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Cristiano Caccamo, vietato prendersi sul serio

È uno dei nostri giovani attori più promettenti, va forte in tv e sui social, ha girato il corto di Campari con Matteo Garrone e sogna una serie Netflix

Foto: Francesco Ormando

Cristiano Caccamo ed io non ci siamo bevuti nessun Negroni (c’entra anche Matteo Garrone, poi capirete). Erano le quattro di pomeriggio ed entrambi abbiamo concordato che fosse davvero troppo presto, ma ci siamo presi un caffè (io il caffè, lui il cioccolatino) al bar dell’Hotel Principe di Savoia a Milano. E più che un’intervista, è stata una vera e propria chiacchierata anche un po’ cazzona, come piace a noi. Perché Cristiano si prende zero sul serio, sorride moltissimo e scherza continuamente. Ti sembra di conoscerlo da anni. È arrivato esclamando: «Aiutami a scegliere che foto pubblicare su Instagram», per dire. L’abbiamo selezionata insieme anche al suo agente: «Non è acchiappa-like, ma è figa, molto Rolling». Eccola.

Cristiano è originario di Taurianova, un piccolo paesino della Calabria e a brevissimo compirà 30 anni. In questo momento è in onda con Che Dio ci aiuti 5 nei panni di un cardiochirurgo, ma è amatissimo dal pubblico televisivo anche per Questo è il mio paese, Il paradiso delle signore, Don Matteo e La vita promessa. Ha avuto la sua prima parte da protagonista al cinema in Puoi baciare lo sposo, al fianco di Salvatore Esposito, e ha girato il videoclip Non è detto di Laura Pausini: «Era pieno inverno, stavamo in questo letto in mezzo all’acqua con un freddo pazzesco e Laura è stata super carina, si preoccupava per me: “Portate qualcosa per coprirsi a Cristiano”».

Parlavamo di cocktail perché Cristiano è l’Italian Ambassador di Campari nella comunicazione del progetto Red Diaries 2019 ed è tra i volti del cortometraggio per i 100 anni del Negroni Entering Red, diretto da Matteo Garrone e con l’attrice di Blade Runner 2049 Ana de Armas e Lorenzo Richelmy (trovate Cristiano in versione bartender al minuto 5.45).

Com’è andata?
«Avevo un sacco di ansia da prestazione, mitizzi un po’ quando non conosci le persone. E Garrone, beh insomma, è Garrone… In realtà è la persona più serena di questo mondo, ti sembra di lavorare con un tuo amico da una vita. Non impone gerarchie e ti fa sentire davvero parte di qualcosa».

Quindi il prossimo film lo fai con lui?
(Ride) Fosse ‘a Madonna che mi fa fare Pinocchio.

E con Ana invece come ti sei trovato?
Vabbè è bona (ride). No dai, scherzavamo un sacco, le facevo un po’ di magie mentre aspettavamo di girare, così (prende un cioccolatino e lo fa sparire). Lei rideva tantissimo, perché è una cosa molto italiana, ma non facevo il piacione, giuro, giocavo…

C’è un episodio dal set che ti viene in mente?
Non è divertente se te lo racconto, dovresti vederlo, ma ci provo: Lorenzo Richelmy ed io facevamo delle Stories su Instagram. Andavamo in giro, indicavamo qualcosa e ci sbattevamo il telefono in testa, lo so che detto così non fa ridere ma se lo vedi senti proprio il rumore, è da scemi, ma è esilarante. L’abbiamo fatto a chiunque, ma non ad Ana perché non volevamo che le venisse un bozzo sulla testa… E nemmeno a Garrone, non ce la siamo sentita.

Quanti Negroni tra le riprese e la promozione?
Sul set nessuno, erano finti! Il ghiaccio era di plastica perché non si doveva sciogliere, era chimico al massimo. La sera prima della presentazione del corto invece ne ho bevuti quattro, perché c’erano bartender da tutto il mondo, ognuno proponeva la sua versione e se non li assaggiavi ci rimanevano male.

Ma è vero che sei andato via di casa a 15 anni?
Sì, ma non avevo idea di cosa volevo fare, mi ero solo rotto le palle di stare giù in Calabria, volevo andare a studiare all’estero, ma mio padre mi ha detto di andarci piano. Così mi sono trasferito ad Assisi in un convitto nazionale per 3 anni. Poi a Roma a studiare Lingue all’università, facevo inglese e russo, mi sentivo figo perché tutti gli altri studiavano inglese e spagnolo…

Quindi parli russo?
No no, so come si dice “buongiorno”, “insegnante” ed “esercizio” (ride), In un anno ho imparato questo, oltre all’alfabeto. E poi ho iniziato la scuola teatrale, sempre spinto da papà. Eravamo in macchina verso Trastevere e mi fa: “Ma perché non fai un corso di teatro?”. E io: “Nooo, mi vergogno”.

Tu che ti vergogni risulta un po’ difficile da credere…
Mi vergognavo da morire, sono un timido, mi sentivo stupido e sono stato rimandato in recitazione. Gli esercizi della scuola di teatro sono ridicoli, visti da fuori sembri uno scemo, non mi volevo mettere troppo in discussione, non mi piaceva sentirmi ridicolo prima, invece ora è la mia forza. Poi, lavorando da solo con l’insegnante, ho iniziato a divertirmi, è stato quello il passaggio: me ne sono fregato. Dopo un anno ho provato ad entrare al Centro Sperimentale e ce l’ho fatta.

La prima volta che ti hanno detto “ti abbiamo preso” per una cosa importante?
Quando mi hanno preso al Centro per me è stato importantissimo perché segnava davvero un passaggio. Ero in un centro commerciale in Calabria e la mia ex fidanzata mi ha chiamato in lacrime. Poi la prima fiction, Questo è il mio Paese: ai provini arrivavo sempre lì lì, spesso secondo, perché “sei troppo orientale, troppo bellino”, “il figlio di” non lo potevo fare prima… adesso posso fare il figlio di chiunque (ride). Ai provini c’è spesso la fase “siete rimasti in due”: Michele (Donatelli, nda), il mio agente, è bravo a non farmi venire l’ansia. Anche se quando vedo il suo nome sul telefono c’è sempre un filo di paura, come quando mi chiama la mia ex (ride).

Come vivi la popolarità che dà la tv rispetto al cinema?
Un film al cinema vanno a vederlo 4 milioni di persone se va bene, in tv ti vedono in 6 milioni a puntata, entri nelle case, mangi con le persone e la sensazione per loro è di conoscerti bene. E quando ti incontrano ti salutano come se fossero tuoi amici. E questo succede anche grazie ai social, su Instagram vedono la tua quotidianità, sanno molte cose di te.

Che rapporto hai con i social? Perché il tuo seguito è cresciuto molto ultimamente…
Ci sono da parecchio, ma sì, sono cresciuto velocemente: è una cosa che mi piace, mi diverte, sono molto a mio agio, mi prendo in giro e questo conta tantissimo. Con un mio amico ogni volta che raggiungo un traguardo nuovo di follower, facciamo una gag: a 600 mila sono diventato Superman, a 700 mila pensavo a Gesù però è un po’ blasfemo, devo stare attento (ride).

Con chi sogni di lavorare?
Non ce l’ho un regista preferito, davvero: non ho un genere preferito, una musica preferita, un film preferito. Cerco di evitarlo, spazio su tutto. Vorrei fare una serie Netflix, questo lo dico sempre nelle interviste, si sa mai…

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