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«Le altre erano belle e io un mostro», la vita di Daryl Hannah

È stata icona punk per Ridley Scott e icona fetish per Tarantino. Con “Sense8”, la serie tv dei fratelli Wachowski, oggi torna a essere protagonista

Un'immagine di Daryl Hannah sul set di "Sense8"

Un'immagine di Daryl Hannah sul set di "Sense8"

Daryl Hannah non è una grande fan dei convenevoli. Qualche anno fa ha rivelato di avere sofferto, da giovane, di una forma di autismo, e recitare per lei era il modo per accedere a un’altra realtà, in cui le era più facile sapere come muoversi, che cosa dire. Oggi, qualche decennio di celebrità più tardi, appare come un essere umano più funzionale, ma qualcosa dell’antica oscurità dev’essere rimasto. Il motivo per cui si trova in Italia è il lancio di Netflix, la piattaforma di streaming che ha fatto per tv e cinema quello che Spotify ha fatto per la musica (in pratica, ha reso legale il binge watching) e che da qualche anno produce alcune eccellenti serie tv, tra cui House of Cards, Orange Is the New Black, Daredevil, Narcos e Sense8, l’ambiziosissima e strampalata saga globale dei fratelli Wachowski (che la trilogia di Matrix ha reso liberi di fare quello che vogliono) con, appunto, Daryl Hannah nel ruolo chiave di una sorta di madre psichica per gli otto protagonisti della storia.

Sarai stanca di parlare di Sense8, negli Stati Uniti è uscito già da un po’.
Sì, ma adesso giriamo la seconda stagione, quindi è un po’ come se fosse ricominciato tutto. È esaltante farne parte, perché è la prima serie davvero globale che sia mai stata realizzata. È letteralmente ambientata in tutto il mondo. Sono fortunata, perché abbiamo viaggiato in tanti posti diversi per le riprese. Gli attori di Orange Is the New Black devono andare tutti i giorni nella stessa prigione! (Ride)

Hai l’impressione che i Wachowski abbiano sotto controllo l’intero plot di Sense8? Hanno parlato di un piano per 5 stagioni.
Ne sono certa. Con Lost, per esempio, gli sceneggiatori andavano avanti giorno per giorno, e alla fine non riuscivano più a recuperare gli sviluppi della trama che avevano iniziato.

Il mostro di fumo.
Il mostro di fumo. Mentre con i Wachowski è diverso. Loro sanno cosa sta succedendo.

È un conforto saperlo. Perché la prima stagione di Sense8 parte piuttosto lentamente. Richiede una certa fiducia, da parte dello spettatore.
I Wachowski hanno avuto la possibilità di far maturare la trama e i personaggi. È il vantaggio di girare una serie con Netflix: non c’è bisogno di mettere in ogni puntata dei cliffhanger grossi come una casa. In Sense8 ogni episodio è solo un frammento di una storia più grande. Come un unico lungo film.

Sense8 è molto ambizioso. E anche un po’ folle.
È vero! Ma ogni lavoro dei Wachowski è così. Cercano sempre di spingerti fuori dalla tua comfort zone. Vogliono metterti nelle condizioni di comprendere una realtà universale.

A parte il primo Matrix, tutto quello che hanno fatto in seguito non ha mai davvero funzionato.
Ma se tu non avessi mai sentito parlare dei Wachowski, e vedessi Jupiter Ascending (il loro ultimo film, tanto improbabile quanto immaginifico, ndr), diresti: “Oh mio Dio, ma chi è il tizio capace di inventare tutto questo?”. Con loro si è sempre troppo severi, secondo me.

Hai lavorato con registi di culto come Brian De Palma, Ridley Scott, Oliver Stone, Quentin Tarantino, e adesso i creatori di Matrix. Hai detto molti “no”, nel corso della tua carriera?
Sì, ma ho fatto anche un bel po’ di roba penosa, perché mi piace lavorare. Sono stata senza agente per qualche anno, e ho ottenuto la parte in Sense8 senza un manager né alcun aiuto.

I ruoli più importanti della tua carriera sono quasi tutti ambientati in mondi fantastici, o comunque non esattamente aderenti alla realtà.
Mi piace prendere parte a cose che nascono dall’immaginazione, è il motivo per cui mi sono avvicinata al cinema. Quando ho visto Il mago di Oz da piccola, ho detto: “Ok, mandatemi lì dentro. Voglio andare a Oz”.

Non ti faceva paura la strega verde? Io me la sogno ancora.
Pensa che mi sono ispirata a lei quando ho girato quella famosa scena dell’occhio cavato in Kill Bill. Mi piace anche contribuire a creare un’estetica. Quando mi sono presentata all’audizione per Blade Runner, le altre ragazze erano completamente diverse da me. Una si era truccata come una bambola di plastica, con le guance rosa e i capelli perfettamente in piega. Un’altra era tutta vestita d’argento con fulmini stilizzati. Io invece avevo trovato questa parrucca in fondo a un baule – non erano nemmeno capelli umani, era pelo di yak – e avevo appena visto Nosferatu, quindi mi ero truccata il viso di bianco e di nero, tipo Klaus Kinski punk. Quando mi sono presentata, tutti sono scoppiati a ridere. Me ne stavo lì, con dei platform ai piedi, le calze strappate e la parrucca, e mi veniva da piangere, mi dicevo che non avrei mai ottenuto quella parte. Le altre ragazze erano così belle, e io ero un mostro. Beh, poi è andata a finire bene.

Questo articolo è pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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