaprio. «Se succede, succede. Preferirei non parlarne a fondo, solo perché potrei essere frainteso. Ma, sì». Si agita sulla sedia. «Non so. Non so come spiegare quello che penso, verrei frainteso».

Una cosa è chiara: non si ritirerà per incatenarsi davanti a qualche industria chimica. Ha la sua strategia.

«Un mio amico mi ha detto, “Beh, se sei davvero così appassionato al tema dell’ambiente, smetti di recitare”», dice. «Ma poi capisci che una cosa aiuta l’altra, ed essere un artista ti da un punto di partenza». Si ferma e gira il palmo delle mani verso l’alto. «Non necessariamente la gente prende sul serio quello che dico, ma almeno mi ascolta».

Di sera, mentre DiCaprio sta andando a un altro appuntamento sulla sua Tesla, vuole chiarire una cosa. «Questa non è la mia vita», dice DiCaprio, vestito con lo stesso outfit del giorno prima per mantenere continuità nelle riprese. Mi fissa con attenzione. «Non sono seguito da addetti stampa, guardie del corpo, autisti e tutto questo. Non è la mia vita quotidiana. È la mia vita professionale».

Il discorso si sposta su quello che gli piace fare di più: immersioni in location esotiche. Va in Australia, alle Galapagos e in alcuni luoghi dei Caraibi. Anche dover far affidamento sull’ossigeno di Edward Norton non ha scalfito la sua passione.

«È un ecosistema ipnotico, incredibilmente bello che è appena sotto alla superficie del mondo», dice DiCaprio, con una faccia visibilmente rilassata. «Una fuga completa da tutto».

Oggi è una fuga di un altro tipo. DiCaprio sta su una passerella appena fuori un cubo di vetro all’interno del quale c’è un uragano simulato, all’University of Miami. Appena l’acqua si abbatte sul modellino di casa all’interno del cubo, scherza: «Sono stato in un posto così un sacco di tempo per Titanic!». Per 45 minuti, uno scienziato racconta a DiCaprio come il prossimo uragano distruggerà la Florida. DiCaprio fa un tiro dalla sua sigaretta elettronica durante una pausa e si scambia un’occhiata con Stevens, che sembra dire «Provaci tu a mettere un lieto fine a questa storia».

DiCaprio saluta la crew e dà appuntamento a Parigi per la conferenza sul clima. Sa che i conservatori gli faranno notare quanta benzina è stata sprecata da tutti i partecipanti per raggiungere la Francia. «Non è possibile non comportarsi da ipocriti», dice. «Tutta la nostra società è basata sul petrolio. Tutto quello che vedi esiste grazie ai combustibili fossili. Il giorno in cui si potrà viaggiare in modo sostenibile, sarò il primo della fila».

Per DiCaprio, il viaggio è valso la pena. Dopo la firma dell’accordo di Parigi, ha dichiarato, «Questo ci dà una possibilità di salvare il pianeta. Non c’è tempo da perdere. Questo mette fine all’era dei combustibili fossili».

Ma questo succederà tra una settimana. Adesso ha qualche ora da passare con i suoi amici galleristi in centro. Mentre andiamo in città, gli faccio notare che il suo interesse per il riscaldamento globale è a dir poco sentito. «L’ha notato, eh?», dice. «Questo sarà il più grande movimento della storia dell’umanità, e deve coinvolgere ogni religione, ogni nazione, ogni individuo».

Arriviamo a una galleria elegante che non mostra in apparenza il minimo timore per la prossima apocalisse. Le guardie del corpo si mettono di fianco alla macchina. Inizio a salutarlo, ma DiCaprio mi mette la mano sul braccio. «Non preoccuparti, non salto giù della macchina». Continua per un paio di minuti ancora, parlando di un nuovo alleato nella battaglia. «Abbiamo finalmente un Papa che per la prima volta si è allineato con la scienza moderna».

Qualcuno bussa al finestrino. È ora di andare. DiCaprio apre la portiera e il probabile vincitore dell’Oscar come migliore attore è immediatamente agguantato dalla security. Si gira e urla, con un sorriso, «Bella chiacchierata, amico!».

E per un momento, Leonardo DiCaprio sembra un ragazzino senza neanche un pensiero.

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