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Andrea Delogu: «Sono una cagna maledetta solo quando canto»

Nel suo debutto al cinema con ‘Divorzio a Las Vegas’, invece, si dimostra un’attrice promettente. Intervista cazzara, che parte dalle scene di nudo e finisce col Vangelo

Foto: Mauro Fagiani/NurPhoto/Getty Images

Andrea Delogu si è data un’unica grande regola: non prendere in giro nessuno, all’infuori di se stessa. Così quando le proponiamo di fare un’intervista semiseria (non è vero, abbiamo usato il termine «intervista cazzara») sul suo debutto al cinema nel film Divorzio a Las Vegas e a teatro con Il giocattolaio, ha subito accettato: «Cazzeggiamo, cazzeggiamo! Tu vai che io ti seguo».

Bene. Partiamo subito dicendo che come attrice sei promettente, ma sul tempismo, mia cara, c’è parecchio da lavorare. Come si fa a debuttare nel 2020, in piena pandemia?!
Eh, lo so, non è il periodo migliore, ma in realtà tutto si è messo in moto due anni fa. Perché mi annoiavo.

Prego?
Avevo appena finito due programmi tv e all’orizzonte non c’erano altri impegni se non Stracult e la radio. In più mio marito (l’attore Francesco Montanari, ndr) era appena partito per andare a girare Il cacciatore e sarebbe stato via per quattro mesi. Cosa facevo a casa da sola, oltre che portare fuori il cane? Ho una vita di un piattume inenarrabile! La gente pensa che chissà che cosa facciano le persone dello spettacolo… Macché: la mia routine è una rottura di scatole inimmaginabile.

In un colpo solo hai quindi deciso di misurarti con teatro e cinema. Direi che come scossa è notevole.
È successo tutto quasi per caso. Mi è stato proposto un testo teatrale e, visto che in tempi non sospetti mi ero cimentata con la recitazione (qualcosa come 11 anni fa!), mi sono detta: perché no? Poteva essere un modo per smuovere qualcosa dentro di me. Dopodiché ho incrociato alla prima di un film Paolo Del Brocco e Luigi Lo Nigro (ad di Rai Cinema e direttore di 01 Distribution, ndr) e, parlando, è saltato fuori che stavano cercando la protagonista di Divorzio a Las Vegas. Mi hanno proposto di partecipare ai casting: ho accettato e dopo un mese mi hanno chiamata per dirmi che il ruolo era mio. Non saprò mai se mi hanno preso solo perché le altre hanno detto di no! (ride) Del Brocco assicura che sono stata la loro prima scelta, ma sai com’è… è una persona molto gentile, non mi ferirebbe mai.

Cos’hai capito del cinema dopo questa prima esperienza sul set?
Mi sono resa conto che è davvero un lavoro di squadra, molto più della tv. Quando conduci un programma sei in prima fila e hai la possibilità di dare un ritmo e un fil rouge alla produzione. Il film invece è un montaggio di tante scene nella maggior parte delle quali non ci sei tu. Sul set si è tutti alla pari e ci si mette nelle mani del regista.

Proviamo a esorcizzare insieme il tuo esordio al cinema. Qual è il più clamoroso commento, uscito male, che ti hanno fatto finora?
Da amici e parenti ho ricevuto solo complimenti perché, che vuoi farci, sono di parte. Semmai mi sono imbattuta nel conoscente che non vedi mai e che se ne viene fuori con: «Ti facevo più timida, mi hai stupita!». Il riferimento è alle scene dove mi si vede in déshabillé. In realtà quella stupita sono io: nel 2020 ci si meraviglia ancora per queste cose? E poi se devo entrare in vasca come devo farlo, vestita?!

Tu sei comunque oggettivamente molto libera: hai persino messo in imbarazzo Francesca Fialdini, parlando del tuo seno a Da noi a ruota libera
Obiettivamente è singolare che tutti abbiano notato il mio seno e non il nudo di Giampaolo Morelli, che è un signor ragazzo. Così l’ho detto in trasmissione da lei. Comunque sì, sono molto serena con il mio corpo. Da contratto avevo la possibilità di usare una controfigura per le scene di nudo, ma non l’ho voluta: mi rendo conto che una modella sarebbe stata più slanciata e performante di me, ma non sarei stata io.

Cos’è per te la body positivity?
Vuol dire sicuramente essere in pace con sé stessi, ma anche non rompere le palle agli altri. Se il pensiero altrui può farmi evolvere e maturare, lo accolgo a braccia aperte. Se invece viene espresso solo per affermare sé stessi a discapito della mia tranquillità, anche no. Mi verrebbe da dire: ma chi ti si fila?

Be’, nel tuo caso però è vincere facile: con un fisico come il tuo, basta poco per fregarsene.
In realtà nella mia vita ho ricevuto molte sberle in faccia. Sono dislessica in un’Italia che non sa nemmeno come si pronuncia il nome di questo disturbo (sull’argomento ha scritto anche il libro Dove finiscono le parole, edito da Rai Libri, ndr). Fin da piccola ho dovuto costruirmi una corazza, per non dare peso a tutte quelle persone che mi davano della stupida. Se oggi non mi faccio intimidire dalle critiche, è solo perché sono cresciuta in un contesto molto duro, simile a un campo minato.

Dopo questa dichiarazione, sei ufficialmente candidata per la prossima copertina senza veli su Vanity Fair.
Ho letto le varie polemiche a riguardo. A parte il fatto che Vanessa Incontrada è una bonazza assurda, penso che se quella era una sua battaglia e se, come ho letto sui social, alcune ragazze si sono sentite rappresentate… ben venga la cover!

Passiamo alla Andrea conduttrice tv. Hai avuto l’onore di lavorare con Renzo Arbore: cosa ti ha insegnato che prima non sapevi?
L’importanza di non mentire. Se dici una bugia la gente se ne accorge. Vale anche per la recitazione. Mio marito me lo ripeteva sempre quando lavoravamo allo spettacolo Il giocattolaio: «Se non senti la battuta, se non provi quello che stai dicendo, la scena è finta e il pubblico lo vede». È stato molto bello lavorare con lui: è un attore straordinario.

Finirete come molte coppie dello spettacolo dove lui dirige lei (o viceversa), e poi insieme vincete un David di Donatello e vi baciate sul red carpet?
Wow, sarebbe una storia stupenda! Io mi metto volentieri, in tutti i sensi, nelle mani di Francesco, però da qui a condividere ogni aspetto del lavoro… È bello stare anche un po’ divisi. Tra l’altro credo che lui talvolta non mi sopporti: meglio non rovinare il nostro rapporto d’amore in nome del lavoro. Poi vediamo, io comunque lo controllo a distanza ravvicinata.

Be’, dai, puoi stare tranquilla e fidarti.
A Roma dicono: sì, tranquillo e morto ammazzato.

Da sinistra: Gianmarco Tognazzi, Giampaolo Morelli, Andrea Delogu, Ricky Memphis e Grazia Schiavo in uno scatto sul set di ‘Divorzio a Las Vegas’. Foto: 01 Distribution

Alla sua prossima fase di stallo lavorativo, rivedremo anche la Delogu cantante, quella di Cinema2 e Stokhlogu?
No, no: nel momento in cui capisci di essere una cagna maledetta, puoi anche mollare. Tra l’altro, quando mi proposero di cantare, mi avevano garantito che saremmo usciti solo in America Latina, in Italia nessuno avrebbe saputo nulla. Come no. Abbiamo fatto persino la canzone per uno spot di una birra! Sono rimasta fregata anche perché abbiamo registrato 15 pezzi, mica solo un singolo orribile. Che imbarazzo…

Ti vedresti invece come giurata di un talent canoro?
Mah, c’è gente ben più titolata: io giudicherei “a mio gusto” i concorrenti.

Come tre quarti dei giudici in circolazione. Ma comunque. A quando invece il prossimo libro?
L’ho iniziato, ma non è detto che riesca a finirlo: dipende da mio marito. Se lavora tanto, allora sì.

In che senso?
Scrivo solo quando lui non è in casa. Eh, be’… (ride). Detto questo, se il primo libro l’ho scritto per necessità (La collina, Fandango Libri, sulla sua infanzia nella comunità di San Patrignano, ndr) e il secondo (il citato Dove finiscono le parole, ndr) per dare una sorta di manuale di sopravvivenza, questo lo sto realizzando solo per me, per mio puro diletto. Anche perché nessuno ne sente la necessità: non c’è gente sotto casa mia che piange lacrime di sangue per avere un sequel. Alcune case editrici sono interessate, ma vedremo. Sarà un horror distopico: un genere che amo molto.

A proposito di letture, è vero che hai riscoperto il Vangelo?
Sì, quest’estate. Da bambina ho ricevuto una formazione cristiana, ma il catechismo mi era stato un po’ imposto e con un approccio duro, poco inclusivo. Quando, alla tenera età di 38 anni, ho ripreso in mano il Vangelo – prima avevo un po’ il rigetto –, l’ho riscoperto: per certi versi mi sono sentita anche un po’ ingannata, perché quello che avevo per le mani era un testo molto inclusivo, di amore e comprensione verso il prossimo. Mi rendo conto che possono sembrare considerazioni banali, ma per me è un percorso nuovo che si è aperto.

Bene. Abbiamo finito.
Ora però posso dire una cosa io? Questa storia del cazzeggio era un depistaggio! Abbiamo parlato di un sacco di cose interessanti.

Beccata.

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