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Andrea Pennacchi, guerra e pace

La guerra del padre partigiano, che oggi racconta nei libri e nei teatri per tenere viva la memoria. E quella di Pojana, il personaggio satirico che l’ha lanciato anche in tv. La pace di chi – tra film come ‘Il Divin Codino’ e serie come ‘Petra’ – ha trovato la popolarità tardi. Ma è stato capace di diventare uno dei volti di punta del nostro panorama recente. Una lunga chiacchierata

Andrea Pennacchi in ‘Petra’ di Maria Sole Tognazzi

Foto: Sky

La fama presso il grande pubblico forse arrivata troppo tardi, ma in tempo per far conoscere le tante sfumature di un grande attore. Dal teatro al cinema, passando per la televisione, negli ultimi anni Andrea Pennacchi si è di fatto inserito nell’elenco dei migliori attori del Paese. Pojana – il personaggio nato dal teatro, ispirato dall’opera shakespeariana e diventato popolare nel 2018 grazie al lavoro video Ciao terroni, che poi l’ha lanciato a Propaganda Live – ci fornisce non solo uno spaccato satirico costante sull’Italia, ma anche i mezzi per poter sviluppare un pensiero critico e oggettivo sui tanti temi del nostro tempo. Il padre di Andrea fu catturato e rinchiuso nel campo di prigionia di Ebensee in Austria. Oggi l’attore padovano ha deciso di riportare la storia di suo padre, di cui va molto fiero, sulle pagine dei libri e presto anche a teatro.

Cominciamo però dal cinema. Il tuo ultimo film è Welcome Venice.
Siamo molto felici di questo film, sta andando bene anche fuori dal Veneto, anche perché avevamo l’ambizione che non fosse solo un film de’ noantri, di quelle cose che ci guardiamo solo alla sagra dello gnocco di Fossaragna.

È anche la tua terza collaborazione con Andrea Segre.
Conosco Andrea da una vita, da quando tantissimi anni fa organizzavamo un piccolo festival a Padova. Lui si occupava naturalmente della parte video, mentre io e altri della parte teatrale. Sono stato molto felice di vederlo decollare nella sua carriera. Nel mentre, io facevo la mia strada di raccontastorie approdata al cinema anche grazie a lui: una delle mie prime parti di rilievo è stata nel suo film Io sono Li. Welcome Venice in particolare mi ha lasciato molto. Abbiamo lavorato in un ambiente che conosciamo relativamente bene, ma che è stato in realtà una scoperta. La Giudecca (dove è ambientata la storia di due fratelli, un pescatore che vuole mantenere le cose come stanno e un affarista che vuole sfruttare le possibilità offerte dal turismo, ndr) è sempre una scoperta anche per noi veneti di terra. E poi è un lavoro corale che ha una valenza universale ed estremamente attuale. La vera domanda film è: cosa sei disposto a perdere?

Andrea Pennacchi in ‘Welcome Venice’ di Andrea Segre. Foto: Lucky Red

Ti vedremo mai recitare in un dialetto “stretto” del Sud?
(Ride) Allora, devo dire la verità, ho fatto dei provini in siciliano perché mia moglie è siciliana: aiutato dalla famiglia, ho fatto dei discreti provini. Non sono bravissimo con altri dialetti perché li amo tutti tantissimo, e invece non amo l’italiano un po’ finto delle fiction, con quelle cose meravigliose per cui il contadino dell’Ottocento di Lecce dice: “Ah, accidenti!”. Perciò, ogni volta che vado in un posto che non conosco, mi siedo in un bar e ascolto la gente, è una cosa che mi piace tantissimo. Mi chiedo: se ci sono degli attori di una regione che vanno a fare il provino per quel luogo specifico di provenienza, perché dovrei farlo io che vengo da un’altra parte? Non è una questione di localismo, è solo che loro hanno già naturalmente quello che io dovrei costruire con molta pazienza accorgendomi poi che non sarà mai perfetto. Ho provato il siciliano perché in qualche modo ho delle radici nel territorio, non proverei mai un romanesco o un napoletano perché sono lingue già di loro molto teatrali e bellissime, per cui sgarrare di un centesimo ti schiaccia completamente. Poi, se proprio mi dovessero dire “Guarda, vogliamo te perché secondo me la tua faccia è adatta per fare il contadino del Molise”, allora mi metto giù a studiare qualche mese, forse un anno, per non fare brutta figura.

Pojana e i suoi fratelli, La guerra dei Bepi e La storia infinita del Pojanistan sono i tuoi libri usciti più di recente, a cui so che tieni moltissimo.
Sono gli adattamenti di testi teatrali che avevo portato in scena in passato: dal punto di vista della gavetta non mi sono mai fatto mancare niente (sorride). In realtà cercavo sempre di scrivere le mie cose per “pigrizia”, nel senso che magari faccio più fatica a fare mio il testo scritto da qualcun altro. Avevo una grossa quantità di materiale “in baule”, come si dice nel teatro. La prima cosa è stata ovviamente legata a Pojana, anche per il fatto che ero andato in televisione. Ai monologhi di Pojana ho spesso legato alcuni pezzi che ancora oggi porto in teatro, come Raise storte (“radici storte”), una meditazione semiseria sul tema delle radici, che spesso affondano in un passato tutt’altro che glorioso, da cui poi è nato Pojana e i suoi fratelli. Questo, insieme agli altri due libri, rientra all’interno di quella che è La trilogia della guerra. Anche La guerra dei Bepi sta funzionando bene. Lì c’è tanta roba mia e della mia famiglia: come diceva Antonio Pennacchi, dalle viscere tiro fuori i miei versi. La storia infinita del Pojanistan è invece più giocoso, una finta meditazione su questa terra “mistica” che in realtà si trova in tutta Italia e in tutto il mondo. Il Pojanistan confina con tutto, in questo momento una delle sue manifestazioni più forti è nel Nord-Est d’Italia. Ma mi fa sempre piacere quando qualcuno ci si identifica, una volta un signore mi ha scritto dalla Sardegna dicendo: “Il Pojanistan è anche qui”.

Tuo padre è stato un partigiano, nella Guerra dei Bepi parli della sua storia insieme a quella di tuo nonno.
Mio padre mi raccontava pochetto, però ho avuto la fortuna che lui fosse un amante dei libri in quanto tipografo, quindi mi ha lasciato tantissimi libri, compreso uno molto bello, nel senso storico chiaramente, sul campo di concentramento di Ebensee dove fu internato. Poi ho ricostruito tante cose anche grazie al suo compagno di prigionia che ancora oggi chiamo zio. Mio padre nasce in un’Italia già fascista, aveva la fortuna di non vivere in una famiglia politicamente schierata ma che non amava il totalitarismo. Più tardi ho anche saputo che mio nonno, con la scusa del trasporto dei carri che faceva con i cavalli, riusciva anche a nascondere famiglie di ebrei. Nel ’44, a 17 anni, si unisce a una banda partigiana, i SAP per l’esattezza, e ha iniziato a partecipare ad attività di sabotaggio. Escono allo scoperto dopo il proclama Alexander. Solo che gli alleati non arrivano, per cui vengono catturati. Alcuni vengono fucilati, altri vengono portati a Ebensee. Qui vengono posti a condizioni di lavoro forzato terrificanti. Ebensee è un campo di concentramento misto, dove ci sono un po’ tutti, dai prigionieri della guerra di Spagna agli ebrei. Ebensee rappresenta la storia esemplificativa della follia del regime nazista, o di qualunque altro regime. Un terzo dei prigionieri del campo muore semplicemente per scavare dei tunnel in cui sarebbero dovuti andare dei missili che in realtà non esistevano. Qualcuno aveva convinto Hitler dell’esistenza del missile America che poteva colpire gli Stati Uniti e quindi essere risolutivo per le sorti della guerra. Essendo tra l’altro una località piena di boschi, doveva essere un posto perfetto per nascondere i missili. Quindi è significativo che migliaia di persone muoiano per scavare il nascondiglio di qualcosa che non esiste, solo perché nessuno aveva il coraggio di dire a Hitler che era finita. Mio padre è stato poi liberato, ha avuto la fortuna di arrivare vivo. Ha compiuto diciott’anni nel campo di concentramento e il 6 maggio del ’45 è stato liberato dal Terzo Cavalleggieri americano.

Andrea Pennacchi con Andrea Arcangeli, alias il ‘figlio’ Roberto Baggio, in ‘Il Divin Codino’. Foto: Netflix

Quanto del Pennacchi partigiano c’è nel Pennacchi di oggi?
Dal giorno della sua liberazione, mio padre ha sempre combattuto ogni forma di razzismo, divisione e totalitarismo. La statura dei miei genitori è troppo grande, perché anche mia madre ha dato tanto alla lotta della resistenza. La mia in confronto è quella di un nano sulle spalle dei giganti, però i princìpi me li hanno insegnati con l’esempio pratico. Quindi mi è entrato nelle ossa tutto l’odio per ogni tipo di prevaricazione e di razzismo. Ti faccio un esempio che mi sta molto a cuore: quando ho fatto il primo video Ciao terroni, scritto da Marco Giacosa, scrittore molto bravo, piemontese e girato con la regia di Francesco Imperato per il progetto “This Is Racism”, sono stato subissato di complimenti da un lato…

Ma anche di insulti…
Esatto! Tantissimi insulti. Io speravo si capisse l’intento, bastava in fondo guardare il video fino alla fine, cosa che molti non facevano: abbiamo capito molte cose sui social. Mi aspettavo di litigare con i leghisti, invece mi son ritrovato a fare i conti con altre cose. Non sempre insulti, a volte era qualcuno che non capiva e diceva “Perché ce l’hai con noi meridionali?”, altre invece era direttamente “T’abboff’ e’ mazzat’!“. Allora a quelli delle mazzat’ non rispondevo, perché era evidente che mancassero completamente il bersaglio. Agli altri invece davo sempre una risposta, che poi è vera: a casa mia la parola terrone non si usava. Io non l’ho mai sentita dire né da mio padre né da mia madre, l’ho imparata e sentita per la prima volta quando andavo a scuola, alle medie, dove i figli dei meridionali venivano a volte chiamati così. Ma a casa mia non è mai stata usata, casa mia era un “porto franco”, entravano persone di qualsiasi provenienza, per me era una cosa molto strana che si insultasse qualcuno per via della sua provenienza geografica.

Nel Divin Codino, film sulla vita di Roberto Baggio in cui interpreti il padre Florindo, a un certo punto dici: “Credevi di essere arrivato e di colpo hai perso tutto. Niente ti è dovuto nella vita e nessuno ti regala niente, per fortuna che l’hai scoperto presto”. Tu quando l’hai scoperto? La tua popolarità è scoppiata all’improvviso solo qualche anno fa…
L’ho capito abbastanza presto, a dir la verità. Citando Il Divin Codino, ti dico che il padre di Baggio è un padre che conosco, anche se il mio era più sorridente, era molto piacevole passarci il tempo. Sulle robe serie però mio padre era molto rigido, non ti faceva un complimento, era il suo modo per farti capire che stavi facendo la cosa giusta ma dovevi stare attento, senza distrarti. È qualcosa che ho imparato da lui abbastanza presto. Quando è arrivata questa popolarità ero tranquillo, fosse successo a diciott’anni forse sarei rimasto sconvolto. Quando è successo ho pensato “Vabbè”, nel senso che sapevo i “rischi” che correvo, e poi il mio mestiere è anche questo. La cosa ovviamente ha avuto delle svolte positive, come mettermi in contatto con i ragazzi di Propaganda.

Che ha dato la possibilità a tutti di conoscere Pojana.
Il personaggio c’era già prima. Avevo costruito uno spettacolo su Le allegre comari di Windsor. Shakespeare per me è quasi una religione laica, ma non mi piace ostentare la conoscenza di qualcosa, mi ha sempre dato molto fastidio. Nasco nel teatro, per cui credo che se sei un bravo teatrante questo debba vedersi sul palco. Il mio amore per Shakespeare è una cosa personale, come tutti gli amori riguarda me, non mi piace “assediare” gli altri dicendo: “Io sono un grande esperto shakespeariano”. Non sono un esperto, sono un amante. Tornando alle Allegre comari di Windsor, mi sono reso conto che poteva essere ambientato in qualunque Paese benestante della provincia veneta, e che il personaggio Franco Ford, il marito ricco, geloso e amante delle armi, era un veneto perfetto. Franco Ford infatti era il nome originale di Pojana. Quando poi Marco Giacosa e Francesco Imperato mi hanno detto”Vuoi collaborare con noi per Ciao terroni?”, ho pensato che il personaggio giusto fosse uno che già conoscevo.

Quindi è stata questa la scintilla che ha generato il Pojana che conosciamo oggi?
Esattamente, è stata l’unione di questi due mondi. Salendo sul palco di Propaganda per la prima volta, invece, scelsi di portare un testo mio. Mi son detto “Il nome Franco Ford va spiegato, non è tipicamente veneto”, così ho pensato a un soprannome, tutto questo mentre mi dirigevo in trasmissione. Il primo che mi è venuto in mente è stato Pojana.

Quando nel 2018 ti hanno invitato a Propaganda a fare Ciao terroni, cos’hai pensato?
La prima volta mi chiamò Makkox per dirmi: “Vieni qui a fare il pezzo che è diventato virale?”. Primo perché ovviamente gli era piaciuto, secondo perché molto intelligentemente volevano mostrare la teatralità di quel pezzo. C’erano già sei milioni di visualizzazioni: io ero abituato a fare roba a teatro per 200 o 300 persone. Sei milioni di persone, di cui molti non avevano idea di chi fossi. Tra queste molte pensavano che fossi veramente io a dire quelle cose, e per me diventò anche un piccolo complimento, perché voleva dire che l’avevo fatto bene (ride). Questo forse dimostra che le persone non sono più abituate ai personaggi, sono abituate a quelli che fanno “se stessi” sui social o che fanno robe smaccatamente esagerate.

Però c’era qualcosa di vero, ed è il fatto che tu eri realmente incazzato mentre recitavi, non contro i meridionali naturalmente.
Sì sì, ero assolutamente incazzato, e ovviamente non contro i meridionali. C’era però questa idea di votare Lega al Sud che a me ancora oggi me manda fuora de testa, è inconcepibile che la memoria sia così a breve termine. Però devo accettare la verità. Uno che urlava “Senti che puzza, sono arrivati i napoletani”, all’improvviso aveva la felpa con su scritto “Napoli” e andava in giro, e invece di beccarsi solo pomodori – perché comunque la protesta c’è stata – si beccava anche gente che pensava veramente fosse una brava persona.

Che idea ti sei fatto riguardo al governo che dovremo votare nel 2023?
Allora, due cose fondamentali. Io mi reputo di sinistra, però ti dico che adesso sono in seria difficoltà, nel senso che mi chiedo: che cosa c’è a sinistra? Cosa è rimasto? D’altro canto anche la destra al momento ha i suoi problemi notevoli, anche identitari, a furia di inseguire l’opinione dei social è ovvio che non hai più una linea dritta se non quella di indicare un nemico, come i migranti, e lì si basa il tutto. Poi hanno questa cosa di urlare ma di non agire mai nel concreto. L’unica roba su cui agiscono sempre è quella di colpire i più deboli, colpire quelli che in qualche modo possono danneggiarli una volta al potere. A sinistra invece vedo un gruppo di amministratori, nel migliore dei casi, che, quando vanno al potere amministrano le cose che già funzionano, ma non hanno idea di come intervenire su quelle che non funzionano. Non bastano solo i burocrati, quando amministri un partito. Un partito dovrebbe avere un respiro, dei sogni, ma anche delle utopie, qualcosa che non riesci a realizzare ma che ti guida mentre vai verso “il sol dell’avvenir”. A sinistra siamo bravissimi a frammentarci, siamo la repubblica dei coriandoli. Io vado sempre a votare, sono un sincero democratico, ma con entusiasmo solo alle elezioni locali. Con meno entusiasmo a quelle regionali, perché ormai in Veneto le perdo da quando ho la possibilità di votare. A livello nazionale mi trovo in seria difficoltà, così come a livello europeo. Non c’è una squadra politica vincente, perché in questo momento – ed è inutile negarlo – la stragrande maggioranza va verso il centrodestra, per tanti motivi. La destra cavalca la paura anche legata alle tante cose che ci stanno succedendo. Quando Draghi avrà finito, sperando che sia meno probabile un crollo del Paese, la destra tenterà di riprendere il potere cavalcando le solite parole d’ordine, condannandoci di fatto ad avere intorno sempre più muretti e ad avere paura di quello che potremmo trovare “al di là del muro”. La vera migrazione che dovrebbe spaventarci è il fatto che i giovani scappino a gambe levate dal Paese, che è poi qualcosa di comprensibile.

Citando di nuovo tuo padre, da un punto di vista dell’eredità genetica potremmo dire che tu abbia “il fango sulle scarpe”. Come ti fa sentire il fatto che nel 2021 si parli ancora di fascismo e che una parte della destra fatichi a scrollarsi di dosso l’associazione a certi movimenti estremisti?
Ovviamente ho una pessima visione del fascismo (sorride), però ti dico che c’è questa cosa universale di un fascismo che non muore mai, c’è poco da fare. Qualcosa che è legato alle teorie del diritto del più forte, delle tematiche che tornano sempre, come quella di affidarsi a un capo in maniera assoluta, un tratto tipico del fascismo. Il problema vero è che ci siamo distratti, ci siamo illusi che bastasse avere una buona gestione della cultura e che si potesse semplicemente non dire più la parola fascismo per far sì che non esistesse più. Possiamo chiamarlo con qualunque nome, ma prenderà comunque delle forme diverse. L’illusione di aver sconfitto il fascismo è solo temporanea, è vero che è stato sconfitto nel senso che ha preso una sonora bastonata, ma in Italia non si è mai riflettuto su come mai fossimo “diventati” fascisti, si è colpito qualche capro espiatorio ma il grosso è rimasto lì. C’è una battuta che dico in uno spettacolo quando interpreto La storia sanguinaria del Veneto: “Comincia la Seconda guerra mondiale con i fascisti e i partigiani. All’inizio della guerra tanti fascisti e pochi partigiani. Finita la guerra: tutti partigiani”. La battaglia è continua, costante. Stupirsi di questo fatto è da ingenui o da persone in mala fede per quelli che dicono: “Il fascismo non esiste, io non sono né di destra né di sinistra”. Se dici che non sei né di destra né di sinistra, sei di destra e forse del lato che meno riflette la parte moderata.

Andrea Pennacchi con Paola Cortellesi in ‘Petra’. Foto: Luisa Carcavale/Sky

Da poco hai vinto il Nastro d’argento per la serie Petra.
Abbiamo appena finito di girare la seconda stagione, è un lavoro a cui tengo molto anche perché ho lavorato con Paola Cortellesi e con la regia di Maria Sole Tognazzi, una squadra bellissima con dei testi scritti benissimo, fondamentali per un attore. Quanto al premio, la mia agente mi ha mandato un messaggio dicendo: “Ti hanno dato il Nastro d’argento”. Ma io non ho pensato nemmeno per un secondo a quel Nastro d’argento, ho pensato a una roba tipo il nastro d’argento della cozza ripiena. Infatti le ho chiesto: “È un premio figo?” (ride). Mi sono fatto dare un vestito buono e sono andato a Napoli a ritirarlo insieme a Paola, è stato molto emozionante. E anche molto divertente. L’organizzazione viene a prenderci, l’autista riconosce Paola e chiacchiera con lei, alla fine si fanno anche il selfie, e io dietro con le mie valige. Il giorno dopo lo stesso autista, sempre molto cortese, mi chiede “Allora ieri com’è andata?”, io rispondo “Bene bene, sono ancora molto emozionato”. Poi silenzio, capisco che in quel momento sta pensando a qualcosa, finché mi chiede “Mi scusi, una domanda: ma lei esattamente di cosa si occupa?”. Mi ha fatto sorridere molto questa cosa. Però è stata un’esperienza molto bella, è il primo premio importante che ricevo come attore. E mi ha fatto ridere anche mia figlia piccola: io le dico “Papà non può tornare a casa perché deve andare a ritirare il premio”, lei mi tiene un po’ il broncio, però appena vado via chiama la nonna per dirle “Papà ha vinto un premio, solo che è arrivato secondo perché è d’argento”.

Il futuro cosa riserva?
Adesso sto girando una serie per Netflix con la regia di Francesco Bruni, tratta dal romanzo Tutto chiede salvezza, mi sono fatto crescere questa barbona che vedi (ride). Poi a gennaio e febbraio, pandemia permettendo, dovrei stare in teatro a raccontare mio padre e Pojana e i suoi fratelli. Ci sarà un altro spettacolo a cui tengo molto, una mia piccola Odissea, quindi racconto una piccola parte dell’opera dal mio punto di vista, siamo io e due musicisti molto bravi, facciamo un gran casino, una specie di “rock theatre”. Pensa che un giovane critico, credendo di insultarci, ci ha definiti “Offlaga Disco Paxiani”: non poteva farci complimento più bello. 

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