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Costantino: «Al Bano non è omofobo, avevo pregiudizi da radical chic. Renga è il coach più paraculo»

Il conduttore di The Voice of Italy racconta a Rolling Stone la nuova avventura e fa un’analisi della sua carriera. Flop compresi.

«Puoi farmi tutte le domande che vuoi». Costantino Della Gherardesca sembra tranquillo anche se nel frullatore di The Voice of Italy, la nuova avventura sul piccolo schermo. Nessuno si aspettava di vederlo al timone di un talent, se non altro perché la musica di quegli show è esattamente quella che detesta. Eppure – nonostante preferirebbe un funerale a Bangkok, piuttosto che un weekend a Sanremo (parole sue apparse sul Foglio) – da giovedì 22 marzo, alle 21:20, sarà su Rai2 tra blind audition, concorrenti dalle ugole spiegate e sogni che si frantumano inesorabilmente contro i giudizi dei coach. Un nuovo step per il conduttore di Pechino Express dall’aplomb infallibile e dall’ironia capace di tagliare carne e ossa.

The Voice of Italy è l’ultimo dei programmi dove mi aspettavo di vederti.
Ho accettato perché me lo ha chiesto il direttore di rete Andrea Fabiano, di cui mi fido molto, anche umanamente. È una persona stranamente carina, buona e positiva per essere uno che lavora nell’ambiente televisivo. Se non me l’avesse chiesto lui non so come sarebbe andata.

È solo questo il motivo?
In futuro voglio misurarmi con programmi in studio come i quiz show. The Voice può essere un ottimo allenamento.

Lo senti più difficile di Pechino Express?
È una sfida perché, forse, è più facile da fare. Qui le vere star sono i coach. Ci saranno la mia ironia e la mia cifra, ma non è come a Pechino Express. Cercherò di seguire l’esempio di Corrado, il mio conduttore di riferimento.

Hai sempre ammesso pubblicamente di detestare un certo tipo di musica pop. I brani che si sentiranno nel talent non credo siano di tuo gradimento…
No, assolutamente, hai perfettamente ragione. A me piace musica come lo straordinario album di Iannis Xenakis dal titolo Persepolis (Karlrecords, ndr). Una specie di performance di musica d’avanguardia che lo Scià di Persia gli commissionò nel 1971. Se in un talent mettessero queste cose rumorose e dissonanti, la gente cambierebbe canale in dieci secondi.

Ma non salvi nulla del pop?
Non mi piace niente di quello che c’è in giro a livello commerciale, ma ci sono certi fenomeni pop che mi conquistano e possono essere accessibili per la tv. Come Donna Summer. Sono pazzo di Donna Summer.

Quindi immagino tu non abbia mai ascoltato le canzoni dei coach Al Bano, Renga e J-Ax…
No, però ho avuto un’enorme sorpresa da parte di Al Bano.

Racconta.
Avevo dei pregiudizi e non bisogna averne. I radical chic come me – o almeno così mi definiscono quando mi insultano – spesso hanno preconcetti verso la gente più popolare come Al Bano. Si è rivelato molto simpatico e con una grande conoscenza della musica e della vita. Mi ha anche regalato una moneta portafortuna che porto appresso. È una persona che, superficialmente, può sembrare pop, ma ne ha viste di cotte e di crude. Ha più energia lui a 75 anni di me che ne ho…scrivi 35!

Però in più di un’occasione è stato additato come omofobo.
Al Bano non è omofobo. Ci metto la mano sul fuoco. Conosco lui e i suoi figli, sono molto aperti mentalmente.

Che mi dici di J-Ax?
È un grande imprenditore e talent scout, autoironico e sveglio. Ai giovani che vogliono sfondare è molto utile avere il suo parere. Se avessi fatto il coach suggerirei solo cose che porterebbero questi poveri cristi all’insuccesso più totale. Ho una visione troppo di nicchia, direi loro di andare a fare delle performance di musica noise con delle tibetane in Nuova Guinea.

Arriviamo a Cristina Scabbia.
Dietro le quinte è la preferita di tutti perché è molto carina. Con i Lacuna Coil ha avuto più successo in America che in Italia. La sua missione è aiutare i ragazzi a prepararsi a una carriera che possa essere globale, non solo confinata all’Italia.

Finiamo con Renga.
È il più paraculo. Un ammaliatore, un seduttore, fa fesse le donne e si fa scegliere dai concorrenti. È il più furbo e, volendo, il più cattivo, anche se riesce a sembrare buono e simpatico. La sua paraculaggine estrema lo rende televisivamente interessante.

Sul Messaggero alla domanda sul programma più brutto che hai condotto, hai risposto Boss in incognito.
Ho detto che era quello che mi divertiva meno, non amo le emozioni in tv. Lì dovevo incontrare business man, farli piangere, mostrare drammi umani. Non li cavalco molto bene: credo sia irrispettoso verso il pubblico.

Però in The Voice ci sono i parenti dei concorrenti e, per forza di cose, devi gestirne le emozioni.
Un paio di volte mi hanno toccato le storie. Quando ho visto nonne accompagnare i nipoti, facendo lunghi viaggi che non riuscivano ad affrontare fisicamente, ecco, lì sono vagamente entrato in empatia. Chiaramente i coach sono molto più empatici di me, è questa la cosa importante. La verità è che anche io sono una persona empatica, ma non lo sbandiero.

Ok. Passiamo al capitolo Secondo Costa
È stato un programma innovativo che, con grande sorpresa, è andato bene. Abbiamo mostrato il volto buono dell’Islam e degli immigrati, un’opinione di minoranza in Italia. Siamo ancora in un paese fortemente razzista.

Molti ti criticano perché sei troppo radical-chic.
Uno deve andare avanti per la propria strada. Se Churcill si fosse piegato alle critiche di qualche giornalista, in questo momento saremmo in un’Europa col governo nazista tedesco.

Anche per Le spose di Costantino ti hanno fatto nero.
Effettivamente quella trasmissione – andata male con gli ascolti – era nuova e difficile, ma aveva una controprogrammazione feroce: c’era tipo Don Matteo o qualcosa del genere.

Non sarà andato male solo per gli avversari sulle altre reti…
C’erano elementi forse un filino troppo poco nazional-popolari e innovativi. Forse era un po’ troppo radical chic, con la prima puntata quasi esclusivamente in inglese e sottotitolata. Quando la gente vede un programma sottotitolato – e questa è proprio una regola della televisione – cambia canale. Detto questo, il prodotto era fortissimo e siamo riusciti a trattare temi molto seri e divulgativi con dell’intrattenimento: l’opposizione politica al presidente Museveni in Uganda, la situazione degli omosessuali ugandesi e giamaicani, i problemi sociali in Giamaica e Ghana dove smaltiscono i rifiuti che arrivano da noi e dai cinesi. Cose che, normalmente, nella televisione italiana non vengono raccontate.

Perché secondo te?
Da noi la televisione tende a essere troppo autarchica. Questo non va bene in un’economia globale. Bisognerebbe raccontare il mondo, mentre nella nostra tv si tende a raccontare sempre e solo l’Italia. Le spose di Costantino mostrava temi che vengono generalmente affrontati su Al Jazeera.

Sapendo queste cose, perché portare avanti il progetto?
Se uno deve continuamente pensare di non fare cose interessanti perché la gente altrimenti cambia canale, allora si produrrebbe solo robaccia. Credo che, soprattutto in Rai, ci sia il dovere di sperimentare e fare programmi di intrattenimento, ma che abbiano contenuto, così come fanno nelle migliori televisioni in tutto il mondo.

Passiamo a Pechino Express. Chi vorresti avere per la prossima edizione?
Francesca Dellera. Non si vede in televisione da anni. È divina.

L’anno scorso si vociferava sarebbe sbarcata all’Isola dei famosi, ma credo si trattasse di una fake news.
Non vuole fare nulla in tv. Non è mondana ed è molto riservata.

Vorresti solo la Dellera?
Ho sempre ammesso che mi sarebbe piaciuta Daria Bignardi, ma dice che non ce la fa fisicamente.

Su TV Sorrisi e Canzoni il tuo talent scout Chiambretti ha ammesso che sarebbe contento di un ritorno di fiamma e che ti vedeva come un figlio.
Anche io adorerei. Il problema è che io sono Rai e lui Mediaset. Non vedo Piero da tanti anni, ma sarei felice di fare qualcosa con lui. Sarebbe una soddisfazione dal punto di vista personale perché provo ancora molto affetto nei suoi confronti.

Lui è convinto che con il successo tu l’abbia disconosciuto.
Non è vero. Sarebbe divertente ritrovarsi.

Sanremo lo condurresti?
Secondo te, io, se accettassi di fare Sanremo, perché lo farei?

Potresti rivoluzionarlo…
Se mi facessero direttore artistico lo farei. Sinceramente è una cosa che uno fa per soldi, considerando lo stress. Sanremo è un evento televisivo, non dovrebbe cambiare più di tanto. Lo vedrei più simile all’Eurofestival, potrebbero esserci cose più spiritose tipo Dana International (la cantante israeliana vincitrice dell’ESC 1998 con Diva, ndr). Apprezzerei un festival con dei freak allo stile di John Waters.

Un format che vorresti portare in Italia?
Vorrei sperimentare dating show come Uomini e donne, che per quanto mi riguarda è il programma meglio riuscito della De Filippi.

Ah sì?
C’è Tina Cipollari che adoro. È una persona di rara simpatia.

Passiamo al programma di viaggi Safar in onda su Radio2.
Mi permette di seguire l’apertura verso il mondo. Abbiamo avuto ospite una ragazza andata in Tunisia per amore. Ha spiegato quanto non siano veri i pregiudizi che gli italiani hanno verso i musulmani. Lei da donna, in Tunisia, si è sempre sentita tutelata.

Da cosa derivano questi pregiudizi allora?
Molti giornalisti e politici cavalcano la paura per ottenere consensi.

Ti senti un’icona gay?
Non ho sufficiente talento per definirmi icona gay come Judy Garland, Donna Summer e Mina. Però ho sempre portato avanti le battaglie dei diritti civili, spesso ricevendo insulti e minacce online.

A proposito di odio. Hai iniziato come enfant prodige della tv. Ora una parte della stampa ti ama e un’altra che non ti digerisce.
Non sono tanto i giornalisti, magari dei blogger. Forse sì, anche qualche giornalista di una particolare destra xenofoba o vicini a partiti populisti dai quali mi aspetto di avere critiche. Anche perché adesso sono una donna d’opposizione. Sono più che mai una minoranza e di questa cosa, in un certo senso, ne sono fiero.

Dopo The Voice?
Rimarrò in Rai, quasi sicuramente rifarò Pechino Express e mi vorrei cimentare con l’infotainment.

L’infotainment non è semplice.
Cavalcare l’attualità è sempre interessante, scalda gli animi e fa arrabbiare i giornalisti. E nulla è più nobile che essere odiato dal popolo.

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