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Amy Adams seduce anche gli alieni. Leggi l’intervista alla protagonista di “Arrival”

Nel suo ultimo film, blockbuster fantascientifico di qualità, Amy Adams si rivela bravissima a comunicare con gli extraterrestri. Più che con le parole, lo fa con gli occhi, che hanno sedotto anche il nostro Roberto Croci a.k.a. La Bestia

Amy Adams (right) as Louise Banks in ARRIVAL by Paramount Pictures

Cos’hanno in comune molti attori di Hollywood? A sorpresa, l’iter lavorativo prima della raggiunta fama. Dai lavori più assurdi – Sean Connery come lucida-bare e Whoopi Goldberg come truccatrice di defunti – ai più creativi – Brad Pitt “pollo” ballerino, Harrison Ford falegname – anche se la maggior parte finisce per servire ai tavoli in ristoranti prestigiosi, sperando di venir scoperti (Faye Dunaway, Eva Mendes o ancora Michelle Pfeiffer). Amy Adams non fa eccezione. Nata il 20 agosto 1974 a Vicenza, infanzia nella base militare di Aviano, Amy Lou cresce in Colorado in un famiglia numerosa, quattro fratelli e due sorelle, da genitori mormoni. Dopo il divorzio dei genitori e l’abbandono della chiesa, l’amore per il canto e la danza la portano a tentare una carriera di soubrette, nei famosi teatri di Boulder, quelli che offrono il pacchetto “cena+spettacolo”. «Odiavo studiare, sapevo che non mi sarei mai laureata. Ho fatto tanti lavori solo per soppravvivere, commessa, cassiera e anche fast-food server da Hooters  – presente quello famoso per le uniformi succinte delle cameriere che mettono in risalto le HOOTERS-TETTE – finché mia madre mi ha convinta a fare un’audizione per i dinner theatre di Boulder e quando mi hanno assunta ho pensato fosse un’opportunità per fare un lavoro anche divertente. Mi è sempre piaciuto cantare e ballare, ma ho iniziato questa carriera per necessità».

Ed è con quest’immagine hot di Amy Adams stampata in mente che le vado incontro, mentre entra, mi sorride, sposta la ciocca di capelli fulvi rubicondi da un lato del volto, e, squadrandomi con quegli occhi verdi (mostrati in American Hustle) e un sorriso mi invita a… sedermi. E qui finisce istantaneamente il mio sogno onirico e comincia la nostra intervista. Giusto due info per finire la sua storia. Dopo il Colorado, su consiglio di un’amica si trasferisce a Hollywood e, fra un commercial e l’altro, il resto, come si dice, “è storia”: cinque nomine Oscar, due Golden Globes e vari ruoli iconici con registi importanti che la portano a essere una delle attrici più quotate della storia del cinema. Dal 19 gennaio la vediamo in Arrival, film presentato a Venezia e basato sul racconto Story of Your Life di Ted Chiang, dove interpreta Louise Banks, linguista contattata dal Governo americano per cercare di comunicare con una flotta di navi aliene atterrate sulla Terra. Non posso rivelare nulla per paura di rappresaglie extraterrestri… e per non rovinarvi il film. Diretto dal genio di Denis Villeneuve (regista del prossimo Blade Runner 2049) con Jeremy Renner e Forest Whitaker.

Cosa ti ha attratto di questo ruolo?
Quando il mio agente mi ha fatto leggere la sceneggiatura, sono rimasta un po’ stupita: lui sapeva che volevo prendermi un break e fare la mamma a tempo pieno. Ma sapeva anche che, se l’avessi letta, mi sarei innamorata della storia! Non so, per qualche motivo mi sono riconosciuta in Louise, la sua determinazione e vulnerabilità mi hanno catturato il cuore. È molto coraggiosa, proprio perché riesce a controllare la propria paura. Denis è stato un altro motivo per cui ho accettato. Sono sempre stata una sua grande fan, sin dai tempi di Maelström, la storia di una relazione sentimentale narrata da un pesce. La prima volta che ci siamo incontrati è stato molto speciale: abbiamo letto insieme la sceneggiatura e mi ha descritto Louise esattamente come l’avevo immaginata io. È una storia d’amore, la storia intima di una donna ambientata però in un mondo fantascientifico. Tratta di una relazione, di un rapporto profondo con un’altra civilizzazione.

Di cosa avete discusso con Denis?
Per entrambi era importante trovare la linea sottile tra emozioni e intelletto. Era importante che questo progetto fosse visivamente interessante e arrivasse al cuore di entrambi. Mi ha descritto gli alieni con passione e mi ha promesso che avremmo fatto molta ricerca linguistica scientificamente accurata. È un regista straordinario, un uomo speciale, molto sensibile. Essendo madre, ovviamente sono rimasta molto colpita da come Louise gestisce il rapporto con la figlia. Ho cercato di mettermi nei suoi panni, di vivere l’esperienza dolorosa della perdita di una bambina, ma se devo essere sincera non ne sono stata capace. L’idea del dolore per me è stata sufficiente per capire il suo stato d’animo e il difficile percorso emotivo che stava facendo.

Scientificamente, quanto è realistico questo film?
Per essere un film è accurato. Ovviamente non era possibile inserire in sole due ore tutti i dettagli, anche perché questo non è un documentario su come comunicare con gli alieni. È la storia personale il centro di tutto, la scienza è quasi decorativa. Nel film sono stati combinati tre tipi di livelli scientifici. Il primo è: “Cosa fanno gli alieni”, che poi è il livello inesplorato, perché nessuno ha una risposta. Poi c’è il secondo livello, quello delle speculazioni degli scienziati, dei fisici e le loro teorie basate su calcoli scientifici. Poi esiste il terzo livello, quello del resto del mondo che ricerca e crede in altre vite. Ho avuto l’occasione di parlare con vari membri dell’organizzazione SETI, Search for Extraterrestrial Intelligence, che cercano di dimostrare l’esistenza di altre vite nell’universo. In questo film convivono varie realtà che esistono nel mondo di oggi, anche se non viene suggerita nessuna direzione particolare.

Che relazione c’è tra scienza e linguaggio?
Entrambi esplorano la nostra realtà, il mondo in cui viviamo. Quando ti trovi davanti a un problema importante, spesso non hai un’equazione matematica che possa risolverlo e a quel punto ti trovi di fronte a un’incognita. Quando entra in gioco l’incognita, allora segui i tuoi istinti. Louise, con le sue conoscenze limitate cerca di capire il linguaggio di una specie diecimila volte più avanzata di lei. A Denis piaceva l’idea poetica di una gruppo di persone che cercano di risolvere un problema più grande di loro, evocava in lui la sua infanzia, quando cercava di comunicare con persone straniere. Per lui era importante tenere viva la tensione, e questo è stato possibile grazie alla capacità espressiva dei miei occhi. Ebbene sì, Denis mi ha scelto anche grazie ai miei occhi.

L’interno dell’astronave è stato completamente costruito. Perché Denis ha scelto di ambientare tutte quelle scene in un set vero invece che usare CGI (Computer Generated Imagery, ndr)?
Denis si è rifutato di usare green screen o altri effetti speciali per l’interno della nave spaziale. Mi ha confessato che la maggior parte dei soldi della produzione ha deciso di investirli per il set. E, credimi, era un set gigantesco, c’era questo lungo corridoio che portava in una stanza enorme. Denis sapeva che avrebbe avuto un impatto emotivo anche su noi attori. Era una sorta di luogo sacro, una cattedrale atterrata dal futuro. È stato un momento importante per noi attori: se non avessimo provato quel tipo di esperienza, forse sarebbe venuto fuori un altro film.

Ma se mai venissimo in contatto con gli alieni, cosa succederebbe?
Secondo Stephen Hawking siamo fottuti, perché chiunque dovesse scoprirci e magari è già successo, vorrà distruggerci. Hawking dice anche che è un momento molto delicato per la nostra evoluzione, perché abbiamo la tecnologia per distruggere il nostro pianeta, ma non possediamo ancora la conoscenza per poter evacuare. Se arrivassero gli alieni e se stabilissimo un contatto, sarebbe la prima volta in cui riusciremmo a comunicare con un’altra specie intelligente. E se fossero inferiori o al nostro livello, potremmo sempre utilizzare le ricerche che abbiamo su delfini e balene per stabilire un contatto. È anche vero che noi esseri umani siamo molto bravi a comunicare anche a livello astratto.

Com’è stato lavorare ancora con Jeremy?
Ero molto contenta, perché conosco Jeremy da 15 anni, l’ho conosciuto a L.A. facendo karaoke. Sono contenta per lui, perché questo è un ruolo insolito: il pubblico si è abituato a vederlo in ruoli d’azione come Bourne, più fisici e meno intellettuali.

C’è una scena nel film che spiega esattamente il problema che Louise ha nel comunicare, le è più facile conversare con gli alieni che con i militari…
So esattamente di cosa stai parlando. Bella metafora, non credi? La scena descrive Louise che racconta una storia realmente accaduta a Captain Cook nel 1770, quando sbarca e incontra gli aborigeni australiani. Uno dei suoi ufficiali vede un canguro e, essendo un animale a lui sconosciuto, chiede loro che animale sia. Gli aborigeni, che non parlano inglese, gli rispondono “kangaroo”. Cook pensa che “kangaroo” sia il nome del canguro, mentre in realtà nella lingua aborigena “kangaroo” significa “non capisco”. Insomma, un equivoco linguistico. È facile perdersi nelle traduzioni!

Per anni hai cercato di fare una biopic su Janis Joplin. Dalle ultime notizie sembra che il ruolo vada a Michelle Williams, con la regia di Sean Durkin. Cos’è successo?
Quello che succede sempre. Fare un film è difficilissimo, perché le cose cambiano costantemente. Inizialmente, quando mi avevano proposto il ruolo, mi ero spaventata a morte. Pensavo di non essere all’altezza, pensavo che la gente mi avrebbe giudicata negativamente, perché fisicamente non le assomiglio molto. Poi, quando ho iniziato a fare ricerca su di lei, mi sono resa conto che non era vero, che in realtà abbiamo molte cose in comune, Janis era sensibile, alla costante ricerca di qualcosa. Aveva una personalità enorme, un’anima soul, ma allo stesso tempo dentro di lei c’era una bambina che gridava aiuto. Nel 2010, Fernando Meirelles, il regista di City of God, era interessato al progetto, poi si è candidato Jean-Marc Vallée, che ammiro molto. Dopo, c’è stata una causa in ballo e da allora è passato davvero tanto tempo. A 42 anni sono troppo vecchia per interpretare Janis, che è morta a 27. Negli Stati Uniti, alla mia età è molto difficile lavorare nel cinema. In Europa l’età di una donna conta meno, se sei una brava attrice e sembri più giovane della tua data anagrafica, ottieni anche delle parti interessanti. Anche se devo ammettere che siamo in un momento di grande cambiamento, sia politico che sociale. Perché dobbiamo essere sempre noi donne a lamentarci di queste situazioni? Perché nell’industria cinematografica noi veniamo sempre pagate meno degli uomini? Sarebbe ora che qualcuno intervenisse per noi. Sono gli uomini che dovrebbero proteggerci.

E a questo punto, Amy scoppia a ridere, si alza, mi saluta e se ne va.

 

 

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