Cosimo Alemà: «La vera sperimentazione video si fa con il rap» | Rolling Stone Italia
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Cosimo Alemà: «La vera sperimentazione video si fa col rap»

Abbiamo intervistato il regista in occasione del Cortinametraggio, di cui è direttore artistico della neonata sezione videoclip. Dovevamo parlare principalmente di video e filmmaking, ma siamo finiti a chiacchierare soprattutto di rap

Foto Vittorio Zunino Celotto / Getty

ROME, ITALY - NOVEMBER 11: (EDITORS NOTE: This image was processed using digital filters) Director Cosimo Alema poses for a portrait during the 8th Rome Film Festival at the Auditorium Parco Della Musica on November 11, 2013 in Rome, Italy. (Photo by Vittorio Zunino Celotto/Getty Images)

Cosimo Alemà è un regista che lavora nel mondo dei video musicali da più di vent’anni. Sicuramente avrete visto la maggior parte dei suoi videoclip, che includono collaborazioni con artisti come Mina, Tiziano Ferro, J-Ax, Ligabue, Fabri Fibra, Marracash, Fedez, Gianna Nannini, Club Dogo, Zero Assoluto, Max Pezzali, i Tiromancino – la lista è molto lunga, quindi ci fermeremo qui.

Nel corso degli anni, Cosimo Alemà ha prodotto anche tre lungometraggi: un horror intitolato At the End of the Day – Un giorno senza fine (2011), La Santa (2013), selezionato fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma, e Zeta (2016), ambientato nel mondo dell’hip hop, che vede la partecipazione come guest star di molti rapper italiani.

Noi lo abbiamo incontrato in occasione della sua partecipazione al Cortinametraggio, in veste di direttore artistico della neonata sezione videoclip. Il festival, che ha inaugurato ieri nella perla delle Dolomiti e proseguirà fino al 26 marzo, quest’anno ha un occhio di riguardo per la musica underground, con video di nuovi esponenti della scena musicale italiana come Ghali, Rkomi, Tedua, i Gomma, Lo Straniero, Marti.

In concorso, con video recenti, anche artisti ormai affermati come i Tre Allegri Ragazzi Morti, Brunori Sas, Calcutta e Mannarino. Il programma completo del festival lo trovate qui. Dovevamo parlare prevalentemente di video e così è stato, anche se tecnicamente l’intervista è un excursus tra i migliori video rap italiani. Eccola.

Quali sono secondo te i videoclip italiani più belli degli ultimi anni? Puoi anche includerne qualcuno di tuo, non essere umile.
Beh, escludendo i miei è molto difficile fare un elenco… [ride]. È raro che un video del panorama italiano mi rimanga particolarmente impresso. Trovo siano più interessanti i trend, l’evoluzione del linguaggio. Negli ultimi anni è nata una nuova generazione di filmmaker, tutti molto giovani, che ha imparato a usare la tecnologia – ora alla portata di tutti – in maniera molto interessante. Pur avendo risorse economiche limitatissime, stanno provando a ridisegnare le coordinate dell’universo urbano. Naturalmente mi riferisco al mondo dell’hip hop, dove alcuni nuovi artisti stanno cercando di liberarsi dal semplice scimmiottamento degli stilemi americani. Penso al lavoro di artisti come Ghali, Tedua, gente che sta cambiando le cose.

Il regista dei video di Ghali è giovanissimo, avrà poco più di vent’anni.
Si, Federico Merlo. Ma ci sono anche Martina Pastori, Alexander Roman, quasi tutti registi under 25.

Quali sono invece, secondo te, i video stranieri più belli degli ultimi anni?
Se guardiamo all’estero, la prospettiva cambia completamente. Ci sono altri talenti, un altro rapporto… il mondo italiano è inflazionato, soffre di una sindrome un po’ italiana, la sindrome di mostrare sempre il cantante che canta in playback e cose del genere. Quindi, nonostante alcuni dispongano di budget interessanti, non si riesce ancora a uscire da questa logica. All’estero il rapporto con il video è completamente diverso, c’è più libertà d’espressione, si è meno legati a retaggi classici. Per rispondere alla tua domanda, però, sarò costretto a ripetermi: le cose più interessanti vengono dal mondo dell’hip hop.

Concordo. Qualche tempo fa ho scritto un articolo sul rapporto tra rap e arte contemporanea (lo trovate qui), sull’influenza che molti artisti visivi contemporanei hanno esercitato sulla produzione video di musicisti come Drake, Kanye West e così via.
Esatto, nella musica sta avvenendo la stessa cosa. La sperimentazione vera si fa nei territori del rap e dell’R’n’B. Se pensi che io vengo da un background completamente diverso, poi… Anche i prodotti più commerciali, come The Weeknd e Frank Ocean, sono l’espressione più innovativa della musica contemporanea, con questo approccio quasi dark. Si muovono su territori nuovi, penso a False Alarm di The Weeknd, un video che mi ha colpito molto.

Qual è invece, tra i tuoi video, quello che preferisci?
Beh, non è facile, ne ho realizzati quasi 600 in poco meno di vent’anni. Me ne vengono in mente tanti, ma provo a dirne solo tre, prodotti a cui sono molto affezionato. Il primo è molto vecchio, Luna dei Verdena. Il secondo è In Italia di Fabri Fibra, il pezzo con Gianna Nannini. È un video che si muove su una linea collaudata, un po’ documentaristica, ma siamo riusciti a raccontare qualcosa di vero. Con Fabri ho costruito un percorso che va ancora avanti, abbiamo fatto più di 25 video insieme. Il terzo invece è più recente, anche se non è proprio un video ma una serie. Si tratta del lavoro che ho fatto con i Casino Royale: Home Video, Io e la mia ombra, Ogni uomo è una radio, il lavoro che abbiamo fatto su quell’album è stato bellissimo, la Universal ci ha lasciato una libertà incredibile che ci ha permesso di fare cose particolari, a budget bassissimo, ma che mi piacciono ancora molto.

Hai mai diretto video di brani che non ti piacevano? Magari ti sei trovato a guardare il montato e a dire «Bello, peccato per la musica».
Questa è una cosa che mi succede molto spesso. Non ti farò nessun esempio [ride], ma non è per niente raro… Anche perché io sono un musicista, un consumatore seriale di musica da quando ho 12 anni, diciamo che a mio modo sono un esperto. Ho dei gusti molto precisi e radicati, quindi sono poche le cose che mi piacciono davvero, figurati nel panorama italiano. Certo, ci sono tanti prodotti che hanno grande dignità, ma magari non sono nelle mie corde. Altri invece mi divertono molto, come la maggior parte dell’hip hop. L’unico di cui sono veramente fan è Fabri Fibra. Quella sensazione mi capita spesso di fronte ai nuovi artisti pop, che si portano dietro questa concezione molto antica. Lavorare a queste cose, però, non è faticoso, la prendo come una sfida. Magari il video può tirarli su, è comunque interessante!

Nel 2016 hai diretto Zeta, un lungometraggio ambientato nel mondo dell’hip hop. Come è nata l’idea alla base del film?
Prima di lavorare a Zeta, avevo avuto delle esperienze cinematografiche molto lontane dalla musica. Riflettevo da molto tempo sulla possibilità di coniugare il mio lavoro di regista musicale con il cinema. Parlare dell’hip hop è stato un passo naturale, me ne occupo da tantissimi anni. Ho sentito la necessità di fare un film quando ho capito l’importanza del fenomeno nel nostro paese: l’importanza del rap per i giovani. Ho guardato dentro questo movimento, pensando a cose che mi ricordavano la mia giovinezza, anche se con coordinate culturali completamente diverse. Il film è un modo per raccontare quella sensazione che senti da adolescente quando scopri la passione, l’amore, la curiosità per la musica. Fare un film su questo, oggi, significa parlare del rap. Poi non dimentichiamo che avevo la possibilità di coinvolgere tanti artisti con cui avevo già lavorato, una cosa impossibile da ignorare.

Quanto è stato difficile trovare un rapper che sapesse recitare?
[ride] Non è stato facile trovare il rapper giusto, avevo bisogno di alcune caratteristiche molto precise: doveva saper recitare, essere sconosciuto ma riconoscibile, avere l’età giusta, un viso interessante e, soprattutto, una storia personale vicina a quella della sceneggiatura del film. Sai, tanti rapper vengono da famiglie borghesi, io avevo bisogno di qualcuno con una storia aderente a quella che volevo raccontare nel film. Ho trovato Izi dopo aver parlato con quasi 160 ragazzi. Appena l’ho incontrato, ho capito che era il mio protagonista: la sua storia personale era praticamente identica alla sceneggiatura del film, tanto che abbiamo finito per mescolare le due cose insieme. Abbiamo fatto sì che la sua storia influenzasse la sceneggiatura.

Secondo te quali sono i rapper italiani del momento?
Mi sembra che oggi il più interessante in assoluto sia Ghali. Sia per la proposta musicale che per l’approccio all’industria. Tutto quello che fa nei video, le copertine dei dischi, le strategie di marketing… la sua mancanza di fretta, la necessità di autogestione totale. Si tratta di un approccio molto interessante, aspetto l’uscita del suo prossimo disco come un ragazzino! Mi piacciono anche molti artisti trap, come Izi, tutta questa generazione di ragazzi molto giovani. Seguo anche alcuni produttori, come Charlie Charles – c’è davvero tanto fermento nei giovanissimi. Se penso ai grandi, invece, faccio fatica: alcuni cercano di cavalcare queste sonorità e il risultato è un po’ straniante… Secondo me Fabri Fibra rimane l’artista a 360°, il comunicatore più solido, interessante, completo, con delle cose da dire. Ho davvero un grande amore per Fabri e per le sue canzoni.

L’altro giorno è venuto in redazione Laïoung e ci ha cantato live dei pezzi del suo album in uscita a maggio. Bravissimo, anche live in versione acustica.
Lo conosco, mi piace tantissimo. Il suo nuovo video, fatto con la sua #THERRRMOB, è fantastico.

Quanto è difficile da uno a dieci fare il regista in Italia?
Dipende da quello che vuoi girare. Certo, è sempre difficile, ma le strade della regia, inclusa quella pubblicitaria, sono molteplici. Io ormai sono un po’ vecchio per questo lavoro, quindi mi sto dedicando più al cinema. Posso dire che cinema e televisione sono mondi davvero difficili in cui destreggiarsi, perché il talento e la competenza non bastano più, devi saper affrontare lobby molto potenti, molto influenti. Non è una questione che ha a che fare solo con determinazione e talento, ma anche col lavorare costantemente a livello diplomatico, politico. È tutto molto complicato, ma i giovani possono comunque immaginarsi una strada nel mondo del filmmaking. Oggi è molto più facile rispetto ai miei tempi – io sono del 1970, all’epoca girare era difficile, si faceva tutto su pellicola, non c’erano i computer con cui montare. Anche se riuscivi a fare delle cose, non sapevi come diffonderle, a chi farle vedere. Oggi il crollo delle barriere tecnologiche ha reso tutto più semplice – una situazione incoraggiante.

Che consiglio daresti a un ragazzo che vorrebbe fare il regista in Italia?
Di non perdere tempo con lo studio e iniziare subito a fare delle cose. L’attrezzatura non è importante, bisogna cercare da subito la propria visione. Prendete delle canzoni, fate dei video, dei cortometraggi. Mettetevi subito all’opera e siate sempre in movimento. E, soprattutto, trovate persone con cui condividere il cammino. Questo non è un lavoro che si può fare in solitaria, è un lavoro di squadra, quindi è importantissimo andare avanti da subito in gruppo, non da soli.

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