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Abbiamo intervistato Tim Burton, quello strano

«Se essere strano significa avere talento, allora fate pure», dice il regista, che torna con un film pieno di "ragazzi speciali" e con una governante che ha il fascino delle dive di una volta

Timothy William Burton è nato a Burbank nel 1958. Miss Peregrine - La casa dei ragazzi speciali (al cinema dal 15 dicembre) è il suo 18esimo lungometraggio - Foto Leah Gallo

Foto Leah Gallo

Quando parla, Tim Burton somiglia a un direttore d’orchestra. Agita le mani in modo buffo, un po’ disarticolato, a volte così velocemente che non è possibile prevederne i movimenti. Lo aiutano a dare un senso alle parole quando non riesce a esprimere in modo chiaro un concetto (l’attrice Helena Bonham Carter, conosciuta sul set de Il Pianeta delle Scimmie, remake del 2001 dell’omonimo film del 1968 e dalla quale si è separato nel 2014 dopo 13 anni di relazione e due figli, lo ha soprannominato “la casa per le frasi incompiute”, proprio per via di questo suo atteggiamento timido e poco eloquente).

Per esempio, le muove come per scacciare un pensiero o un insetto fastidioso, mentre cita i critici che da anni gli hanno affibbiato l’etichetta di regista “troppo dark”; se invece si ferma a riflettere sulla propria infanzia, passata nella solitudine di casa a fantasticare di creature provenienti da mondi lontani, allora le porta all’altezza del cuore come per proteggere un ricordo intimo. Queste sono le mani di un artista che ha dato vita ad alcuni dei personaggi più amati della storia del cinema. La lista è lunghissima: si va da Jack Skeletron (Nightmare Before Christmas, 1993) a Emily, la sposa cadavere in cerca di marito (2005), senza dimenticare lo spiritello Beetlejuice (1988), il cane Sparky ritornato dalla morte in Frankenweenie (1984 e 2012), omaggio in stop-motion al Frankenstein di Mary Shelley, e naturalmente Edward, il malinconico uomo dalle mani di forbice, che nel 1990 diede il via alla collaborazione con Johnny Depp, insieme al quale Burton ha lavorato otto volte.
A 58 anni, dei quali circa 40 trascorsi a dare forma a una carriera mitica (il suo primo corto, interamente realizzato a matita quando studiava al California Institute of the Arts, è del 1979), che effetto gli farà guardare indietro a quei successi? Lui scoppia a ridere: «Accidenti, sto diventando vecchio! In realtà non penso mai al passato, anzi, più vado avanti e più tendo a dimenticare. Mi creda, le persone devono ricordarmi quando è il mio compleanno e perfino quanti anni compio».
Lo incontro al Claridge’s Hotel di Londra in una calda giornata di settembre per parlare di Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, il suo nuovo film, in uscita il 15 dicembre, tratto dal bestseller di Ransom Riggs edito in Italia da Rizzoli. Al centro della storia c’è Jake, un adolescente insicuro che è cresciuto ascoltando i racconti del nonno su una casa abitata da teenager speciali. Quando scopre delle foto che ritraggono i protagonisti di quelle storie, decide di intraprendere un viaggio verso quel luogo magico. L’incontro con i ragazzi e con la loro eccentrica governante, Miss Peregrine (Eva Green), finirà per cambiarlo profondamente.

A proposito di fotografie: è vero che le colleziona?
Sì, soprattutto quelle vintage. La cosa bella delle foto è che raccontano una storia senza svelare tutto: hanno una qualità ipnotica e in una singola immagine puoi trovare poesia, bellezza, luce, oscurità e mistero. E poi mi piace che ognuno di noi possa dare la propria interpretazione.

Cosa l’aveva colpita di questo romanzo?
Mi affascinava il tema di fondo, ossia la celebrazione della propria diversità. Nonostante i protagonisti abbiano dei poteri che sono in parte anche delle afflizioni, sono riusciti a integrarli nel loro quotidiano: in mezzo a loro ci sono un’adolescente in grado di creare potenti vortici d’aria semplicemente soffiando, una bambina che mangia grazie a una bocca situata dietro la nuca e un ragazzo che può animare gli oggetti. Ma, fate attenzione, non si tratta di supereroi. Mettiamo le cose in chiaro: non abbiamo davanti degli X-Men in versione junior, per carità! I film di supereroi non mi fanno impazzire e in giro ce ne sono così tanti che non saprei distinguerne uno dall’altro. I cinecomic sono come delle graphic novel ed esistono decine di interpretazioni di ogni personaggio. Ma va benissimo, fanno parte della nostra coscienza collettiva. Detto ciò, i bambini del mio film non hanno nulla a che fare con Batman, Superman e via dicendo.

Lei come li definirebbe?
A primo impatto si potrebbe dire che siano strani, mentre in realtà si tratta di bambini normalissimi. E poi le loro capacità mi interessavano fino a un certo punto, per me contava di più quello che mi permettevano di raccontare.

Vale a dire?
L’ambivalenza dei nostri sentimenti negli anni della crescita, quando ci sentiamo inadeguati o incompresi. Sono convinto che, anche da adulti, ci portiamo dentro queste sensazioni. Oggi chi ha una particolarità tende a essere considerato negativamente, mentre in realtà è ciò che ci rende unici.


In Beetlejuice Winona Ryder diceva: “Le persone ignorano lo strano e l’inusuale. Io stessa sono strana e inusuale”. Lei ci si è mai sentito da piccolo?
Sono cresciuto a Burbank, in California, in una società dove bisognava conformarsi agli altri. La gente ha iniziato a dirmi che ero strano, me lo ripetevano in continuazione. Perciò, anche se non lo pensavo, ho finito per crederci. Mi sono guardato allo specchio e ho pensato: “Cazzo, se lo dicono tutti allora deve essere vero!”. Ecco cosa succede quando provano a classificarti. Non fu facile, anche perché l’adolescenza è una fase delicata, in cui combatti per capire chi sei.

Come ha reagito a quelle opinioni?
Dopo aver lottato per dimostrare il contrario, ho analizzato la situazione da un punto di vista diverso, preferendo non sottostare più al giudizio altrui. Potevo fare ciò che volevo, indossare i vestiti che più mi piacevano ed esprimermi senza il timore di uscire dal coro. Ricordo una fase di scoperta e di grande libertà. Se essere strano significa avere un talento, una predisposizione per l’arte o una spiccata sensibilità, allora fate pure.

Cosa c’era dietro quei giudizi?
Io e i miei genitori abitavamo vicino a un cimitero e a volte andavo a giocare da quelle parti: non perché fossi affascinato dalle tombe o dall’idea della morte, mi sembrava solo un posto tranquillo. Quella dev’essere stata una delle ragioni. E poi mi piacevano i film di mostri, il che non mi sembra così bizzarro. A Burbank c’erano tre drive-in e un cinema storico, il Cornell Theatre, dove potevi vedere tre horror di fila pagando solo 50 centesimi. Ricordo tante pellicole, dai vari Godzilla ai film di Roger Corman con Vincent Price. E poi Scream Blacula Scream, Barbara, il mostro di Londra e così via.

Lei si ispirò proprio a Price per il suo corto Vincent, nel 1982.
All’epoca lavoravo come artista concettuale presso i Walt Disney Animation Studios e Vincent fu il mio primo progetto: un corto in bianco e nero di 6 minuti, in stop-motion, su un bambino che immagina di essere Vincent Price. Gli mandai la sceneggiatura e gli piacque talmente tanto che accettò di partecipare come voce narrante. Con lui, poi, lavorai anche in Edward mani di forbice (dove l’attore interpretava l’inventore di Edward, ndr).

Tende a scegliere spesso gli stessi interpreti. Questa è la seconda collaborazione con Eva Green, per esempio.
Ho sempre sentito una forte connessione con lei, sin dal primo giorno di riprese di Dark Shadows. Mi sembra una diva del passato e io sono cresciuto in un periodo in cui la gente che andava al cinema non sapeva esattamente tutto quello che stava per vedere: non esistevano né Internet né i social media, quindi anche le star avevano un alone di mistero in più. Eva ha quelle qualità che mancano al mondo moderno.

Rispetto alle difficoltà dell’adolescenza, le cose sono cambiate da adulto?
Macché. Fai un paio di film che hanno successo al botteghino, che nel mio caso sono stati Beetlejuice e Batman, e i critici provano a ridefinirti completamente: ho trascorso la vita cercando di diventare una persona e poi mi sono reso conto che, per quanto mi sforzassi, la società voleva trasformarmi in una cosa.

Qual è l’idea più sbagliata sul suo conto?
Che sono un uomo tetro e che i miei film sono troppo dark. Sono stanco di sentirmelo ripetere, perché non è vero. Me lo dicono dagli inizi: “I bambini si spaventeranno, questi film fanno paura”. Sciocchezze, ci sono cresciuto con quel tipo di storie.

In Miss Peregrine ci sono dei mostri che potrebbero intimorire il pubblico più giovane, no?
Li ho immaginati in modo un po’ astratto, come se fossero usciti da un incubo infantile o da una favola spettrale per la buonanotte. Nella storia questi esseri si nutrono degli occhi dei ragazzi speciali, ai quali danno la caccia. Ma è un’idea che fa ridere, non riesco a prenderla sul serio! Non c’è niente che non farei vedere anche ai miei figli. Inoltre, per me è difficile dire se un film è indirizzato a grandi o piccoli: io, da bambino, mi sentivo un ottantenne.

Parlando di occhi: sono un elemento importante nel suo cinema.
Credo di sì, in effetti. (Ride). Ricordo che, quando lavoravo a Nightmare Before Christmas, mostrai dei bozzetti di Jack Skeletron alla produzione. Mi guardarono scioccati: “Tim, ma cosa dici? Non puoi disegnare un personaggio senza occhi!” (il protagonista è uno scheletro, ndr). Feci spallucce, come a dire: “Beh, invece è proprio così”. Due anni fa ho girato Big Eyes, sulla vita di Margaret Keane, che dipingeva ritratti con occhi enormi, sproporzionati rispetto al resto del viso. Dovrei parlare col mio psicologo per capire cosa indica questo mio interesse.

Un’ultima domanda: se da bambino si sentiva un ottantenne, oggi a quanti anni è arrivato?
Beh, visto che tendo a regredire, direi che ne ho più o meno 13.

L’intervista è stata pubblicata su Rolling Stone di dicembre.
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