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Alessandro Roia: «La mia favola funk per tornare alla normalità»

L'attore romano, diventato celebre con 'Romanzo criminale - La serie', ci ha raccontato del suo nuovo film "Si muore solo da vivi', del modo in cui si approccia ai personaggi e di come sta cambiando il cinema dopo la pandemia

Alessandro Roia in 'Si muore solo da vivi'

Si muore solo da vivi, opera prima del veronese Alberto Rizzi, prodotta da Kplus Film e distribuita da Fandango, esce oggi su tutte le principali piattaforme di cinema on demand ed è certamente uno dei film più strani che vi possa capitare di vedere nella fase 3 dell’era del Coronavirus.

È un viaggio in una comunità di hillbilly fluviali padani, incentrato sulla storia d’amore tra l’ex frontman di una band da balera chiamata Cuore Aperto (Orlando, squattrinato e perdigiorno, interpretato da Alessandro Roia) e un’insegnante di musica (Chiara, soave e pragmatica, interpretata da Alessandra Mastronardi). Lui, a causa del sisma del 2012, ha perso fratello e cognata, in aggiunta al lavoro nel loro caseificio, oltre alla già precedentemente persa vocazione musicale. Vive, insieme alla nipotina rimasta orfana, a carico degli anziani genitori, forti burrachisti ma implacabili censori della sua vita sfaccendata. Lei è la promessa sposa di un chirurgo benestante ma sfigato, tanto sfigato che l’ha conosciuta durate una serata dei Cuore Aperto. Orlando e Chiara si sono amati in passato e davvero non abbiamo bisogno di dirvi di più. Sullo sfondo, un’Emilia rurale e funk al tempo stesso, che cerca di riprendersi come può dal terremoto e dalla scena funk locale.

Per darvi un’idea della sua stranezza, il film include Amanda Lear che organizza matrimoni in comuni sotto i 15.000 abitanti e scene di oltretomba onirico in cui “Grande Musicista” (specie di summa anonima e proustiana di più artisti in uno, alla Elstir, interpretato da Red Canzian dei Pooh), prima cazzia Orlando perché ha smesso di suonare e poi lo esorta a tornare nel mondo dei vivi per rimettere in piedi la sua band. (Una nota per i redditor in ascolto: nella stessa scena, il Capitan Findus interpretato da Ugo Pagliai in realtà è Orlando da vecchio e/o da morto? Perché gli sussurra: “Lo sai che potrei invecchiare come te, se come un gambero andassi a marcia indietro?”. Amanda Lear è viva?).

Uno dei punti di forza del film è che, al netto di tanto amore per i simboli e le suggestioni, quasi tutte le location siano esercizi commerciali, stabilimenti, abitazioni veri, luoghi che ti viene voglia di andare a visitare. Il frontone del caseificio perduto, che sembra quello di un tempio greco-reggiano del Parmigiano esiste sul serio, a Castelnovo di Sotto. Questo realismo magico è l’autentica cifra rizziana, che il giovane regista sembra spandere con gusto e disinvoltura.

Forse il più grande difetto che possiamo trovare a Si muore solo da vivi è quello di aver affidato a un intreccio sentimentale centrale esile e quantomeno citofonato le sorti del grosso della narrazione, mentre una mezza dozzina di sottotrame perdute, molto più originali e accattivanti, gridano vendetta. Ad esempio: che cosa succedeva nei confessionali tra le pie donne e il chierichetto musicarello in cui si era trasformato il bassista dei Cuore Aperto? Come va a finire il triangolo fra Fredo (Francesco Pannofino), la sua vecchia fiamma ultrasettantene Nives e la cantante per matrimoni, sua datrice di lavoro, Luana? Che ne sarà della specie di Buddha Bar che ha messo su Ivan (Neri Marcoré) allo scioglimento della band, ora che è di nuovo in pista?

Di questo folle folle Si muore solo da vivi abbiamo cercato di parlare seriamente con Alessandro Roia.

Ci hai rispiazzato. Ti sei trasformato ancora. Questa volta in un emiliano di paese ma spaesato che si chiama Orlando (come tuo figlio).
Evviva.

Quando avete finito di girare il film, nel giugno 2019, eravamo tutti persone diverse, ignare di quello che ci sarebbe capitato l’anno a venire. Però il film esce adesso, in un momento in cui sembra il titolo ideale da vedere mentre cerchiamo di metterci la pandemia da COVID-19 alle spalle. Questo perché anche il tuo personaggio e la sua famiglia affrontano il dramma di un “dopo” che, nel loro caso, è sopravvivere al terremoto del 2012 in Emilia. Stravolti, persi, ma carichi di buoni sentimenti e valori come la lentezza (finché non ti truccano la Vespa) e l’immaginazione (soprattutto quando non hai granché da fare per tutto il giorno). Che esperienza è mettere al mondo questo film sulle seconde occasioni del funk, sulle rivincite dell’amore, proprio mentre usciamo da un incubo?
Su temi come questi sono decisamente fatalista. Credo che le cose vadano come devono andare. Il nostro è un film leggero, una commedia romantica sulle seconde opportunità. Riflette sul rischio di perdere tempo, sull’importanza di non farsi trascinare dal flusso, di trovare il coraggio di affrontare le proprie emozioni. È qualcosa che riscontro in molte persone che hanno subito il lockdown: hanno fame di vita. Secondo me, per assurdo, il merito di questo film è riuscire a intrattenere e a divertire insistendo su temi così delicati. Questo mi gratifica molto, anche al netto di tutto ciò che, purtroppo, ci è ovviamente mancato.

Per esempio?
Per esempio portarlo a Bari, in concorso al Bif&st. A un certo punto mi sono fermato, però, e ho pensato che, anche se le sale erano chiuse, in tanti stavano trovando modi di vivere il cinema più intensamente del solito, scoprendo o recuperando titoli che non erano mai riusciti a vedere. E dunque trovo che, oggi, essere distribuiti on demand e in alcune delle sale e delle arene estive che hanno riaperto, mentre aspettiamo che tutto il resto torni alla normalità, sia un ottimo modo di confermare questa voglia di rimettere insieme il cinema e le persone.

A proposito di cinema all’aperto: già nelle estati “ordinarie” le arene sono rara occasione di ritrovarsi nell’esperienza condivisa di un film. Quest’anno sarebbero, dunque, più essenziali che mai. Eppure non sembra placarsi la polemica tra arene e distributori, a partire da realtà radicate nella tua città, come il Piccolo Cinema America di Roma e il suo Cinema in piazza San Cosimato. Che pensi di questa querelle?
Sono sempre stato uno che si è esposto direttamente, sia per l’arena del Cinema America che per altre realtà simili. So che questi giorni sono molto caldi per loro. Però, in questa specifica occasione, a differenza di altre, in cui mi sono ritrovato istintivamente a forzare la mano in loro favore, vorrei poter prendere in considerazione la totalità dei possibili punti di vista. Vorrei provare a capire quanta tensione, nervosismo, paura (anche paura generica del futuro prossimo) c’è per gli esercenti e i distributori, quando non riescono a ragionare con la freddezza e la lungimiranza necessarie. Potrei fare mia una cosa che ha detto Valerio Mastandrea in questi giorni, e cioè che questo lockdown non ha allontanato le persone dal cinema, ma ve le ha riavvicinate.

Si arriverà a una soluzione?
Ho fatto un film horror, The End? L’inferno fuori, che ha avuto una sua piccola vita nelle sale, poi una fase on demand, e infine è approdato su Netflix. Da quel momento è diventato uno dei contenuti più visti della piattaforma e non vi dico quante persone continuano a fermarmi per quel film. Per questo sostengo che più si fruisce di cinema, non importa come, e più se ne ha voglia, e più si ha l’impulso di andare a comprare un biglietto per una novità, quando uscirà in sala. È questo il meccanismo grazie al quale, secondo me, va cercata la pace. So che la questione tecnica dei diritti non è certo lineare, e non voglio fare il qualunquista o il populista, ma sono convinto che la soluzione più semplice parta proprio dalla stimolazione di questo sano appetito di cinema che, inevitabilmente, vien mangiando.

Tornando a SMSDV, il film sembra mostrarci come ogni vita di provincia (dunque ogni vita italiana) degna di essere vissuta somigli al Po: è un fluire che possiamo provare in tutti i modi a fermare (come tenta di fare il tuo personaggio, quando cerca di ricomporre il suo passato fatto a pezzi), ma il fiume e la vita scorrono comunque inesorabili e il tentativo di tornare indietro nel tempo aiuta semmai ad accettarsi per come si è diventati. È una definizione di esistenza in cui ti ritrovi?
Da cittadino di una metropoli, adoro la vita di provincia. Col mio lavoro ho avuto la fortuna di vivere molte storie di provincia. Questa dimensione porta con sé un mondo a parte, ma che parla alla nazione. È stato incredibile scoprire quanto il Po sia presente nella vita delle persone e costituisca per loro una fonte di misticismo. Tutto il Lungopò presenta storie e configurazioni molto varie. Del resto, il nostro è un Paese particolarmente interessante nel senso della lunghezza.

Com’è l’Emilia che hai scoperto girando questo film?
L’Emilia è una terra di rituali e routine specifiche. Non è un caso se è uno dei pochi posti d’Italia in cui si possa essere autenticamente gipsy cowboy. Ma penso anche al rapporto con le auto e le moto nella Motor Valley o a quello con la musica di Luciano Ligabue, completamente diverso dal caso, che pure ho potuto conoscere da vicino, dei neomelodici campani. In provincia di Reggio Emilia sono stato almeno sette settimane di fila, tornando pochissimo a Roma. È una terra che non solo ha dato i natali a grandi cineasti, ma che è anche un eccezionale set naturale. Quando ci sono arrivato per SMSDV aveva ospitato da poco o ospitava ancora almeno tre produzioni, tra cui Volevo nascondermi di Giorgio Diritti, girato nella Gualtieri di Antonio Ligabue.

Quello raccontato e immaginato in SMSDV è un territorio autentico, ma che trasuda generi e citazioni cinematografici con una grande naturalezza: da Soderbergh, quando cerchi di ripristinare da backup la tua band e visiti uno a uno gli habitat che si sono costruiti, nel tempo, i tuoi vecchi compagni; ai fratelli Coen del Grande Lebowski quando — mutatis mutandis — sostituite la bocciofila di Gonzaga alla pista da bowling. Le fonti sono tante e le avete sapute mescolare alla realtà — prendi le comparse dei bar, delle balere, dei forni, vere ancore di verosimiglianza in un film per certi versi allucinato — con mano molto sicura.
Qui devo spezzare una lancia in favore di Alberto Rizzi che, al suo primo film, non ha avuto paura di usare la fantasia per raccontare una storia sì piena di poesia ma anche profondamente onesta nei confronti del territorio in cui è ambientata. È riuscito davvero a proporci e a farci accettare la sua visione.

Recitare con un altro accento è come scrivere in una lingua diversa dalla propria, è una recitazione amplificata. Pensiamo al lavoro che hai fatto per Song’e Napule. In SMSDV hai cercato una cifra né caricaturale né filologica, ma delicata, personale. È importante immaginare di provenire da un altro posto, per recitare?
Quello che mi interessa è calarmi nel personaggio e dimenticarmi di me. Non sono il tipo di attore che vuole mettere il proprio io al servizio del personaggio, cosa che accade a colleghi bravissimi, a volte per coraggio, a volte per pigrizia. Anche in Romanzo criminale non parlo il mio romano, ma ho lavorato su un romano che potesse avere un suono più legato ad Accattone di Pasolini che a me. Questa è la mia fissa: nascondermi il più possibile. La cosa mi diverte e mi stimola molto. Anzi, in futuro vorrei provare a togliere una parte ancora più grande di me dai personaggi che interpreto. Provo a seguire la scuola di Volonté, che ci ha insegnato che non bisogna imitare le cadenze e i dialetti, ma che occorre andare alla ricerca di un suono che consenta di entrare nel personaggio in modo morbido e funzionale alla sua poetica.

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