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«C’è chi va in analisi e chi può girare film», abbiamo incontrato Gabriele Muccino

Il regista italiano "che voleva sfondare a Hollywood" torna con un film che parla (di nuovo) di paternità. Con un cast a stelle e strisce, da Russell Crowe a Jane Fonda

Gabriele Muccino sul set di "Padri e figlie"

Gabriele Muccino sul set di "Padri e figlie"

«Ogni volta faccio un film come se fosse l’ultimo». Non ha mezze misure Gabriele Muccino, mai. Al cinema e fuori. Con Padri e figlie, melodramma sentimentale e familiare, nelle sale in questi giorni, si rimette in campo dopo la caduta di Quello che so sull’amore, le polemiche sui social e le battute sui David di Donatello. Di nuovo un divo tra le mani, Russell Crowe, ma soprattutto la libertà di essere se stesso. Alla faccia di tutti. «In America o in Italia, per me conta solo non avere catene». E infatti ha già altri progetti indipendenti Oltreoceano e sta finendo di montare il dramma adolescenziale L’estate addosso, per Rai Cinema.

Cosa avevi bisogno di raccontare con Padri e figlie?
Qualcosa che mi è molto caro: siamo tutti il risultato della nostra infanzia, per sua natura imperfetta, come lo sono i genitori. Quello che ti manca in quegli anni, lo cerchi poi per il resto della vita, che sa essere generosa solo se ti apri a lei. Puoi perdere tutto, ma l’importante è ritrovare te stesso, come fa Katie (Amanda Seyfried, ndr). Una storia così l’avrebbero prodotta Paramount o Warner Bros negli anni ’70, ora lo fanno gli indipendenti. Le major sono ossessionate dal controllo, dagli schemi, dalle formule, il vero cinema lo trovi con un budget basso – 15 milioni di dollari, sì, in America sono pochi – fuori dalle multinazionali.

Come si fa a tenere testa a Russell Crowe?
Il cast è pazzesco: Amanda Seyfried, che si porta sulle spalle gran parte del film, Jane Fonda, Diane Kruger e tanti altri. Attori incredibili, nella piccola Kylie Rogers rivedo Jodie Foster e Haley Joel Osment ha una consapevolezza interpretativa inquietante, quasi quanto lo è la somiglianza con Amanda. E Russell… beh, lui è un gigante. Dopo tre giorni di tensione, in cui mi studiava in ogni dettaglio, ha deciso di fidarsi.

Ha fama di essere un osso duro.
Lo è. Ma se conquisti il suo rispetto, si affida ciecamente a te. Parliamo di uno che arriva sul set e per prima cosa guarda dove sono le macchine e che lenti montano. Ogni mattina è un esame silenzioso. Poi, ciak, senza neanche provare. E senza ricontrollarsi dopo. La fiducia è stata reciproca: gli attori devono andare nei posti di cui hanno paura e tu devi accompagnarli. È un rapporto d’amore, per questo con molti di loro ho ancora un’amicizia profonda, a partire da Will Smith.

Da quando stai in America, al cinema parli solo di paternità…
Hai ragione, anche se dal primo film a questo ho rovesciato la visuale – prima il centro era il genitore, ora è la figlia. Che devo dirti, c’è chi va in analisi e chi può girare film. Non c’è mai nulla di strettamente autobiografico nella mia cinematografia, ma dentro troverai sempre le mie paure, la mia sensibilità, la mia esistenza. Ho rifiutato film anche grossi perché non mi stimolavano dentro, i popcorn movie sciacquacervello non mi interessano. Devo sentire l’urgenza del racconto. Ho lasciato cadere progetti su vampiri e supereroi, per questo.

Io ti vedrei bene a raccontare Hulk.
Hulk è diverso. La sua emotività, la sua storia lo rende un personaggio interessantissimo, per lui farei un’eccezione. Con Marvel ci fu un abboccamento, ma finì lì. Come per Wolverine… Hollywood non rende facile l’accesso ai grandi film, da una parte devi competere con i migliori cineasti del mondo e dall’altra con i migliori esecutori delle volontà produttive, gli shooters.

Nel tuo film Crowe definisce noi critici “scarafaggi”. Sii sincero, sono parole tue.
È chiaro! I miei attori sono io: l’impulsività, l’emotività, anche le invettive sono le mie. Anche Will Smith ero io. L’uomo di colore che voleva farcela a tutti i costi nel mondo dominato dai bianchi non è forse Gabriele, l’italiano, che parlava male inglese e voleva sfondare a Hollywood? Quando leggi una stroncatura, ti metti in discussione, ma ti senti anche nudo in pubblico.

E tu non hai paura di esporti.
Non sono un ipocrita, vivo col cuore e non so essere diplomatico. Sento molto il senso di rabbia, ho bisogno di essere sincero e di provocare. I social, se sai come usarli, sono dei bar di paese con grande risonanza, in cui puoi dire la tua e veicolare il dolore, la ribellione. Scrivo, senza filtri, perché preferisco stare nell’arena piuttosto che sugli spalti.

Cosa ti fa più rabbia del nostro Paese?
Quello che mi fa più rabbia in Italia è la mancanza della capacità di ribellarsi, che nasce dall’assenza del senso della morale. Siamo un Paese abituato a dire “vossia e signorsì”, siamo sempre asserviti all’abuso del Potere. Siamo campioni nell’arrenderci. Un Paese che si ribella all’ingiustizia è più grande di un Paese come il nostro che si rassegna al fatalismo. E i rottamatori sono gattopardi, da grande sognatore io non vedo alcun cambiamento in loro, basta vedere il piano suicida delle trivellazioni in Italia che sta uccidendo il nostro mare.

E del cinema italiano cosa ti fa incazzare?
Dal 1943 al 1978 il cinema italiano parlava al mondo, come ora fa quello americano. Noi invece abbiamo assistito all’Hiroshima del bello, della grazia, della poetica dei capolavori di quegli anni in nome di un’autodistruzione fatta di autorialismi e autoreferenzialità. Senza muovere un dito.

Dei tuoi colleghi chi chiameresti Oltreoceano? Chi esce da questa mediocrità?
Mi sono rotto: io parlo bene degli altri, ma loro il mio nome non lo fanno. A esser troppo generosi, si rischia d’esser fessi.

Per quanto ancora ti puniranno per non aver fallito le sfide impossibili?
Non mi interessa più, ho smesso di chiedermi perché colleghi e premi mi ignorino. Dopo Ricordati di me, film incredibilmente anticipatore, oltre le mie aspettative, ho avuto 13 candidature al David: non ne ho preso neanche uno. Ma quello che mi ha fatto più male è stato assistere agli applausi, in sala, che diventavano stitici alla pronuncia del mio nome. Lì ho capito che l’unico giudizio che conta per me è solo quello del pubblico, ai complimenti come alle critiche ormai sono indifferente. Chi mi dice bravo, chi mi dice cane o bluff… ecco, per me hanno lo stesso valore. Quel che conta è la traccia che lasci nel vissuto del pubblico. Faccio il regista per lasciare quella traccia.

Raccontare, come fai in Padri e figlie, un autore nel pieno del processo creativo, dalle stelle alle stalle, non è stato un caso, vero?
Venivo da un periodo personale e professionale faticoso, in cui sono stato costretto a fare i conti con me stesso. E Jake Davis, il mio scrittore, come me, è un esibizionista che deve esporre la sua opera, Padri e figlie appunto, che parla della sua vita, perché tutti possano giudicarla. Come un rocker sul palco, può essere un’esperienza elettrizzante o traumatizzante. Io conosco entrambe.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di ottobre.
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