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‘Parasite’, Bong Joon-ho svela i segreti del film dell’anno

Le scale come metafora della lotta di classe, la corsa all'Oscar e le discussioni con il marketing sul titolo: "Chi sono i parassiti nel film? Lasciate che ogni spettatore si faccia un’idea sua", spiega nell'intervista il maestro sudcoreano

“Chi ha diretto Rififi? Era Jules Dassin, vero? Ha vinto, è un film bellissimo.”

Nell’ultima mezz’ora, Bong Joon-ho si è rivolto al suo traduttore per chiedere aiuto con le risposte; se si tratta di parlare del proprio lavoro, al maestro sudcoreano piace dare risposte ponderate e precise alle domande. E certamente si sente più a suo agio a farlo nella sua lingua madre. Quando parliamo di film di altri, però, risponde subito eccitato, in inglese. Mi ha lasciato a malapena finire di chiedergli quali opere abbiano influenzato Parasite, prima di iniziare a sparare titoli. È come guardare un professore universitario di 50 anni trasformarsi in un batter d’occhio in un giovane studente entusiasta.

Mentre iniziava la produzione del suo settimo lungometraggio, Bong ha fatto un gioco con i suoi assistenti alla regia: ditemi qual è la vostra “scena sulle scale” preferita e potreste finire nei credit del lungometraggio. L’heist movie di Dassin, racconta, ha vinto il primo premio. Il servo di Joseph Losey, studio di un personaggio su classe e identità negli anni Sessanta, è arrivato secondo per poco; diversi film di Hitchcock sono stati dei contendenti agguerriti. “C’è la scala in Psycho, nella casa di Norman Bates, dove Martin Balsam sale…” – il regista ora è in piedi e sta imitando l’attore che sale prima di fingere di cadere all’indietro. Quindi inizia a comportarsi come se stesse trasportando un vassoio. “E quel film di Cary Grant, in cui lui porta un bicchiere di latte su una scala a chiocciola? Notorious! Incredibile”. Il traduttore fissa Bong con gli occhi leggermente spalancati. E lui sfodera un sorriso da un orecchio all’altro.

Bong e i suoi collaboratori parlavano costantemente di Parasite come di un “film di scale” durante le riprese, e l’idea che queste strutture architettoniche possano essere usate per salire o scendere, per far incontrare le persone o tenerle separate, gioca parecchio nel suo dramma sulla lotta di classe. C’è una breve rampa di scale che conduce nell’appartamento angusto dove abita la famiglia Kim, un seminterrato con una finestra che si affaccia su un vicolo sporco in cui gli ubriachi vanno a pisciare. Il padre, Ki-taek (volto storico di Bong, Song Kang Ho), riesce a malapena a stare a galla economicamente; la moglie Chung-sook (Chang Hyae Jin), ex campionessa olimpionica di lancio del peso, e i loro figli adolescenti, Ki-woo (Choi Woo Shik) e Ki-jung (Park So Dam), aiutano a pagare l’affitto piegando scatole per pizza d’asporto. Come molte persone, arrivano a stento a fine mese.

Poi Ki-woo viene a sapere che un famiglia ricca cerca un tutor di inglese per la figlia. La sorella gli falsifica un diploma universitario, lui finge di sapere cosa sta facendo, e voilà! Il ragazzo ottiene il lavoro. Si ritrova improvvisamente a passare molto tempo all’interno della villa modernissima di proprietà del milionario Park Dong-ik (Lee Sun Kyun) e di sua moglie Yeon-kyo (Cho Yeo Jeong). Quella casa ha anche una scala che conduce da un ampio soggiorno con enormi vetrate alle camere da letto al secondo piano (Bong ha chiesto apposta allo scenografo di mettere su un lato delle scale una lastra di vetro, in modo da poter “filmare le persone che salgono, cosa che di solito non si vede”. Si è ispirato, dice, a quella che si vede della casa dell’Uomo nell’ombra di Roman Polanski).

Quando la signora Park afferma che il precoce figlio preadolescente ha bisogno di un insegnante di arte privato, Ki-woo annuncia che conosce la persona giusta per il lavoro. Una volta che riesce a spacciare Ki-jung per una studentessa di pittura, introducendo clandestinamente sua sorella in casa, è solo questione di tempo prima che anche i loro genitori si uniscano alla festa. Grazie ad alcuni sporchi trucchetti ben calibrati, i Park si ritrovano con una nuova governante e un nuovo autista. Poi la famiglia ricca va in vacanza. I Kim praticamente si trasferiscono a casa loro, sfruttando tutti i vantaggi di cui godono i datori di lavoro. Hanno ufficialmente ‘rimpiazzato’ le loro controparti aristocratiche.

C’è anche una terza scala che ha un ruolo nella narrativa di Parasite – è nascosta dietro un muro e cela un segreto. Ed è proprio questo che a metà film devia tutto in un panorama completamente diverso, e trasforma quella che era un’astuta satira sull’ascesa sociale a qualsiasi costo in qualcosa di molto più interessante, e molto più pericoloso. È probabile che le implicazioni dietro questa straordinaria svolta siano state il motivo delle controversie quando il lungometraggio è uscito nel Paese di origine del suo creatore.

E non è nemmeno assurdo pensare che il modo in cui Bong sincronizza alla perfezione queste due parti sia ciò che ha aiutato Parasite a diventare il primo film sudcoreano a vincere la Palma d’oro a Cannes e l’ha immediatamente trasformato in uno dei titoli dalla critica USA. I pronostici lo danno come un sicuro favorito per l’Oscar al miglior film in lingua straniera, e qualcuno è convinto che possa anche aspirare alla nomination come Best Picture. Molte persone credono che questa parabola divertente, scioccante e sovversiva del sabotaggio della guerra di classe sia uno dei migliori film degli ultimi 10 anni. Altri pensano che sia semplicemente l’ultimo capolavoro di una delle filmografie più esilaranti e imprevedibili del cinema mondiale contemporaneo.

Chiedi a Bong Joon-ho quale sia stata esattamente la genesi di questo progetto, e scherzosamente dice che può restringerla a tre momenti. In parte nasce da una sua esperienza personale: “Ho lavorato come tutor per una famiglia molto ricca al college”, dice, e ricorda ancora vividamente come si sentiva fuori posto ogni volta che entrava nella lussuosa casa del suo compagno di studi. “Sono stato licenziato dopo due mesi, ma ho sempre avuto la sensazione di infiltrarmi segretamente nella vita di uno sconosciuto”.

La seconda fonte di ispirazione è arrivata sei anni fa, quando era impegnato nella pre produzione di Snowpiercer, l’adattamento della graphic novel francese Le Transperceneige. Dato che il film è ambientato su un treno, microcosmo di società umana diviso in classi, Bong aveva già il tema in testa: “Volevo continuare a esplorare la questione”, afferma. “Ma dovevo fare una pausa dai grandi film di genere e da Hollywood” – la sua esperienza con Harvey Weinstein riguardo al montaggio finale di quel lungometraggio è già stata ampiamente raccontata – “e concentrarmi su una storia più realistica ambientata in Corea”. E, anche se poi l’eco-fantasy Okja ha finito per diventare il suo progetto successivo, aveva in programma di dedicarsi a qualcosa di più vero.

L’ultima parte coincide con la seconda, dice il regista, perché stava anche pensando di fare una pièce. “Volevo trovare qualcosa di adatto per il teatro, sì”, afferma Bong. “Visto che lo spazio su un palco è limitato, ho iniziato a pensare a qualcosa che avrebbe funzionato con una o due location. Ho avuto l’idea di una storia che si sarebbe sviluppata in due case, una ricca e una povera”.

Bong ha iniziato ad annotare scena dopo scena nel 2013, e da subito ha iniziato a pensare agli angoli e ai tagli della camera mentre scriveva gli scambi tra i personaggi. Presto il suo script si è trasformato in una sceneggiatura cinematografica, che ha cominciato piano piano a condividere con la crew. “Quando ho spiegato la storia al mio produttore e al direttore della fotografia, ho detto loro: è una sorta di invasione della casa, un infiltrato alla volta”, ricorda. “Il figlio porta dentro la figlia, poi il padre come autista, la madre come governante. Ecco come si sviluppa il piano. ‘Non è divertente?!’. Ma era solo la prima ora. Quando raccontavo la storia, finiva sempre lì”.

Quando però Okja ha iniziato a catturare maggiormente la sua attenzione, Bong ha messo da parte la sceneggiatura di Parasite; l’intenzione era quella di tornarci sopra e vedere cosa sarebbe successo dopo. Aveva diverse versioni della seconda metà della storia, ma quando si è seduto di nuovo al computer per finirla, nell’autunno del 2017, ha trascorso quasi quattro mesi a lasciare che le idee uscissero liberamente. La parte finale non è arrivata fino agli ultimi due mesi di scrittura, ammette Bong, parzialmente ispirato dalle voci che aveva sentito parlare di case con panic room segrete e nascondigli. “Ci sono persone che hanno bunker per evitare gli squali che vengono a riscuotere i debiti o per prepararsi alla guerra con la Corea del Nord”, osserva. “Pare che gli agenti immobiliari li usino come punti di forza degli edifici ora. Penso che li abbiate anche negli Stati Uniti, giusto? Per potenziali situazioni alla Cloverfield?”.

In effetti, una volta che la seconda parte rivela ciò che si nasconde in fondo a quella terza scala, Parasite si trasforma in un film completamente diverso – o meglio, in una delle numerose opere di Bong dedicate ai conflitti familiari. Parte dell’ondata di cineasti sudcoreani che hanno iniziato a farsi un nome alla fine degli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, ha raggiunto una popolarità sbalorditiva in patria e all’estero soprattutto (ma non esclusivamente) grazie alla sua capacità di usare generi riconoscibili per approfondire problemi sociali: procedurali su serial killer (Memories of Murder), monster movies kaiju (The Host), murder mystery incentrati su detective (Mother), sci-fi distopici (Snowpiercer), avventure fantasy (Okja). Parasite, d’altra parte, tocca praticamente tutti i generi, dal melodramma familiare allo slasher. È una storia realistica ambientata in Corea – secondo l’intento originale di Bong – ma la capacità del film di cambiare tono in un attimo fa in modo che lo spettatore non sia mai sicuro di cosa succederà dopo.

“Sì, non ero certo di quello che sarebbe accaduto nemmeno quando lo stavo scrivendo!”, esclama Bong con una risata. “Non ho diviso la sceneggiatura in sequenze per gli attori: questa è la sezione horror, questa è la parte di commedia e così via. Inoltre, da schedule, giravamo tutto in momenti diversi, quindi qual è il senso? Per me, il cuore della storia sono sempre stati questi personaggi – che non sono mostri ma gente che vedresti per strada, i tuoi amici e i tuoi vicini. E quando mantieni quel nucleo, anche se il film cambia mood e stile – dalla commedia nera al caper movie all’horror – è grazie ai personaggi che ti sembra ancora che tutto faccia parte di un’unità coerente. La mia direzione per il cast è stata: la trama sei tu. Sto semplicemente registrando il comportamento umano”.

Ammette anche che Parasite sia una leggera deviazione dalle sue opere più facilmente classificabili, spiegando che, quando ha iniziato a parlare del titolo, c’era parecchia confusione – “C’è chi ha pensato che fosse una roba sci-fi alla Invasione degli ultracorpi!”. In effetti le domande sul titolo del film sono emerse in molti Q&A post-screening con il regista negli ultimi mesi, con qualcuno che inevitabilmente si chiedeva: chi sono esattamente i parassiti nel film?

“È la stessa domanda che mi ha fatto il team marketing”, dice Bong. “Erano preoccupati che parte del pubblico sarebbe stata a disagio con quello che suggerivamo. ‘Ci hanno chiesto: insomma, state davvero dicendo che tutti i membri della classe operaia sono parassiti?!?!’. C’era anche preoccupazione su una frase detta da Mr. Park, quando parla dell’odore particolare di chi usa la metropolitana: “Mi hanno detto che la maggior parte del pubblico sarebbe tornata a casa dal cinema proprio in metropolitana. ‘Offenderai quasi tutto il pubblico!’, dicevano. Io ho risposto: ‘Beh, ovviamente i ricchi sono parassiti, perché sfruttano il lavoro… non guidano o fanno niente da soli’”, continua Bong. “Ho anche spiegato che possono guardare l’altra famiglia e pensare a come si integrano nel nucleo familiare, quindi… Risponderò a questa domanda se dovesse arrivare durante un incontro con il pubblico, ma ho spiegato al marketing che non cercherò di definire il significato che avrà il titolo per il pubblico. Lasciate che ognuno si faccia un’idea sua”.

Ma il maestro Bong pensa davvero che le differenze di classe si possano colmare – così come l’abisso che separa i ricchi dai poveri? Di fronte alla domanda, il regista sorride. “Credo di aver risposto con l’ultima scena del film. Volevo essere onesto. Oggi abbiamo tutti paura”.

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