‘Belle’, il lato positivo della tecnologia nella favola digitale di Mamoru Hosoda | Rolling Stone Italia

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‘Belle’, il lato positivo della tecnologia nella favola digitale di Mamoru Hosoda

Per molti è l'anti-Miyazaki. In realtà il regista giapponese (candidato all'Oscar per 'Mirai') rappresenta un'idea di animazione personalissima e contemporanea, che culmina in questo film visivamente incredibile. L'abbiamo incontrato ad Alice nella Città

«Vorrei che Internet fosse visto come qualcosa di positivo, perché è uno degli elementi della nostra quotidianità da cui non possiamo fuggire. Pensate alle nuove generazioni, non potranno vivere senza utilizzare questo mezzo così potente».

Nel Black Mirror perenne del cinema contemporaneo, dove a tecnologia non può che corrispondere distopia (pardon), Mamoru Hosoda è probabilmente l’unico autore al mondo a cercarne spesso il silver lining. Prima con Digimon nel 1999, poi nel 2009 con Summer Wars (il primo film geek per famiglie quando i social network stavano ancora emergendo) e ora con Belle, dai 14 minuti di applausi a Cannes ad Alice nella città (il film uscirà il 20 gennaio con Anime Factory, etichetta di Koch Media, in collaborazione con I Wonder Pictures). Breve digressione nel caso in cui non sapeste chi è Hosoda (pazzi). Nel 2001 avrebbe dovuto dirigere (attenzione: dirigere, non co-sceneggiare ecc.) Il castello errante di Howl per lo Studio Ghibli. Le cose però sono andate diversamente, ovvio, causa non meglio definite “differenze creative”. Che però devono essere state particolarmente inconciliabili se l’autore giapponese, oggi 54enne, ha poi basato la sua carriera su una visione personalissima e parallela a quella imperante nell’animazione giapponese (leggi Hayao Miyazaki), che l’ha portato fino alla candidatura all’Oscar nel 2019 per il bellissimo Mirai. Al punto che per molti Hosoda è una alternativa, certamente la più differente (anche per una questione di generazione) potente e popolare, alla “versione di Miyazaki”.

Col tempo poi ha fondato lo Studio Chizu, che significa “mappa”, perché «l’animazione è un mondo in parte inesplorato, non ha ancora coperto tutti gli aspetti della vita» (e da qui l’invito a registi e produttori, accolto durante la masterclass a Roma da applausi su applausi, a «non perdere tempo con i live action»). Belle è il suo settimo lungometraggio: un mix tra un take digitale (e visivamente incredibile, con musiche e sequenze canore spettacolari) sulla Bella e la Bestia e un romanzo di formazione raccontato da una prospettiva praticamente inedita. Suzu è una liceale di 17 anni che ha perso la madre da piccola e che, chiudendosi in se stessa, si è allontanata dal padre e dalla sua passione: cantare. A liberarla dalle paure sarà la scoperta di [U], un mondo virtuale dove diventa Belle, un avatar di fama mondiale adorato per la sua voce straordinaria (ma anche criticato, perché – giustamente – c’è pure l’altro lato della medaglia), e dove incontra anche un drago misterioso di cui deciderà di scoprire i segreti.

«È capitato a tutti noi di avere un compagno di classe che sta nell’angolo della stanza, come un’ombra. E che magari superficialmente riteniamo timido, senza particolari doti o contributi da dare alla classe o alla società», mi spiega Hosoda mentre prova gentilmente (e riesce dopo vari tentativi) a cacciare una mosca che mi si è posata sul polso e non ha intenzione di andarsene. «Ma in questo caso Internet, attraverso un altro tipo di realtà, potrebbe dare una possibilità di crescere, di far emergere lati di una persona. Ed è questo che dobbiamo pensare: non solo la rete come una realtà parallela. Tutti noi abbiamo diverse sfaccettature: non dobbiamo giudicare in maniera facile e dare a tutti la possibilità di emergere». Di nuovo, la tecnologia come strumento per l’empowerment (qui al femminile), una forza per il bene.

In passato tra l’altro Hosoda aveva dichiarato di non condividere il cliché della caratterizzazione sempre idealizzata e un po’ stereotipata dei personaggi femminili (leggi Miyazaki, again). E certamente le sue protagoniste sono imperfette, reali, autentiche. In una parola: contemporanee. «In questo caso mi sono rifatto alla fiaba francese La belle et la bête, pubblicata nel XVIII secolo. Lei però era ritenuta bella secondo i canoni di quel periodo. Traslando tutto nel mondo attuale bisognava capire cosa fosse la bellezza in una ragazza di oggi. E anche Suzu, che è molto introversa, acquisisce un nuovo canone, con un graffio sulla faccia, fradicia sotto la pioggia, perché in quel contesto protegge determinati valori. Questo è cercare di riscoprire cos’è la bellezza secondo nuovi paradigmi. Ecco in che modo l’idea della mia eroina è diversa».

Spesso Hosoda nelle sue opere si è ispirato a esperienze molto personali (La ragazza che saltava nel tempo, ad esempio, testimoniava il suo stato d’animo in quel momento; in Summer Wars e The Wolf Children – Ame e Yuki i bambini lupo invece ha reso omaggio alla madre che lo ha cresciuto da solo). E questo vale anche nel caso di Belle, che in qualche modo ha a che fare la figlia piccola e il suo futuro: «Al momento ha solo 5 anni e ovviamente è molto più giovane del personaggio. Ma, inevitabilmente, da genitore mi preoccupo: deve ancora crescere in questa società tanto influenzata dal web dagli stimoli e da una quantità di informazioni. Lei a casa è una principessa, ma fuori è molto timida, come potrà affrontare tutto questo? La norma sarà vivere in due mondi, ed entrambi corrisponderanno alla realtà per i giovani. Internet giocherà sempre più un ruolo fondamentale per permettere loro di alzare la voce e lanciarsi nel mondo».