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Beatrice Grannò, momento perfetto

Da ‘DOC – Nelle tue mani’ a ‘ZERO’, passando per cinema d’autore e, adesso, un thriller ‘americano’. È uno dei volti su cui cinema e tv italiani puntano di più, ma intanto lei pensa anche alla musica. Perché c’è posto per tutti. Ma lei lo merita di più

Beatrice Grannò

Foto: Francesco Guarnieri. Total look: Diesel. MUA: Raffaele Schioppo per Simone Belli. Hair: Daniele Esposito

L’immagine è questa qui: Beatrice balla un sirtaki scalza, sull’erba fina, calda di sole, nel film Tornare di Cristina Comencini. Ha una presenza scenica scanzonata che mi ricorda Anna Karina agli esordi con Godard, e il fascino melanconico di un mimo, di una jazzista anni Trenta, del Pierrot innamorato che guarda la luna. Ha pure quel raro tipo di sensualità non esibita, non di una Lolita moderna ma di una giovane donna con la testa altrove, quelle da “un penny per i tuoi pensieri”. È il 2019 quando, appunto in Tornare, si gioca un ruolo da co-protagonista insieme a Giovanna Mezzogiorno, e resto incantata.

Ha 28 anni e rimane più defilata di molte altre, è chiaramente poco mondana, “di nicchia” direi, se ormai non suonasse mondano dirlo. Non rientra tra le nuove attrici che “non so se mi ha convinto”, che “dipende dal ruolo”, che “se non la dirigi bene, però”. Beatrice Grannò è un’interprete da sperimentazione, da piano sequenza d’autore, una che si è formata con il teatro di strada, il clowning e l’accademia di musical a Londra, e non tanto per dire. Si vede.

Adolescente sovrappeso nel road movie di Francesco Fei Mi chiedo quando ti mancherò (che uscirà a giugno), tormentata e sospesa negli Indifferenti di Leonardo Guerra Seràgnoli (adattamento del romanzo di Moravia, con Valeria Bruni Tedeschi e Edoardo Pesce), figlia di Luca Argentero in DOC – Nelle tue mani e unica protagonista bianca nel cast all black di ZERO su Netflix. E ancora a giugno uscirà Security di Peter Chelsom, che l’ha voluta a tutti i costi nel cast. Insomma, mentre aspetta un grande ruolo in un film musicale, Grannò è in una posizione strategica ma ancora tutta da vedere.

Hai appena iniziato le riprese di DOC – Nelle tue mani 2. Torni sul set dopo un anno importante per la tua carriera: Carolina Fanti avrà più spazio?
Mi sto recitando addosso! Con la pandemia era da tanto che non tornavo su un set. Mi hanno dato grande spazio, hanno riportato su il personaggio, inizierò ad avere una mia linea narrativa. Sto studiando un po’ di medicina generale, ho un quaderno dove appunto le nozioni da integrare al copione. Mi hanno perfino organizzato un incontro con un vero medico, d’altronde Carolina studia medicina. Gli ho fatto mille domande, per me era importante capire: se quando sei lì dentro sei sempre in azione, a cosa pensi? A sorpresa, lui mi ha spiegato che è un lavoro come un altro, che anche gli eroi si prendono il caffè.

Con un riscontro di pubblico così ampio, DOC potrebbe diventare un progetto di lunga serialità. Non temi che possa distoglierti da altre occasioni, in questa fase della tua carriera?
Sì, certo, alcuni progetti già non sono riuscita ad incastrarli. Le riprese della seconda stagione dureranno mesi, fin dopo l’estate. Ma per qualche motivo sento che ora fare DOC 2 è una cosa buona per me e per il mio personaggio. Con la carriera è una questione di scelte, per ora posso permettermi dei rischi. Ho messo un piede dentro Netflix, uno nella Rai e un altro nel cinema d’autore: sto cercando di seminare un po’.

Beatrice Grannò con Giuseppe Dave Seke in ‘ZERO’. Foto: Netflix

Per ora la posizione è strategica. La popolarità, invece, che peso ha?
Io sono per una carriera consistente e di qualità. Ma anche l’elemento popolarità fa tantissimo. E forse è anche giusto che si dia spazio a chi ha più seguito…

ZERO è stato il tuo primo “piede dentro Netflix”: qual è il tuo bilancio personale?
Nei cast italiani sono presenti attori neri, certo, ma giusto uno o un paio per progetto. In ZERO c’è un ribaltamento totale, sono io in minoranza nel cast. Una roba mai vista. Mi sentivo fortunatissima: sono dentro una cosa più grande di quello che sembra. È la prima volta in Italia, e la seconda volta non sarà la prima. Mi è rimasto impresso l’entusiasmo dei ragazzi sul set, il modo in cui hanno creato una crew. Sono stata cresciuta lontana dall’idea di discriminare gli altri, ma ho capito che l’informazione diretta fa la differenza. Uscendo con loro facevo mille domande.

Per esempio, cosa chiedevi?
La mamma di mio nipote è colombiana. Lui è piccolino, è nato a Milano e io sono la sua zia preferita. È uno tosto, mi riempie di domande. Ma se un giorno dovesse venirmi a chiedere perché a scuola gli dicono certe cose? Cosa posso rispondergli? Questo domandavo ai miei colleghi. Quando è scoppiato il caso George Floyd stavamo girando la serie. Anche in quel caso mi sono confrontata con loro per capire se avesse senso andare a manifestare a Piazza del Popolo, che peso avesse nella mia posizione di bianca privilegiata e italiana.

Sul set percepivate che stavate facendo qualcosa di completamente nuovo in Italia?
Io sentivo questa responsabilità, così come quella di essere estremamente delicata. Approdare su Netflix rappresentava un momento importante della mia carriera, ma in fondo non era il mio momento. Era il loro. Qualsiasi piccola falla di scrittura o recitazione in questo progetto passa in secondo piano, e va bene così.

Trovi che ZERO abbia avuto la risonanza che vi aspettavate? Siete stati in testa alla classifica dei più visti su Netflix Italia, se ne è parlato tanto, ma non è scattato un vero “fenomeno” attorno alla serie.
Personalmente sono stata travolta da una quantità di messaggi da tutto il mondo, ma pochissimi erano italiani. Ho avuto Instagram impallato da persone dal Brasile, dalla Francia, dai miei amici di Londra molto più che dai colleghi italiani. La serie è stata veramente coccolata all’estero come una piccola perla italiana. La gente su Netflix si accanisce tantissimo, ma credo che ZERO sia diverso dal resto. Forse non è una palla di fumo né un fenomeno sociale, ma credo sia un piccolo seme.

La famiglia degli ‘Indifferenti’. Da sinistra: Beatrice Grannò, Edoardo Pesce, Valeria Bruni Tedeschi, Vincenzo Crea. Foto: Angelo Turetta

Il 7 giugno uscirà Security, il tuo primo ruolo in un giallo puro con un parterre di professionisti, da Peter Chelsom alla regia (Serendipity, Shall We Dance?) a Mario Fiore, direttore della fotografia premio Oscar per Avatar.
Sì, Tornare della Comencini era piuttosto un thriller psicologico, come lo definisce lei. Questo invece è un giallone d’indagine, con Bentivoglio eccezionale e Maya Sansa che rientra nella categoria delle mie attrici preferite, qualsiasi cosa faccia. Il mio è un ruolo piccolo, ma è stato stupendo lavorare con Peter Chelsom. Ho creato un bel rapporto con lui, ha visto un mio self-tape e poi ha insistito per avermi, ci pensi? “Beatrice, ti prego, devi venire assolutamente!”. La fotografia è da fuoriclasse, si vede già nel trailer. Io interpreto la figlia di Tommaso Ragno, il film si apre con la mia vicenda come motore narrativo.

Altra storia, invece, Mi chiedo quando ti mancherò, dove sei protagonista. Dopo anni uscirà finalmente a giugno: perché è un film così importante per te?
Sono emozionata perché è il primo film che ho fatto, ma paradossalmente esce per ultimo. È stata la mia prima volta da protagonista, tutti gli altri progetti sono figli di questo. C’è qualcosa in questa storia… una forza femminile insolita, senza dover stare sempre sul pezzo, senza arrabbiarsi o avere sempre la risposta pronta. Sono contenta che la femminilità forte, la cura e il riscatto vengano raccontati anche in questo modo.

Con questo film hai vinto il premio RB Casting 2019 come Miglior Giovane Interprete ad Alice nella Città.
“Il film sei solo tu, c’è tanto lavoro da fare”, mi aveva detto Francesco Fei durante i provini. Ed era vero. Ho dato tanto e credo sia anche merito della storia: il regalo più bello che puoi fare a un attore è dargli un romanzo di riferimento, e io ho amato il bestseller di Amanda Davis. Da lì Francesco Fei è riuscito a fare un film gentile e pieno di grazia, con una sorta di realismo magico. È la storia di una ragazza adolescente che viene bullizzata al liceo e ferita per la sua fisicità e la sua insicurezza. All’inizio Amanda è sovrappeso, infatti hanno creato delle protesi da applicarmi addosso e sul viso. Quando poi decide di fuggire insieme alla sua amica immaginaria (interpretata da Claudia Marsicano, nda) parte un film on the road. Faranno una vita da nomadi, entreranno in una realtà circense e lei diventerà una donna.

Sei molto selettiva nella scelta dei progetti o sbaglio?
C’è da dire che tante occasioni sono nate proprio da progetti precedenti. Poi, certo, cerco di seguire un criterio. In questo momento preferisco un bel ruolo da protagonista in un film indipendente che un ruolo di supporto in una grande produzione.

E soprattutto sogni di far coincidere la carriera d’attrice con quella da musicista.
Io sono sempre lì che aspetto il mio ruolo da cantante in un film musicale. Mi piacerebbe raccontare cosa significa svegliarsi la mattina e voler diventare musicista.

Foto: Francesco Guarnieri. Total look: Diesel. MUA: Raffaele Schioppo per Simone Belli. Hair: Daniele Esposito

Se domani avessi la possibilità, che ruolo ti cuciresti addosso?
La storia di una cantante degli anni Quaranta. Racconterei quella dimensione di femminilità un po’ costretta, che doveva rientrare in dei canoni precisi. È triste e insieme complessa, ma illuminata da un dolore più evidente rispetto ai nostri tempi. Penso anche a un film in cui interpreto Amy Winehouse.

Attrice e musicista, quindi. Proprio in questi giorni la tua agenzia, la Volver Actor, ha preso tra i suoi talent Elodie per avviarla alla carriera d’attrice. Come vivi questa contaminazione? C’è spazio per tutti?
È ovvio e sano che tra noi attrici e attori si sgomiti un po’, che per uno che conquista un ruolo ce ne sia un altro che lo perde. Ma come ci sono influencer che si mettono a fare le attrici, ci sono anche attrici che si mettono a fare le influencer, e attori che si mettono a fare i registi. Credo appartenga al mondo dello spettacolo, vorrei che però fossero tenuti in considerazione lo studio e la preparazione. Apprezzo molto Elodie, a Sanremo ha fatto qualcosa di forte: aveva il suo momento, ma ha deciso di spenderlo anche per il suo pianista. L’espressione e la comunicazione sono già parte del suo lavoro. Succede che delle opportunità sfumino perché qualcuno è più popolare di te, ma il nostro è un servizio per il pubblico: se anche lei avrà qualcosa da dare, ben venga. Però quello che lei potrà offrire da attrice non sarà quello che potrò offrire io. Ognuno ha il suo.

Ma questo primo album arriverà presto o no?
Sì, arriva, arriva! Ma senza fretta, appena possibile vorrei organizzare dei piccoli live. Nel frattempo sto scrivendo i brani accompagnandomi con pianoforte e ukulele. Vorrei che l’album fosse un vero progetto musicale. Una sorta di cestino artistico con dentro videoclip, attori, registi emergenti, per conciliare musica e cinema. Non so se ambisco a una carriera musicale, ma ti confesso che sogno di andare a Sanremo Giovani.

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